Minima Cardiniana 209

L’ITALIA CONTRO IL NUCLEARE DELLE GUERRE ALTRUI

Pubblichiamo e invitiamo ad aderire e a diffondere

https://ilcovile.it

Un appello ai futuri governanti

L’ITALIANON PIÙ BERSAGLIONUCLEARE

Il 2018 è iniziato con il twitter di Trump sul suo «più grande e funzionante pulsante nucleare», a marzo l’inevitabile replica di Putin che ha annunciato le capacità russe di rispondere ad una aggressione atomica colpendo le città americane. Intanto aumenta l’incertezza su chi controlla queste immense potenze distruttive e crescono i pericoli di guerra. Si parla di terza guerra mondiale a «bassa intensità», con rischi di degenerazione. La scintilla fatale potrebbe partire anche dalle aree contigue all’Italia, dove si sfiora il confronto diretto fra potenze nucleari. Le tensioni internazionali si imperniano sull’alternativa fra un mondo unipolare sotto il dominio USA, o un mondo multipolare in cui siano ricontrattati su ogni piano, e secondo le norme del diritto internazionale, nuovi equilibri.

L’Italia è membro della Nato e ospita strutture militari sia dell’Alleanza ché, in forza di accordi bilaterali risalenti al 1954, direttamente USA. Strutture che, anche se formalmente distinte, formano un unico sistema coordinato, nel quale, nella basi USA, sono presenti alcune decine di bombe atomiche. Tali basi non godono dello status di extraterritorialità come le ambasciate, ma la giurisdizione italiana su di esse e sul loro uso militare, è addirittura minore, anche a causa dell’esistenza di protocolli riservati (quindi sottratti al controllo del Parlamento e della opinione pubblica). In ogni caso la rinuncia alla piena sovranità sulle basi è motivata e fondata, in forza dell’articolo 11 della Costituzione, sul loro essere strutture di difesa. Per quegli stessi accordi gli USA non pagano per tali basi gli affitti a cui sono obbligati sul loro territorio nazionale.

Qualsiasi giudizio storico si dia circa le sue funzioni durante la Guerra Fredda, l’Alleanza Atlantica, da allora, non solo si è allargata (da 16 a 29 paesi inglobando molti Stati prima facenti parte dell’URSS), in contrasto con le reiterate promesse fatte da Reagan a Gorbaciov all’epoca del disgelo e prima del crollo dell’Unione Sovietica, ma ha anche formalmente allargato la sua operatività fuori dai territori dei paesi membri (peace-keeping; altre operazioni sotto «l’autorità» del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o sotto la «responsabilità» dell’OSCE; le peace support operations, comprensive sia del peace- keeping sia del peace-enforcement; gli interventi umanitari; gli interventi a favore di uno stato non membro della Nato, che sia stato oggetto di attacco armato), con ciò rinominando come difensive anche guerre preventive, sull’onda della mutata dottrina strategica americana.

D’altra parte, e nello specifico dell’area europea, non c’è più alcun Stato cuscinetto tra la Russia e i paesi dell’Alleanza Atlantica; cosa che aumenta i rischi di un conflitto nel quale l’Italia sarebbe coinvolta automaticamente senza nemmeno la necessità di una decisione del Parlamento sovrano. E sarebbe bersaglio di eventuali rappresaglie.

L’Italia ha avuto in passato una tradizione di politica estera e soprattutto mediterranea relativamente indipendente, politica tesa non solo a salvaguardare l’interesse nazionale, ma anche a porsi come fattore attivo di pace e di mediazione fra istanze opposte. Il nostro paese può e deve riprendere il suo ruolo in questo senso, riacquisendo la piena sovranità sul proprio territorio e dunque allontanando le basi americane e dando l’avvio a un processo di uscita dall’Alleanza Atlantica.

Chi è interessato ad approfondire l’iniziativa, può contattare direttamente gli estensori:
Stefano Borselli c/o Il covile <il.covile@gmail.com>
Stefano Serafini <stefanonikolaevic@gmail.com>

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Minima Cardiniana 208/2

Domenica 8 aprile 2018 – Domenica in albis

ITALIA SENZA GOVERNO

MA UN NUOVO GOVERNO CI SARA’ (FORSE…)

E’ una vecchia storia, valida sin dai tempi della “prima repubblica” (quella che non si sa se e quando è morta; né si è ancora capito bene se siamo tuttora nella seconda o addirittura nella terza). Noialtri vecchietti (io sono del ’40) la conosciamo bene: in fondo in Italia,  durante i periodi di transizione, cioè quando il governo passato è ormai scaduto e resta in piedi solo “per l’ordinaria amministrazione”, si vive tutto sommato meglio. Se non altro, senza sorprese. Tutto ciò, unito all’esito ambiguo dell’ultima competizione elettorale e alla difficoltà di creare una coalizione di governo duratura, induce a credere che senza governo resteremo ancora molto a lungo: a meno che non si debba scegliere il nuovo ricorso alle urne, che probabilmente confermerebbe l’antica tendenza italica a saltare sul carro del vincitore, che però nel caso attuale sono due. In altri termini: forse non aumenterebbe il silenzioso e trascurato esercito dei non-votanti (temibile solo se si svegliasse), ma in cambio crescerebbero pentastellati e leghisti. Non gli altri due componenti della “coalizione di destra”, che si ostinano a non dir nulla di nuovo. D’altro canto, Di Maio è stato chiaro: il suo movimento non “riconosce” qualità politica (e quindi capacità contrattuale nelle trattative) alla coalizione, il che vuol dire che secondo lui – né francamente gli si può dar torto, fermo restando il probabile tendenzioso tatticismo delle sue intenzioni – le effettive forze di governo sul tappeto sono tre: il M5S, la lega e il PD. Ma la prima mossa spetta comunque a  quelli che ormai non ha più senso definire “grillini”, i quali si guardano bene dal farla in modo precipitato: ma hanno cominciato a “mettere dei paletti”, il che vuol dire ad aprire la fase della contesa tra i suoi due unici interlocutori possibili per stabilire chi sia il preferibile. Continua a leggere

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Minima Cardiniana 208/1

Domenica 8 aprile 2018 – Domenica in albis

EFFEMERIDI DEL CAOS

ISRAELE E DINTORNI

Molti mi chiedono, dopo i recentissimi fatti di Gaza, quali siano le radici storiche della tragedia: prima 21 morti e 1400 feriti circa, la settimana scorsa; e quindi, il 6 scorso, un altro “Venerdì di Sangue” con altri 7 palestinesi morti e un altro migliaio di feriti. Sassate, bombe molotov e cortine fumogene create da pneumatici bruciati per difendersi dai soldati israeliani, che sparano non già per “rispondere al fuoco” (sassi, molotov e fumo non sono “fuoco” nel senso militare del termine), ma solo per impedire ai manifestanti di avvicinarsi a un confine che, oltretutto, non è uno di quelli stabiliti e internazionalmente riconosciuti ma solo una recinzione creata per decisione e nell’interesse di uno stato e di una forza armata che rifiutano la definizione di “occupanti”. Ma il fuoco israeliano è giustificato dalla necessità di “impedire le infiltrazioni”. Continua a leggere

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