Minima Cardiniana 220/4

Domenica 4 novembre. XXXI Domenica del Tempo Ordinario

CHE COSA SUCCEDE IN TURCHIA?

ERDOGAN CONTINUA SULLA SUA STRADA

Non sono confortanti, le notizie che arrivano dalla Turchia. L’articolo uscito al riguardo su “Il Manifesto” a firma di Rberto Persia sembra documentato e attendibile. Non va d’altronde dimenticato che a tutt’oggi Erdogan è, piaccia o no, uno dei pochi politici che nell’orizzonte mondiale sembri avere una qualche proporzione di statista e che la sua politica estera, per ambigua che sia, è nondimeno interessante.

Roberto Persia

Il rapporto di Amnesty: I licenziati post-Golpe privati anche dei ricorsi

La Commissione d’inchiesta nominata da Erdogan ha riammesso al lavoro solo 2.300 dei 130mila lavoratori del settore pubblico cacciati. E con mansioni peggiori di prima

(“Il Manifesto”, 26.10.2018)

L’ondata di ricorsi che investe la Turchia trova un muro di fronte: 125mila dipendenti pubblici, licenziati dopo il tentato golpe del 15 luglio 2016 per presunti legami con associazioni terroristiche, sono oggi giudicati da una commissione nominata da Erdogan e i suoi ministri. Il report di Amnesty International, Purga senza ritorno? Nessun rimedio per i lavoratori licenziati nel settore pubblico in Turchia, che esce oggi, ne denuncia la situazione: solo l’1,7% sono stati riammessi al lavoro. Continua a leggere

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Minima Cardiniana 220/3

Domenica 4 novembre. XXXI Domenica del Tempo Ordinario

NEOFASCISMO, NEOANTIFASCISMO, “PROTOFASCISMO”

FINALMENTE UNO STRUMENTO PER CAPIRE CHE COSA SIA IL FASCISMO E QUANTO CIASCUNO DI NOI RISCHI DI DIVENTARE FASCISTA (ANCHE SENZA SAPERLO E SENZA VOLERLO)

Non so se il mio Neofascismo e neoantifascismo (Edizioni la Vela), uscito da poco, abbia già ricevuto recensioni. L’Editore mi dice che le vendite non stanno andando male, ma che un quotidiano (ascrivibile, per la cronaca, al centrodestra “moderato”: e dove sono insediati signori cui so bene di non essere simpatico) ha esplicitamente rifiutato di recensirlo. D’altronde, i miei libri, di rado sono recensiti: qualcuno sostiene che accade perché “scrivo di cose spesso difficili” (il che può succedere, ma di solito non mi sembra: a parte qualche cosa di propriamente accademico), qualcun altro perché sono “troppo controcorrente”(?), “difficilmente etichettabile”(!), e magari “perfino palloso”; qualcun altro ancora perché ormai sarei “un mostro sacro”: io credo, più semplicemente, che succeda perché non sono un autore abbastanza importante e perché quel che scrivo non interessa granché quasi nessuno. Continua a leggere

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Minima Cardiniana 220/2

Domenica 4 novembre. XXXI Domenica del Tempo Ordinario

EFFEMERIDI DELLA MEMORIA (O DELLA RETORICA?) UN GIORNO DA CELEBRARE?

IL SENSO DI UNA “FESTA”

4 novembre: “festa nazionale”. Una volta di più, mi sento una voce fuori dal coro. Ho sempre pensato – anche quando, da ragazzino e da giovanissimo, militavo in un partito di cosiddetta “estrema destra” e quindi per definizione arcinazionalista – che nel 1915 l’Italia avrebbe dovuto restar neutrale e, in seconda istanza, rimanere fedele alla “Triplice Alleanza” che aveva sottoscritto. Comprendevo, tuttavia, allora, e comprendo oggi, come gli italiani, tutti, potessero gioire il 4 novembre 1918. Non era soltanto la vittoria. Era soprattutto la fine dell’incubo, il ritorno alla pace. Anche tanti italiani che quasi trent’anni dopo, nel ’45, festeggiarono la fine della guerra non intendevano manifestare la loro gioia per la sconfitta (nemmeno i più duri avversari del regime fascista avrebbero in fondo voluto che la liberazione costasse tanto cara al paese), bensì esternare la loro gioia per la guerra comunque finita.

Comunque, nel ’18,  per festeggiare c’era una forte ragione in più, al di là del trionfo militare e delle rosee aspettative (alquanto egoistiche, sul piano internazionale) relative ai “frutti della vittoria”. Molti poveri, soprattutto contadini e braccianti, avevano combattuto anche perché i governi del nostro paese, durante lo sforzo bellico, avevano incessantemente ripetuto che “nulla dopo sarebbe stato come prima”, e che anzitutto ci sarebbe stata una bella riforma agraria per strappare dalla miseria milioni di contadini (il paese era allora soprattutto agricolo). In quelle promesse ci speravano davvero. Poi successe quel che successe. Il fascismo fu una delle conseguenze di quelle promesse non mantenute, di quell’inganno.

Né le cose andarono meglio sul piano internazionale. E’ noto che Eric Hobsbawm ha proposto una testi storica secondo la quale il Novecento – in realtà cominciato nel 1914 e concluso secondo lui con il 1991, l’anno del tracollo dell’Unione Sovietica – sarebbe stato un “Secolo Breve”: caratterizzato poi da quella che molto felicemente Ernst Nolte ha definito la “Guerra dei Trent’Anni” 1914-1945. A mio giudizio, tuttavia, la “cattiva pace” del 1918-20 è stata fondata su tanti e tali errori, su tanti e tali crimini contro i popoli e le loro speranze – non solo in Europa, ma anche e soprattutto nel Vicino Oriente – da provocare le tensioni e  le guerre le premesse delle quali si erano già presentate durante il conflitto stesso (basti pensare alla “questione araba” e alla “questione sionista”) da doverci indurre a concludere che il nostro sia stato, invece, un “Secolo Lungo”, aperto immediatamente con la guerra civile russa del ’17-’21 e il conflitto greco-turco del 1918-24, proseguito in Asia con le reazioni giapponesi all’assetto coloniale postbellico, l’inquietudine indiana e l’insorgere del conflitto arabo-sionista, nonché destinato a prolungarsi nel XXI; e chissà che, per analogia con la felice formula noltiana, per indicare la generalizzazione del conflitto avviata già all’indomani della “cattiva pace”, non si debba cominciar a parlare ormai di una “guerra dei Cento Anni” dislocata su almeno quattro dei Cinque Continenti (Oceania per ora esclusa) e che non accenna a finire.

Per far capir meglio la mia posizione – e magari per rilanciare l’idea – mi permetto di citare per intero un articolo che mi capitò di redigere il 10.10.2002 per la rivista “Percorsi”, diretta dall’ottimo amico Gennaro Malgieri allora deputato di “Alleanza Nazionale”. Si era all’indomani di un referendum indetto a Bolzano a proposito di un nome nuovo da dare alla centrale Piazza della Vittoria (quella dell’Arco di Trionfo di Marcello Piacentini), che secondo il sindaco di allora avrebbe dovuto essere ribattezzata “Piazza della Pace” e i risultati del quale andavano nel senso che quel partito – e per la verità molti altri – auspicavano. Mi limitavo a consigliare i vincitori a fare (nel piccolo) quel che i vincitori del 1918 non avevano né potuto, né saputo né (soprattutto?) voluto fare: un gesto di generosità e di fratellanza, in vista del futuro. Che, alla fine della prima guerra mondiale, la pace stipulata tra ’18 e ’20 sotto il coordinamento di Thomas Woodroow Wilson sia stata – contrariamente a quanto era stato proclamato – “una pace per farla finita una volta per tutte con le paci”, oggi lo sappiamo bene. Che nel 2002 il mio appello fosse accolto – come si vide dalle reazioni “a caldo” della stampa – con scandalo, o con degnazione, o con ironia, è stata una delle pietruzze sul selciato della strada in discesa che ci ha condotti al fallimento dell’Unione Europea in quanto costruzione edificata senza il consenso, la partecipazione, diciamo pure la passione degli europei. Chiedevo, allora, l’inizio di un percorso teso a costituire una coscienza civica dei cittadini europei: fui confutato e perfino deriso. I risultati della direzione assunta dai miei confutatori e derisori di allora sono sotto gli occhi di tutti.

Ecco il testo di quella proposta-appello:

PIAZZA DELLA CONCORDIA EUROPEA

Dunque, il referendum di domenica 6 ottobre a Bolzano è andato nel senso desiderato da Gianfranco Fini, che vi si era personalmente impegnato. Piazza della Pace, ex-Piazza della Vittoria, tornerà ad assumere il vecchio nome che era del resto noto e familiare da oltre settant’anni. Felicitazioni al Vicepresidente del consiglio per quest’altro successo.

Ma, quando si vince, non è né elegante né prudente stravincere. Fini sa meglio di qualunque altro  perché è un politico equilibrato e misurato  che, dopo aver vinto, bisogna semmai convincere. E, a dire la verità, tutta questa storia di Bolzano non mi aveva  non mi ha  convinto. Di più. Non mi era piaciuta. Spiego il perché. Continua a leggere

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Minima Cardiniana 220/1

Domenica 4 novembre. XXXI Domenica del Tempo Ordinario

PRIMO APPELLO URGENTE (ORA E SUBITO)

SALVIAMO QUEL CHE RESTA DELLO YEMEN

Questo è un appello urgente. Sappiamo bene tutti quante e quali siano le urgenze nel mondo: ma non possiamo né dobbiamo tacere che, mentre a proposito di alcune di esse molto si sta facendo, e che per pochissime in qualche modo paradossalmente “privilegiate” gli organismi internazionali e i media si attivano con impegno e con risultati spesso notevoli, altre ve ne sono sulle quali scendono – inspiegabilmente: quanto meno in apparenza – la notte del silenzio e la nebbia della disinformazione.

Vogliamo e dobbiamo parlare dello Yemen e della sua tragedia. Si tratta della millenaria terra che costituisce l’apice sudoccidentale della penisola arabica, l’Arabia felix dei romani, dalla quale partivano e alla quale arrivavano gli itinerari carovanieri conosciuti come “Via delle Spezie” o “degli Aromi”. Lo Yemen era il tourning point che attraverso l’Oceano Indiano univa il sudest asiatico – il “Chersoneso Aureo” dei greci” – e il subcontinente indiano al “Corno d’Africa” e all’Etiopia a sudovest e al Mediterraneo con gli empori di Damasco, di Alessandria, di Costantinopoli a nordovest. La ricchezza e il sapere del mondo intero sono passati per millenni da qui. Continua a leggere

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