Minima Cardiniana 228

Domenica 30 dicembre 2018. La “santa famiglia”

Ci sarebbero infinite cose di cui parlare in queste settimane: politica interna, politica estera, etica, economia eccetera. Ma quest’anno ho ormai scelto, per il periodo natalizio, di astenermene; e anche di non affrontare argomenti che comporterebbero di solito l’uso di toni polemici. Scelgo, pertanto, uno degli argomenti che ormai da circa mezzo secolo e forse più sono “natalizi” per eccellenza: Tolkien e la sua opera. Vero è che, anche qui, v’è una certa sottintesa polemicità: anzitutto la riedizione de Il Signore degli Anelli nella traduzione di Vittoria (Vicky) Alliata, ma con una Introduzione di Quirino Principe non so quanto gradita dalla traduttrice, e che comunque va vista nella prospettiva dell’altra traduzione, che presumibilmente sarà molto diversa, annunziata dal gruppo Wu Ming; inoltre, ho scoperto uno strano apocrifo che mi riguarda, e che Vi propongo assieme a un articoletto quello in effetti mio, ma redatto ormai sedici anni or sono e del quale le vicende recenti ripropongono comunque l’attualità.

UN CASO “DEUTEROCARDINIANO”, OVVERO UN “FALSO CARDINI”

Qua e là qualcuno mi dice spesso di aver trovato, in questa o quella improbabile sede sparsa, qualche mio scritto. Sospetto si tratti di “falsi”, elaborati per scopi a me ignoti. Nulla di strano, in fondo: non sarà legale, ma sono le regole del gioco dell’età informatica (per quanto me ne sfugga lo scopo).   Continua a leggere

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Minima Cardiniana 227

Domenica 23 dicembre 2018 – IV Domenica di Avvento

Carissimi, auguro a tutti Voi un ottimo Natale e un eccellente Anno Nuovo; per questo numero dei Minima, che conclude il periodo di Avvento, proseguo nella scelta di sospendere il dialogo su problemi politici, culturali eccetera e di paulo maiora canere. Vi dedico quindi, prendendo lo spunto da un fatto recente che mi ha fatto pensare, un altro “pensiero natalizio”:

IN HILARITATE TRISTITIA, IN TRISTITIA HILARITAS

Il Natale è tempo di gioia e di gloria: ma, come sempre accade, in giorni come questi è necessario introdurre anche qualche piccola e un po’ severa riflessione; così come quando, al contrario, affrontiamo giorni tristi è opportuno dedicare qualche istante ad allegri pensieri.

Nella grande e meravigliosa chiesa di Santa Trinita a Firenze, un tempo prestigioso monastero vallombrosano intra moenia, una pala d’altare del Ghirlandaio è dedicata alla Natività. Il Bambino vi è raffigurato giacente all’interno di un antico sepolcro pagano in pietra. Era uso medievale e rinascimentale diffuso usare i sepolcri romani come bacini di fontana, abbeveratoi e magari anche mangiatoie: ma in questo caso il valore simbolico dell’immagine è doppiamente significativo. Da una parte si vuol mostrare come la nascita di Gesù vinca la morte e, proprio in un manufatto pensato per accogliere un cadavere, introduca il principio della Vita sentita come Rinnovamento, Resurrezione, Eternità; dall’altra si desidera al tempo stesso ricordare come l’Incarnazione di Dio comporti l’accettazione e al tempo stesso il mutamento profondo del destino umano votato alla morte. Il Bambino adagiato sul fondo della mangiatoia richiama in modo possente e terribile il Gesù deposto dalla croce: è nudo, povero, indifeso, impotente come lui. E’ necessario che il Signore passi attraverso l’amarezza e la desolazione della morte, indicando a tuti noi quel necessario cammino, dal momento che esso è la sola condizione per la rinascita, cioè per la distruzione della morte stessa. In un affresco del beato Angelico custodito in una cella del convento domenicano di San Marco, sempre a Firenze, la scena dell’Adorazione dei Magi contiene un particolare tanto curioso quanto significativo: Giuseppe sta in piedi tenendo in una mano la situla che contiene l’unguento di mirra, uno dei doni dei Magi. Egli è pensoso, si può dire triste: sa che quel medicamento serve a preservare i corpi dalla corruzione, ma che appunto è usato per ungere i cadaveri. D’altronde, l’incorruttibilità è simbolo di Vita Eterna, quindi di sublime e gioiosa speranza trasmessa attraverso un oggetto che richiama il lutto.

C’è un’ombra di morte che aleggia sulla Natività: così come ogni nascita di un essere umano è salutata gioiosamente, ma non senza un presagio di morte che le si accompagna. Si comincia a vivere appena nati: il che vuol dire che si comincia subito, fatalmente, a “contare alla rovescia” ogni istante che ci separa dalla fine. Ma nel cristiano l’angoscia dell’aspettazione della morte è accompagnata e superata dalla certezza della Vita Eterna.

Nei giorni immediatamente precedenti il Natale, proprio qualche giorno fa, è venuto a mancare un mio vecchio e caro amico. Un po’ più anziano di me, aveva circa 90 anni. Si tratta di Neri Capponi: personalità tra le più note della Firenze del Novecento, studioso, docente universitario, avvocato rotale, cavaliere di Malta, cattolico rigorosissimo ma anche uomo di straordinaria ironia, di sincerissima umiltà, di cordialità spontanea. I fiorentini lo amavano anche per la sua viva partecipazione alla vita della città. Era – e lo ricordo anche per questo – “capitano” del mio quartiere, quello “bianco” di Santo Spirito.

Neri è stato un amico fraterno. Eppure, negli ultimi anni, non ci siamo più visti. Lui, già sofferente, di rado era a Firenze; e io, privo di auto, avevo scarse occasioni sia di venire in città (vivo in un piccolo centro della provincia) sia di andar a trovarlo nella sua bella villa – a me peraltro nota e carissima – di Calcinaia presso Greve. Non ho più l’auto da una ventina di anni.

Mi aveva telefonato più volte, sollecitando un incontro: glielo avevo promesso e sarei stato sinceramente felice di farlo. Ma si vive ogni giorno, mentre solo di quando in quando ci si ferma a considerare la nostra esistenza. D’altronde, Neri era una di quelle persone che tutti ritengono praticamente immortali. Così, rimandavo: e ogni giorno avevo del resto altre cose da fare.

Se n’è andato senza di me. E solo a esequie già celebrate, e per puro caso, ho appreso della sua scomparsa. E ora so che, come sta scritto, nel Giorno del Giudizio il Signore non mi chiederà in quante Università ho insegnato e quanti libri ho scritto, non mi domanderà nulla dei miei studi e delle mie attività, ma si limiterà a rimproverarmi: “Ero Neri Capponi, ero in procinto di lasciar la vita mortale e tu non sei venuto a salutarmi”.

Ciò basta a spedirmi alla sinistra di Dio, tra i capri allontanati e condannati. Ma come cattolico so che il peggior peccato che potrei compiere è la disperazione. Mi affido quindi alla misericordia divina e alle preghiere dell’amico, al quale domando con tutta l’anima perdono come lo domando ai suoi familiari che senza dubbio si saranno meravigliati della mia assenza e del mio silenzio nel momento nel quale Neri ci lasciava. Ora ho un debito di più: e spero solo che mi venga rimesso. Questa è la mia speranza e la mia preghiera di Natale.

FC

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Minima Cardiniana 226

Domenica 16 dicembre. Terza domenica d’Avvento (Domenica Gaudete)

In tempo d’Avvento, credo opportuno evitare temi impegnativi e toni polemici. Mi limiterò quindi, questa e la prossima volta, a un…

PENSIERINO PRENATALIZIO

Non posso dire che “in pieno XXI secolo, siamo tornati indietro”, in quanto non ho l’orologio della storia in tasca, non sono esattamente uno storicista (né sono sicuro di esserlo mai stato) e, se apprezzo molto il progresso (nel senso scientifico e tecnologico), non credo affatto che tale concetto sia trasferibile alla società e all’etica nel loro complesso. Quindi non dirò che, in tanti campi e fra l’altro in quello del confronto di civiltà diverse, “siamo tornati indietro”, o che in passato “eravamo più avanti”: sono giudizi oziosi e inutili ancor prima di essere idioti. Ogni fase della nostra civiltà ha la sua cifra e i suoi valori: possiamo anche divertirci a confrontarli, se vogliamo, ma è tempo perso. Se c’è una cosa che l’antropologia culturale ci ha insegnato è che ciascuna cultura dev’essere giudicata non nel confronto con le altre (confronto che storicamente in realtà avviene, con esiti vari: tra i quali talvolta può esserci anche lo “scontro”, che comunque non è mai totale né definitivo né assoluto), bensì iuxta sua propria principia. Il che non è “relativismo”, termine negli ultimi tempi passato dal linguaggio propriamente etico-filosofico  a quello politico-demagogico e con risultati quanto meno ridicoli: è “relatività”.

Ma, a proposito del confronto – poniamo tra secolo XII e secolo XXI –, sentite questa storia, a qual che ne sappiamo vera, accaduta otto secoli fa. Continua a leggere

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Minima Cardiniana 225/2

Domenica 9 dicembre 2018. II Domenica d’Avvento. San Siro

OMAGGIO A UN MEDICO-SCRITTORE

Il professor Alfonso Lagi, fiorentino, circa settantenne, Primario Emerito del celebre ospedale di Santa Maria Nuova (fondato alla fine del duecento da Folco Portinari, il padre della Beatrice dantesca) e attualmente primario della nota casa di cura della sua città “Villa Donatello”, è uomo di vaste risorse e di molteplici interessi. Come càpita spesso ai grandi clinici, è anche prolifico autore di romanzi specie di genere “giallo”. Ma, temperamento in fondo appartato, ha finora preferito firmarli con un pseudonimo e stamparli a proprie spese. Solo di recente l’incontro con un editore pisano d’origine ma viareggino d’adozione, David Nieri, titolare dell’editrice La Vela, appunto, di Viareggio – un altro che fa le cose per passione, senza curarsi minimamente delle prospettive di lucro –, ha fatto scoccare una reciproca scintilla di simpatìa. Ne è scaturito un primo a mio avviso molto felice episodio di collaborazione: per i tipi dell’editrice La Vela sta per uscire, dunque (sarà in libreria prima di Natale), il “romanzo giallo” (chiamiamolo, forse riduttivamente, così) di Alfonso Lagi, La casa sull’Appia Antica: si tratta, in realtà, se si vuole, di un “romanzo storico”: il “delitto Matteotti” del giugno 1924 raccontato dalla “proprietaria-direttrice”, dalle “ragazze” e dagli avventori di un’elegante, esclusiva “casa di appuntamenti” romana del tempo.

Autore ed Editore – forse tenendo presente anche una specie di mia passionaccia di “giallista mancato” –  mi hanno fatto l’onore di chiedermi una Prefazione a quel libro. La propongo anche a Voi, con la raccomandazione di comprare il libro, sotto forma di un

 INVITO ALLA LETTURA

Valgono ancora, i generi e i sottogeneri letterari? Hanno mai avuto un valore, o meglio, sono mai valsi a qualcosa? Il mio pervicace e facinoroso anticrocianesimo mi porterebbe ad affermare che il loro valore è immenso e imprescindibile, dal momento che don Benedetto tanto li detestava. Mi resta d’altronde difficile ignorare il magistero di Aristotele e di Orazio, che tanto peso ha avuto nella tradizione medievale e umanistica; come mi risulta arduo il passar sotto silenzio il carattere rivoluzionario che l’applicazione della teoria dei generi letterari ha rivestito nell’esegesi biblica. Resta d’altronde vero che non v’è genere letterario che non si possa scomporre, decostruire, ibridare: che poi operazioni del genere equivalgano o meno a una loro vanificazione, è altro problema rispetto al quale non saprei prendere posizione: giova, in casi come questi, appellarsi al fatto che tali problematiche sono ormai vetuste e desuete? Continua a leggere

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