Minima Cardiniana 263/5

Domenica 5 gennaio 2020, Sant’Edoardo

…E, PER FINIRE IN LETIZIA, ALLA VECCHIA MANIERA DI RIDOLINI: COME CASTIGARE IL RADETZKY NEONAZISTA IN UN MODO CHE SAREBBE PIACIUTO AL CANCELLIERE HITLER

Divertiamoci, infine. Per esempio con la bella notizia che arriva da Cosenza, il cui prefetto (una gentile signora, Paola Galeone) è in questo momento agli arresti domiciliari con l’accusa di aver preteso una “mazzetta” … da 700 euri. Io, che sono un vecchio funzionario asburgico, mi rifiuto di credere che un prefetto, sia pure della repubblica italiana, possa vendersi per una cifra equivalente al valore di un poco più che mediocre apparecchio televisivo. Ma, finché non vi sarà una sentenza, la signora Galeone è protetta dalla “presunzione d’innocenza”. Visto il suo imponente cognome, le auguriamo di navigare prossimissimamente in acque migliori. Frattanto, passiamo ad argomenti ancor più ridanciani.
Dopo queste belle notizie di Capodanno, si sarebbe tentati di esortare, orazianamente, a un
risum teneatis, amici. Ma in fondo, poi, perché no? Facciamocela, invece, una bella risata. Ridere ridere ridere: il riso fa buon sangue. Beccatevi allora questo bel pezzo del carissimo amico Domenico del Nero (valoroso musicologo; anche se non sempre piacevole vaticanista), il quale c’informa di un altro episodio dell’avvincente epica battaglia dei Prodi Cavalieri del Pensiero Unico in lotta perenne contro i Pirati dei Caraibi che si ostinano a pensar con la propria testa.
Facciamoci una risata, ordunque. Anche se, visto il livello di certe cose, ci verrebbe piuttosto da piangere…

Al concerto di Capodanno arriva il musically correct: via pifferi ed applausi dalla Radetzky Marsch, sono nazisti!
L’allucinante trovata del primo violino dei Wiener e del direttore d’orchestra designato per il concerto: cosa ascolteremo domani?
Pold Weninger… chi era costui? Devo davvero coprirmi il capo di cenere perché in tanti anni di critiche e cronache musicali non avevo mai sentito nominare questo signore. Da incallito filoasburgico, sia in versione granducale che imperiale, adoro ovviamente la Radetzky Marsch, ma mi era sfuggito il fatto che la versione che ascoltavamo a conclusione del mitico Concerto di Capodanno dei Wiener Philharmoniker fosse stata “arrangiata” ai primi del Novecento; sorte peraltro che condivide con tante altre partiture più o meno celebri, per tanti e vari motivi che ora non è il caso di investigare.
Così come ignoravo – e come me credo tantissimi altri lettori più o meno musicofili – che il detto signor Weninger, che non è propriamente una stella del firmamento dei compositori, avesse non solo aderito al nazismo, ma ne fosse stato in una certa misura il “compositore ufficiale”, essendo autore di varie marce e pure di un inno dedicato a Hitler.
Possiamo convenire che non sia il massimo dell’entusiasmante, ma un briciolo di mentalità “storica” e ancor più un pizzico di buonsenso dovrebbero farci scrollare le spalle e magari porci la fatidica domanda: ma cosa a che fare la Radetzky Marsch tutto ciò, se per di più è vero che Weninger arrangiò lo spartito nel 1914, quando Hitler era solo un “caporale boemo” (per dirla con Hindenburg) e sul trono dell’ancora vivente Duplice Monarchia sedeva Sua Maestà Apostolica Francesco Giuseppe I, lo stesso sovrano del grande Feldmaresciallo che vinse i Piemontesi nel 1848?
Nella cosa si dovrebbe caso mai vedere davvero una ironia della storia, perché quella marcia (pensiamo allo splendido romanzo omonimo di Joseph Roth) era alla fine diventata un simbolo di quella civiltà asburgico-mitteleuropea che è quanto di più antitetico possa esserci alla volgarità e alla brutalità del nazismo; non per nulla il Führer non avevo certo simpatia nei confronti degli Asburgo, mentre non mancava di strizzare l’occhio agli Hohenzollern, purché beninteso stessero ben lontani dal trono tedesco.
Ma tutto questo, alla fine, che cosa ha a che vedere con quello splendido brano musicale che conclude il concerto di Capodanno, ritmato dai festanti battimani degli spettatori? Per saperlo bisognerebbe rivolgersi al presidente dei Wiener, il primo violino Daniel Froschauer, che ha deciso di… denazificare la marcia di Johan Strauss senior riproponendone una versione più “austera” e rispettosa degli spartiti originali. Idea che sarebbe peregrina anche se l’operazione volesse essere puramente “filologica”, perché il concerto di Capodanno ha una sua tradizione esecutiva che non può essere ignorata; ancor di più poi se si pensa che gli elementi “nazisti” sarebbero (almeno a quanto pare) proprio gli applausi ritmati e condotti dallo stesso direttore d’orchestra (!!!) e un ruolo più importante delle percussioni. Già che ci siamo perché non proporla al clavicembalo, allora?
Ma tant’è; Froschauer parla di una versione “finalmente libera dalle ombre brune del passato”1, mentre secondo l’“Avvenire” sarebbe stato il direttore disegnato del concerto di Capodanno il lettone Andris Nelsons, a rifiutarsi di dirigere la versione “incriminata”2. Chissà se Nelsons è al corrente del fatto che il Concerto di Capodanno esiste proprio dall’anno fatale 1939, anno in cui (purtroppo) a Vienna non sedevano più sul trono né Francesco Giuseppe né il suo grande e sfortunato successore Carlo I; se dunque Nelsons e Froschauer volessero essere pienamente coerenti con i loro assunti di partenza, dovrebbero presentarsi da soli al proscenio, fare un bell’inchino e dire al pubblico: “Spiacenti, il concerto non si fa più perché è criptoapologia di nazismo”.
Dunque, almeno a quanto a pare, scompariranno gli applausi e i battimani ritmati dal pubblico? Personalmente avrei un consiglio per quest’ultimo, munirsi di pomodori e ortaggi vari e sostituire il ritmo delle mani con un serrato lancio verso il direttore e il primo violino. E ci si chiede se la premiata coppia Nelsons & Froschauer non abbia preparato una bella lista di proscrizione: a partire da Wagner, ovviamente, che pur essendo morto nel 1883 non ha saputo prevedere il fatto che sarebbe diventato uno dei numi tutelari del III Reich, seguito a ruota dai ben più “infami” Richard Strauss, presidente della Reichsmusikkammer dal 1933 al 1935 (per quanto il suo rapporto con il potere fosse tutt’altro che di acritica sottomissione), Carl Orff, che pur non essendo mai stato iscritto al partito né avendone condiviso l’ideologia, è stato però accusato di “collaborazionismo” ecc.
Insomma, oltre al politically correct abbiamo adesso il musically correct, ed è davvero triste che sia proprio una istituzione venerabile come i Wiener Philharmoniker a farsene banditrice. Ma gli unici applausi che essi riscuoteranno saranno quelli dei salotti radical-chic di un’Europa bolsa e ormai totalmente incartapecorita in un “perbenismo” ignorante e anche più ferocemente totalitario, se possibile, di quello nazista e comunista; ma per lo spettatore, per l’amante della musica, per il semplice ascoltatore la marcia di Radetzky sarà quella di sempre, con il suo ritmo festoso che non ha nulla di politico, ma solo il sapore di una festa che ogni anno allieta, o forse allietava, i nostri teleschermi e i pochi fortunati che riescono a procurarsi un biglietto.
Domenico del Nero
(da www.totalita.it del 31.12.2019)

Ebbene: anzitutto un sincero, sentito Chapeau all’amica e collega Simonetta Bartolini per aver ospitato sul suo benemerito periodico “Totalità” un pezzo come questo, per giunta nobilitato da un prezioso capolettere di suo padre, il nostro indimenticabile Sigfrido che onorava la Toscana con la sua arte di gran razza e con il coraggio dei suoi pareri sempre controcorrente e controvento. Quindi, tre notarelle marginali a quanto del Nero ci dice.
Prima. Sono sempre stato un sincero ammiratore del “Concerto di Capodanno”, anche se non tuti gli anni riesco ad andarci: anzi, negli ultimissimi quasi mai per impossibilità obiettiva di procurarsi i biglietti anche a carissimo prezzo. Di solito mi recavo al
Kapuzinergruft per un doveroso omaggio al mio imperatore Francesco Giuseppe e all’imperatrice Elisabetta (e ovviamente un saluto a Maria Teresa, a Giuseppe II, al mio granduca Leopoldo diventato Kaiser eccetera), quindi da Sacher o da Demel per una buona cioccolata calda o un gelato bicchierino di Kirschwasser e infine al concerto. Quando andava bene, m’installavo al Gasthaus König von Ungarn; e, il giorno successivo, a pranzo c’erano la Wienerschnitzel o il Tafelspitz di Plakutta, a cena il pollo arrosto e il vino bianco fresco di Grinzig; quando andava male il concerto me lo godevo a mezzogiorno del 1° gennaio, da casa, davanti alla TV col gatto e un buon flûte di champagne doverosamente ghiacciato. Da adesso, al concerto di Capodanno formalmente e solennemente rinunzio: ne ascolterò ogni Capodanno, dopo mezzanotte, qualche buona vecchia edizione in CD (ne esistono di egregie: da von Karajan a Metha). E batterò ritmicamente, da solo, le mani al gran finale con tanto di percussioni; alla faccia dei pecoroni in sala, che intimiditi dal politically correct staranno invece ziti e fermi.
Seconda. Quando fanatismo e ignoranza si accoppiano, il cocktail che ne risulta è di solito davvero strepitoso. L’epurazione della versione “nazista” (sia pure
ante factum della Radetzky Marsch) avrebbe in fondo fatto un gran piacere al caporale Hitler, che odiava gli Asburgo e quindi, se avesse osato (ma i suoi stessi sostenitori austriaci lo sconsigliarono dal farlo, per non rendersi impopolare), nel ’38 avrebbe epurato l’intera Vienna e tutta l’Austria dalle Habsburgererinnerungen. Quanto meno, lo avrebbe consolato pensando che i suoi seguaci erano tutti immuni dal contagio imperiale.
Vivissime congratulazioni pertanto alla “premiata coppia Nelsons & Froschauer”, che denazificando quel brano musicale ha liberato il caporale Hitler (questo sì ch’è collaborazionismo) da residui per quanto improbabili sospetti di asburgolatria.
Terza. Asburgolatria che invece mi è propria, e me ne vanto, e concordo in ciò con del Nero (pur astenendomi dal pregare il Padreterno che gli abbuoni quel po’ di Purgatorio che si degnerà di fargli fare in meritata penitenza per quant’egli è solito dire a proposito del Santo Padre felicemente regnante). Asburgolatria associata a una buona radetzodulia (i non esperti in teologia s’informino, appunto, sul rapporto tra culto di “latria” e culto di “dulia”). Stimo il
Feldmarschall principe Johann Joseph Franz Karl Radetzky, che Dio lo abbia in gloria – e non è un modo di dire – una delle più fulgide figure del nostro Ottocento e gli sono grato per le splendide lezioni di arte, scienza e tecnica militari da lui impartire all’esercito sardo-piemontese e ai ribelli lombardo-veneti nel biennio 1848-49. Se le cose, per il nostro sfortunato paese, fossero andate come lui le aveva opportunamente impostate – e come lo stesso Carlo Cattaneo aveva finito con l’auspicare –, oggi vivremmo probabilmente in un’Italia e in un’Europa ben diverse: e migliori. Il Signore benedica in eterno la Sua felice memoria e lo collochi nel cielo degli eroi, accanto a Qasem Suleimani.

Note
1 Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/22/concerto-di-capodanno-lorchestra-di-vienna-cambia-la-marcia-di-radetzky-il-finale-e-nazista/5633533/
2 https://www.avvenire.it/agora/pagine/concerto-di-capodanno-vienna-marcia-di-radetzky-nuova-senza-nazismo

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Minima Cardiniana 263/4

Domenica 5 gennaio 2020, Sant’Edoardo

DA AVIANO: UN NEW YEAR GIFT DEGLI AMICI AMERICANI, DESTINATO IN PARTICOLAR MODO AL PRESIDENTE MATTARELLA IN OMAGGIO ALLA COSTITUZIONE ITALIANA

Che la Costituzione italiana sia la più bella del mondo, francamente non ci ho mai creduto. D’altronde, posso aver fallato, come diceva il buon Renzo Tramaglino: in fondo mica faccio il costituzionalista. Certo, però, è molto decisamente antibellicista: inoltre, gli italiani hanno chiaramente rinunziato con tanto di referendum all’energia nucleare, perfino a quella a scopi civili. Come la mettiamo poi con gli USA e con la NATO, che di continuo riempiono il patrio suolo di ordigni nucleari militari, dovrebbero spiegarcelo Presidenza della Repubblica, Governo e Parlamento. Non sarà flagrante violazione del dettato costituzionale?
In attesa che uno di questi anni qualcuno si prenda il disturbo di spiegarcelo, ecco il solito guastafeste, il comunistaccio Dinucci, che sparge sull’infame foglio “il manifesto” il veleno bolscevico delle sue calunnie. Che qualcuno lo sbugiardi, per favore…

Manlio Dinucci
50 BOMBE NUCLEARI USA DALLA TURCHIA AD AVIANO
“Cinquanta testate nucleari sarebbero pronte a traslocare dalla base turca di Incirlik, in Anatolia, alla base Usaf di Aviano, in Friuli Venezia Giulia, in quanto gli Usa diffiderebbero sempre più della fedeltà alla Nato del presidente turco Erdogan”: lo riporta l’Ansa citando quanto dichiarato dal generale a riposo Chuck Wald della US Air Force in una intervista all’agenzia Bloomberg il 16 novembre. Il fatto che l’Ansa e alcuni giornali ne parlino, anche se in ritardo, è comunque positivo. Ciò conferma quanto documenta da tempo il manifesto. “Appare probabile – scrivevamo il 22 ottobre (ma l’Ansa allora ignorò la notizia) – che, tra le opzioni considerate a Washington, vi sia quella del trasferimento delle armi nucleari Usa dalla Turchia in un altro paese più affidabile. Secondo l’autorevole Bollettino degli Scienziati Atomici (Usa), “la base aerea di Aviano può essere la migliore opzione europea dal punto di vista politico, ma probabilmente non ha abbastanza spazio per ricevere tutte le armi nucleari di Incirlik”. Lo spazio si potrebbe però ricavare, dato che ad Aviano sono già iniziati lavori di ristrutturazione per accogliere le bombe nucleari B61-12”.
In base a quanto riportato dall’Ansa il coordinatore nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, chiede al governo se conferma la notizia e di portare immediatamente il problema alla valutazione del parlamento, poiché l’Italia verrebbe “trasformata nel maggiore deposito di armi nucleari d’Europa e questo silenzio del governo italiano è inaccettabile”. Il governo intanto fa sapere che “la notizia è priva di fondamento”. Non spiega però perché i maggiori esperti Usa di armi nucleari ritengano la base di Aviano “la migliore opzione europea dal punto di vista politico” per il trasferimento delle bombe da Incirlik. Il governo continua quindi a tacere e lo stesso fa il parlamento, perché la questione delle armi nucleari Usa in Italia è tabù. Sollevarla vorrebbe dire mettere in discussione il rapporto di sudditanza dell’Italia nei confronti degli Stati uniti.
L’Italia continua così ad essere base avanzata delle forze nucleari Usa. Secondo le ultime stime della Federazione degli scienziati americani, in ciascuna delle due basi italiane e in quelle in Germania, Belgio e Paesi Bassi vi sarebbero attualmente 20 B-61, per un totale di 100 più 50 a Incirlik in Turchia. Nessuno però può verificare quante siano in realtà. Dalle stime risulta che gli Usa stiano diminuendo il loro numero, fatto tutt’altro che tranquillizzante. Essi si preparano infatti a sostituirle con le nuove bombe nucleari B61-12. A differenza della B61 sganciata in verticale, la B61-12 si dirige verso l’obiettivo guidata da un sistema satellitare ed ha inoltre la capacità di penetrare nel sottosuolo, esplodendo in profondità per distruggere i bunker dei centri di comando. Il programma del Pentagono prevede la costruzione a partire dal 2021 di 500 B61-12, con un costo di circa 10 miliardi di dollari. Non si sa quante B61-12 verranno schierate in Italia né in quali basi, probabilmente non solo ad Aviano e Ghedi. Come risulta dallo stesso bando di progettazione pubblicato dal ministero della Difesa, i nuovi hangar di Ghedi potranno ospitare 30 caccia F-35 con 60 bombe nucleari B61-12, il triplo delle attuali B-61 (il manifesto, 28 novembre 2017).
Allo stesso tempo, gli Usa si preparano a schierare in Italia e altri paesi europei missili nucleari a gittata intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra, analoghi agli euromissili eliminati dal Trattato Inf firmato nel 1987 da Usa e Urss. Accusando la Russia (senza alcuna prova) di averlo violato, gli Usa si sono ritirati dal Trattato, cominciando a costruire missili della categoria prima proibita: il 18 agosto hanno testato un nuovo missile da crociera e il 12 dicembre un nuovo missile balistico, quest’ultimo in grado di raggiungere l’obiettivo in pochi minuti. Contemporaneamente stanno rafforzando lo “scudo anti-missili” sull’Europa. Nella sua “risposta asimmetrica” la Russia comincia a schierare missili ipersonici che, in grado di raggiungere una velocità di 33.000 km/h e di manovrare, possono forare qualsiasi “scudo”.
La situazione in cui ci troviamo è quindi molto più pericolosa di quanto dimostri la già allarmante notizia del probabile trasferimento delle bombe nucleari Usa da Incirlik ad Aviano. In tale situazione domina il silenzio imposto dal vasto schieramento politico bipartisan responsabile del fatto che l’Italia, paese non-nucleare, ospiti e sia preparata a usare armi nucleari, violando il Trattato di non-proliferazione che ha ratificato. Responsabilità resa ancora più grave dal fatto che l’Italia, quale membro della Nato, si rifiuta di aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari votato a grande maggioranza dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
(da “Il Manifesto”, 31 dicembre 2019)

Beh, sentite, parlamentari democratici della Sinistra (perché c’è ancora la Sinistra, no?): che Giorgia Meloni passi a bandiere spiegate – …di gagliardetti e labari c’è ormai penuria… – al Capocosca Trump e al suo degno compare Bannon, passi: in fondo è una scelta politica, la povera signora si è ritrovata con possibili alleati più presentabili ormai occupati del tutto o quasi da altri suoi colleghi del Centrodestra e da qualche parte, come dicheno a Roma, “c’aveva puro da attaccasse” (lo dicevano già i gloriosi Stornelli del Sor Capanna: ricordate “La sora Erminia annava in aeroprano…”?). Ma che voialtri accettiate di far da foglia di fico al peggior imperialismo yankee, via…! Più passa il tempo, più mi sta diventando simpatico l’arciveterocomunista Marco Rizzo. Ebbene, sì: Aridatece Baffone!

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Minima Cardiniana 263/3

Domenica 5 gennaio 2020, Sant’Edoardo

MA L’ANNO 2020 COMINCIA IN UN MODO CHE RICORDA PURTROPPO IL 2001 E IL 2003

Tutto, proprio all’inizio dell’anno, si sta giocando purtroppo sul filo dell’eccezione e della gravità. La sconvolgente notizia del 3 gennaio scorso, quella dal proditorio assassinio del capo delle forze armate iraniane su esplicita commissione del capo dello stato che continua ad arrogarsi il ruolo di guardiano della pace e della giustizia internazionali, dovrebbe imporre il coraggio di scelte tanto dure quanto esplicite da parte di tutte le libere coscienze del mondo. Ciò, se ormai l’inquinamento etico dominato dai media e l’obnubilamento relativistico che non riesce più a determinare una distinzione tra bene e male non inducesse i capi politici e i responsabili dell’opinione pubblica del mondo a chiudere gli occhi e a voltare la testa dall’altra parte dinanzi all’enormità dei crimini di alcuni e allo stato di necessaria prostrazione di altri obbligati non solo a subire, ma addirittura a subire tacendo. Ciò non è giusto, non è dignitoso, non è accettabile in un mondo che blatera di continuo di pace, di libertà e di democrazia e si rende poi obiettivamente complice di crimini internazionali. Molti giovani, oggi, si stanno chiedendo come poté il mondo, dal 1933 in poi, sopportare praticamente in silenzio i crimini di Hitler. Ai quali tuttavia, com’è noto, almeno in certi paesi l’opporsi avrebbe significato mettere in gioco la libertà e la vita. Ecco: oggi questi giovani hanno la risposta sulla loro stessa pelle, dal momento che essi stessi sono coinvolti. Viviamo in un pianeta nel quale l’uomo politicamente più potente del mondo è boss della malavita politica, un criminale assassino che non esita a mettere a repentaglio migliaia di vite di cittadini dello stesso paese che egli governa (i cittadini statunitensi che risiedono o che si trovano comunque in Iraq) pur d’imporre la sua dispotica e demenziale volontà.
E attenzione, italiani. Non chiamiamoci fuori. Il nostro paese, legato a doppio filo alla NATO, è obiettivamente agli ordini di un criminale internazionale. Prendiamone atto e reagiamo di conseguenza.

IL TEMPO DELL’ECCEZIONE: UN ASSASSINIO POLITICO VOLUTO DA TRUMP

Cari Amici, la lotta politica internazionale è durissima e crudele: ne siamo consapevoli, e nessuno è innocente.
Ma a tutto c’è un limite. Diciamolo rivolti a colui che si crede il padrone della terra, e diciamoglielo con le parole di fra Cristoforo a don Rodrigo nei Promessi sposi: “Hai passato la misura: e non ti temo più”.
Proseguendo sulla via dell’ignobile piano di destabilizzazione del Vicino e del Medio Oriente elaborato insieme con i responsabili arabo-sauditi e con Benjamin Netanyahu, il boia della Casa Bianca si è sporcato di nuovo le mani di sangue.
In Iraq, un raid statunitense nell’area prossima all’aeroporto di Baghdad è rimasto ucciso mediante uso di un drone il generale iraniano Qasem Soleimani, comandante delle forze speciali delle Guardie della Rivoluzione Islamica denominate
Quds (termine che in arabo designa “la Santa”, ed è il nome con il quale ordinariamente i musulmani designano Gerusalemme) ed eroe della lotta contro lo “stato islamico” del “califfo” al-Baghdadi e i suoi mandanti e finanziatori wahhabiti e neocons. L’azione criminosa in quanto mirata direttamente ed esplicitamente all’assassinio dell’alto ufficiale è stata ordinata dal gangster che attualmente occupa la Casa Bianca, Donald Trump. Nel medesimo episodio è caduto anche il vicecomandante della milizia paramilitare sciita Hashd Shaabi, Abu Mahdi al-Mohandes. Il Pentagono ha responsabilmente (si fa per dire) definito il crimine “un’azione difensiva”, con ciò escludendo ogni possibile formale eufemismo di natura diplomatica. Se lo squilibrio delle forze tra USA e Iran fosse meno evidente e pesante, saremmo dinanzi a uno specifico casus belli. Ciò aggrava evidentemente l’entità dell’atto criminoso: è la viltà del più forte, che in quanto tale si ritiene in diritto di fare quel che vuole dove e quando vuole.
Il crimine mira evidentemente ad aggravare il già duro confronto in atto nel Vicino e Medio Oriente tra statunitensi e loro alleati da una parte (la fantomatica, cosiddetta “coalizione”), forze sciite filoiraniane sirolibanesi e irakene nonché Iran stesso dall’altra. La Guida Suprema della Rivoluzione iraniana, lo ayatollah Khamenei, ha promesso (non solo minacciato) “dure ritorsioni”; e il ministro degli Esteri della repubblica islamica d’Iran Javad Zarif, un diplomatico universalmente apprezzato per prudenza e moderazione, ha denunziato il crimine in modo inequivocabilmente chiaro, collegandolo a un contesto che lo rende ancora più odioso: “L’atto di terrorismo internazionale degli Stati Uniti con l’assassinio del generale Soleimani, a capo della forza più efficace nel combattere Daesh, al-Nusra e al-Qaeda, è estremamente pericoloso e una folle
escalation. Gli Stati Uniti si assumeranno la responsabilità di questo avventurismo disonesto”. D’altro canto l’ambasciata statunitense a Baghdad, forse a sua volta còlta di sorpresa, ha con urgenza invitato i cittadini del suo paese a “lasciare l’Iraq immediatamente”. Trump non esita, nella sua logica esaltata, a mettere in pericolo le vite dei suoi stessi concittadini.
Si può ritenere che la folle decisione del capogangster sia stata in qualche misura anche il risultato del suo disorientamento dinanzi alle recentissime vicende irakene: prima uno scambio di missili fra postazioni statunitensi e basi armate delle milizie sciite armate e sostenute da Teheran (e fin qui, purtroppo, si trattava della brutale “ordinaria amministrazione”: conseguenza, non dimentichiamolo, della criminale aggressione del 2003 all’Iraq di Saddam Hussein, ch’è stata determinante nella destabilizzazione del paese e di tutta l’area vicina inaugurando una realtà di generalizzati conflitti che dura ormai da diciassette anni); quindi l’assalto di migliaia di manifestanti all’ambasciata statunitense in Baghdad, atto giudicato a Washington come conseguenza di un “piano orchestrato dall’Iran”. L’ineffabile Mike Pompeo ha fatto pubblicare foto di irakeni sunniti in festa, inneggianti all’assassinio.
Qasem Soleimani e Mohammed Ridha, responsabile delle relazioni pubbliche delle forze sciite e filoiraniane in Iraq, erano da poco atterrati all’aeroporto internazionale di Baghdad ed entrati in una delle due auto che li attendeva quando è stato sferrato l’attacco, seguito dal lancio di tre razzi sull’aeroporto che non hanno causato alcun ferito.
Il Pentagono ha comunicato che l’attacco è stato ordinato direttamente dal presidente Donald Trump e vuol essere un deterrente per futuri piani di attacco iraniani. Il Dipartimento della Difesa statunitense ha aggiunto che “gli Stati Uniti continueranno ad assumere le azioni necessarie per proteggere la nostra gente e i nostri interessi ovunque nel mondo”, dichiarando che “il generale Soleimani e le sue forze Quds sono responsabili della morte di centinaia di americani e del ferimento di altri migliaia” nonché degli “attacchi contro l’ambasciata americana a Baghdad negli ultimi giorni”.
D’altronde, viste le intenzioni dell’occupante della Casa Bianca, bisogna dire che esse hanno dato frutti immediati. La Guida Suprema iraniana Khamenei, indicendo tre giorni di lutto nazionale in Iran, ha aggiunto che l’uccisione del generale Soleimani raddoppierà la motivazione della resistenza contro gli Stati Uniti e Israele, a sua volta considerato complice dell’attacco che ha portato alla morte del capo delle forze speciali di Teheran. Sono davvero minacce impotenti, è davvero pura retorica la sostanza di queste parole di Khamanei, “Il lavoro e il cammino del generale Qasem Soleimani non si fermeranno e una dura vendetta attende i criminali, le cui mani nefaste sono insanguinate con il sangue di Soleimani e altri martiri dell’attacco della notte scorsa”? A sua volta il presidente iraniano Hassan Rohani, al quale guardano con fiducia le forze politiche che in tutto il mondo continuano a sperare nel dialogo e nell’equilibrio, si è trovato costretto ad avvicinarsi a quelle forze radicali del suo paese ch’egli contrasta da sempre: “Gli iraniani e altre nazioni libere del mondo si vendicheranno senza dubbio contro gli Usa criminali per l’uccisione del generale Qasen Soleimani”, ha dichiarato. “Tale atto malvagio e codardo è un’altra indicazione della frustrazione e dell’incapacità degli Stati Uniti nella regione per l’odio delle nazioni locali nei confronti del suo regime aggressivo. Il governo americano, ignorando tutte le norme umane e internazionali, ha aggiunto un’altra vergogna al record miserabile di quel Paese”.
Ma la strategia di Trump, che mira allo scontro frontale con l’Iran o in sottordine a provocare la caduta del regime moderato di Rohani e la sua sostituzione con forze estremistiche le quali giustificherebbero finalmente un attacco armato simile magari a quello perpetrato nel 2003 contro l’irakeno Saddam Hussein (con le conseguenze note a tutti, che stiamo scontando ancora e che, nei confronti dell’Iran, darebbe luogo a ben più gravi conseguenze), sta già producendo i suoi frutti avvelenati. Gli USA “debbono cominciar a ritirare le loro forze dalla regione islamica da oggi, o cominciare a comprare bare per i loro soldati”, ha affermato il vicecapo delle Guardie della rivoluzione iraniane, Mohammad Reza Naghdi, citato dall’agenzia Fars. Sono parole retoriche di un
politische Soldat, è evidente; com’è evidente ch’esse fanno appunto il gioco del criminale di Washington. Naghdi ha difatti aggiunto che “il regime sionista dovrebbe fare le valigie e tornare nei Paesi europei, da dove è venuto, altrimenti subirà una risposta devastante dalla Ummah islamica. Possono scegliere, a noi non piacciono gli spargimenti di sangue”. Evitiamo di cader nella trappola ottimistica che c’inviterebbe a pensare a minacce a vuoto. Nell’opinione pubblica iraniana e sciita queste parole sono pietre, anzi bombe.
La chiave politico-diplomatica di tutto sta nella dichiarazione aperta ed esplicita da parte del capobanda Trump, che purtroppo è titolare ufficiale e legittimo di un potere universalmente riconosciuto. Di governi che organizzano assassini politici internazionali la storia è piena: ma solitamente, nel farlo, essi elaborano sempre anche scappatoie e paracaduti diplomatici di vario tipo per evitare che le ritorsioni appaiano formalmente legittime. Qui un’azione gangsteristica si distingue da un’azione politica sia pure criminosa. Qui, perfino gli Hitler e gli Stalin si differenziano dagli Al Capone e dai Vito Corleone. Non si tratta solo di differenze formali: quando si perde il senso dell’importanza etica e civile di queste distinzioni ci si avvia pericolosamente sulla via della legge della jungla.
Degli effetti di questo ennesimo crimine, più grave degli altri, l’Iraq sarà il primo obiettivo, il primo a pagare caro: e il suo calvario dura ormai da più di tre lustri. Il primo ministro irakeno dimissionario, lo sciita Adel Abdul-Mahdi, accusato nel corso delle ultime proteste di essere un uomo vicino a Teheran (quando si dice la scoperta dell’acqua calda…), ha condannato il raid aereo americano definendolo una “aggressione” nei confronti dell’Iraq, oltre che una “violazione di sovranità”: “Portare avanti operazioni di eliminazione fisica contro esponenti irakeni di spicco o di un Paese fraterno in territorio irakeno rappresenta una flagrante violazione della sovranità dell’Iraq”, oltre a una “pericolosa
escalation che scatena una guerra distruttiva in Iraq, nella regione e nel mondo”, ha aggiunto. Tutto lapalissiano, direte voi. Senza dubbio: com’erano lapalissiane, giudicate col “senno del poi”, le conseguenze del colpo di pistola di Sarajevo del ’14 e della reazione franco-tedesca all’occupazione di Danzica del ’39.
Anche la voce del Cremlino si è fatta sentire: con quella ragionevolezza e quella moderazione formale di cui Vladimir Vladimirovich Putin è riconosciuto Maestro, e che rischia di fargli dare ragione anche quando non ce l’ha. “L’uccisione di Soleimani è stato un passo avventuristico che accrescerà le tensioni in tutta la regione”, scrivono le agenzie Ria Novosti e Tass seguendo passo dietro passo le dichiarazioni del ministro degli Esteri, Sergej Lavrov: “Soleimani ha servito con devozione la causa per la protezione degli interessi nazionali iraniani. Esprimiamo le nostre sincere condoglianze al popolo iraniano”. Ipocrisia diplomatica, direte voi. Ma sono le regole che servono a evitare a qualunque gioco di divenire mortale. E chi ha mai autorizzato gli Stati Uniti ad azioni estreme in difesa – quanto meno sul piano delle intenzioni – dei propri interessi nazionali con metodi ed effetti che, posti in atto invece da altri, vengono per definizione giudicati “terroristici”?
Le prime conseguenze del piano destabilizzatore di Trump, ormai entrato in una fase ulteriore che potrebb’essere definitiva, si sono già mostrate. Il leader sciita irekeno Moqtada al-Sadr ha già dato ordine ai suoi combattenti, su Twitter, di “tenersi pronti”: è il segnale della ripresa delle attività della sua milizia, ufficialmente dissolta da quasi un decennio. Quanto a Soleimani, egli è ormai uno
shahid, un martire, come lo ha definito Keyvan Khosravi, portavoce del Consiglio supremo di sicurezza della Repubblica islamica d’Iran. Gli ha fatto eco il comandante delle unità di mobilitazione popolare sciite irakene Hashed al-Shaabi, Qais al-Khazali: “La risposta al sangue del martire Abu Mahdi al-Mohandes sarà l’eliminazione di tutta la presenza militare americana in Iraq”. Con discrezione ma anche con decisione, intanto, anche Israele si appresta ad alzare da parte sua la guardia. D’altronde, l’asse di ferro fra Trump e Netanyahu obbliga a prepararsi al peggio.
Va detto peraltro che gli Stati Uniti si presentano ben diversamente che allineati e coperti dietro ai passi di
Totentanz mossi dalla Casa Bianca.
Il candidato democratico alle future elezioni, Joe Biden, ha espresso la sua preoccupazione dichiarando che Trump ha gettato “dinamite in una polveriera”. Un’altra candidata, Elizabeth Warren, ha affermato che “Soleimani era un assassino responsabile della morte di migliaia di persone, inclusi centinaia di americani. Ma la mossa avventata provoca un’escalation della situazione con l’Iran. La nostra priorità deve essere evitare un’altra costosa guerra”. Il giudizio soggettivo della signora Warren nei confronti del comandante Soleimani può avere qualche riscontro obiettivo (per quanto le fonti ufficiali statunitensi per ora si limitino a dire che egli si limitava a “minacciare la vita di centinaia di cittadini americani”, tra i quali peraltro molti vestono l’uniforme e occupano un paese che non è loro: ma quest’esecuzione su base presuntiva ricorda molto da vicino la giacobina “Legge dei Sospetti” del 1793): ma di quanti generali statunitensi si potrebbe tranquillamente dire la stessa cosa se non peggio? A parte ciò, i più accreditati osservatori delle cose iraniane non hanno mancato di sottolineare come le scelte di Soleimani fossero costantemente ispirate al massimo di moderazione compatibile con le sue funzioni. Lo si è eliminato esattamente per la stessa ragione per la quale si vuol fare in modo che Rohani esca sconfitto dalle prossime elezioni iraniane: Trump & Co. vogliono che in Iran trionfino le forze estremiste, in modo da poter lucrare pretestuosamente una parvenza di legittimità ai nuovi colpi che si apprestano ad assestare contro quel paese. Un progetto ignobile assolutamente degno di loro.
Quanto al Congresso, i parlamentari americani non erano stati avvertiti dell’attacco ordinato dal presidente Trump: lo si legge in un comunicato del deputato democratico Eliot Engel. Il raid eseguito in Iraq “ha avuto luogo senza alcuna notifica o consultazione con il Congresso”, recita la nota. Soleimani era “la mente di una grande violenza” e ha “il sangue degli americani sulle sue mani”; tuttavia, “intraprendere un’azione di questa gravità senza coinvolgere il Congresso solleva seri problemi legali ed è un affronto ai poteri del Congresso nella sua veste di ramo paritetico del governo”.

ULTIM’ORA. IL MEDITERRANEO, I GASDOTTI E LA CONFIGURAZIONE DEL SISTEMA DI ALLEANZE IN PREVISIONE DELLA PROSSIMA GUERRA

Al mattino del 3 gennaio 2020 viene diffusa la notizia secondo al quale Israele ha firmato con Grecia e Cipro un accordo per un gasdotto destinato a portare il gas trivellato tra Israele e Cipro verso l’Europa attraverso la Puglia. Il progetto era inizialmente destinato a venire sviluppato nel contesto di un accordo turco-israeliano. Ma dopo le ultime vicende diplomatiche e tecniche, la Turchia ha stretto con Mosca l’accordo denominato TurkStream: da qui il progetto EastMed, che si avvale altresì della collaborazione di una società francoellenica, la IgiPoseidon, che dovrebbe gestire le infrastrutture pugliesi. Un altro tassello di un mosaico che in altri contesti potrebbe configurarsi come economico-tecnico, mentre in quello odierno acquista un valore prebellico, parte dello scenario che si va costruendo in questi mesi tra Mediterraneo e Vicino Oriente e del precisarsi degli schieramenti americo-saudita-israeliano e russo-siro-iraniano, con una Turchia ancora incerta – come si vede dal suo intervento in Libia –, un Egitto ambiguo e un’Europa ancora prona al servilismo NATO ma nella quale comincia a serpeggiare qualche dubbio (la notizia relativa ai gasdotti è di carattere pubblico e si può controllare su EuroNews). Sempre che non si debbano fare i conti anche col Dragone Imperiale cinese che, cavalcando il Belt and Road, si è già insediato saldamente nelle acque del Pireo in attesa di bagnarsi in quelle del Tirreno e dell’Adriatico. I “padrini” che occupano Casa Bianca e Pentagono sono avvertiti: non si facciano illusioni, con la Mafia cinese notoriamente non si scherza (del resto, nemmeno con quella russa).

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Minima Cardiniana 263/2

Domenica 5 gennaio 2020, Sant’Edoardo

A questo punto, è chiaro che uno sguardo disincantato e analitico sull’Europa, la sua situazione istituzionale, il suo ruolo internazionale, è diventato indispensabile. Partiamo concretamente da due libri recenti, entrambi editi dal Mulino di Bologna: Andrea Zannini, Storia minima d’Europa. Dal neolitico a oggi, e Piero S. Graglia, L’Unione europea. Perché stare ancora insieme. Si tratta di puro “materiale di lavoro”, che ha il pregio di una facile accessibilità e di un buon aggiornamento: non è necessario concordare in tutto con nessuno dei due autori. Ma cominciamo a discutere sistematicamente dei problemi comuni. Tanto per cominciare, ecco il ponderato e documentato avviso dell’amico Adolfo Morganti, di Identità Europea.

L’ANALISI EUROPEISTICA DI ADOLFO MORGANTI, DI “UNIVERSITÀ EUROPEA”

“Ad immediata smentita della vulgata preelettorale dominante fino alle elezioni del 26 maggio scorso1, il dibattito su “chi ha vinto o perso” non ha potuto nascondere l’estrema difficoltà nel riproporre le dinamiche di egemonia dominanti all’interno delle Istituzioni Europee fino alla legislatura appena conclusasi.
Appena resi noti i numeri degli eletti al Parlamento Europeo2 in Italia è immediatamente prevalsa una lettura conservatrice e quasi esorcistica dei risultati elettorali, per la quale i timori di un vasto cambiamento all’interno dell’UE sarebbero stati esorcizzati dal predominio di una maggioranza autodefinitasi “europeista” e comprendente per la prima volta una triarchia composta da popolari (PPE), socialisti (S&D) e liberali3: 444 seggi su 751, il 59,12%. Numeri che hanno consentito di far ripetere ad un vasto novero di analisti ed organi di stampa (gli stessi che precedentemente avevano gonfiato il “pericolo sovranista” ben al di là del limite di ogni realismo) che l’assalto dei “nuovi nazionalismi” era stato fermato sulla linea del Piave elettorale4.
Quanto di rassicuratorio questa veloce diagnosi contenesse è emerso immediatamente nei primi atti politicamente essenziali della nuova legislatura europea, cominciando dalla complicata elezione della Presidente della Commissione Europea. La tesi di questo breve scritto è che la triarchia non costituisca un rafforzamento in extremis del ferreo controllo delle istituzioni europee esercitato dalla guerra fredda dalla diarchia popolari-socialisti, ma al contrario il sintomo principale non solo della sua fine, ma della crisi terminale degli attuali gruppi politici europei sia come insiemi coerenti ideologici e di interessi, sia quindi come soggetti politici.

Il cordone sanitario
La campagna elettorale in quasi tutti i paesi dell’ovest europeo è stata segnata da una narrazione transazionale compatta, tendente alla mobilitazione dell’elettorato di centro-sinistra contro un pericoloso nemico, il “sovranismo”. Con toni non troppo diversi, i partiti afferenti ai gruppi socialista, liberale e popolare hanno cercato di mobilitare i propri simpatizzanti proponendo un “cordone sanitario” che mantenesse fuori dal potere i “sovranisti” rinsaldando un’alleanza trasversale capace di superare le differenze fra le tre famiglie politiche europee in nome del problema più urgente, per l’appunto la battaglia contro i “sovranisti”. I risultati elettorali non hanno dato sempre ragione a questa narrazione. È appena il caso di notare come questo termine in realtà costituisca pressoché uno spauracchio massmediale, accomunando in un’accezione comune e spregiativa realtà politiche e movimenti totalmente irriducibili fra loro, dai 5 Stelle italiani all’Alternative für Deutschland tedesca, aventi in comune solamente una posizione critica nei confronti dell’establishment dominante la scena politica continentale. E volutamente rimuovendo la crescente presenza di una sinistra spiccatamente antiglobalizzazione.

Il rimosso
Questo Leitmotiv è stato al contrario vivacemente contraddetto dall’andamento della campagna elettorale nei 9 paesi europei ex-comunisti (in questo elenco comprendiamo – con un paradosso solo apparente – l’ex Germania Est5) e nei due paesi balcanici ora parte dell’UE. Qui il tema della “lotta al sovranismo” è stato patrimonio di élites ristrette quanto apertamente ispirate dai soggetti forti della globalizzazione mondiale6, e semmai i partiti popolari hanno sposato una linea diffusamente identitaria e critica verso la globalizzazione, l’immigrazione, etc. Del pari, anche i due Piccoli Stati mediterranei facenti parte dell’Unione (Malta e Cipro), e l’Irlanda (in realtà Piccolo Stato anch’esso) ne sono stati utilmente risparmiati. In Grecia l’esperienza concreta della globalizzazione dal volto inumano di Alexīs Tsipras (esponente paradigmatico di una sinistra post-marxista tristemente asservita alle multinazionali ed alle banche franco-tedesche) ha cancellato dal dibattito pubblico l’apologia della globalizzazione e il richiamo ad improbabili alleanze trasversali per difendere l’indifendibile7. Ancora più interessante e del tutto peculiare il caso dell’Inghilterra, il cui governo dev’esser considerato probabilmente l’unico veramente “sovranista” in assoluto, e dove i partiti realmente sovranisti ed identitari sono schierati apertamente dalla parte dell’UE8.
Considerando quindi il numero totale di Stati facenti attualmente parte dell’UE, scopriamo che questo dibattito è stato incanalato verso l’ideologia della Santa Alleanza antisovranista solo negli Stati medio-grandi dell’occidente continentale9. Meno del 50% degli Stati dell’UE. E siccome gli Stati nell’architettura dell’UE hanno un peso, ciò come vedremo costituirà immediatamente un bel problema per la tenuta del “cordone sanitario”.

Destra e sinistra, globalismi ed antiglobalisti
L’ideologia del cordone sanitario anti-“sovranisti” possiede un proprio retroterra implicito, e ripropone con un minimo d’adattamento lessicale il consociativismo nato all’indomani della creazione di un Parlamento europeo ancora lungi dall’esser eletto direttamente dai cittadini: la logica dell’ “arco costituzionale” ben nota anche alla storia della Prima Repubblica italiana. Questa logica giustificò la sinergia fra partiti d’eredità democristiana (in Europa soprattutto dopo la fuoriuscita dei Conservatori britannici, il PPE) e socialista (il PSE) per tener fuori dal potere le cd. “estreme”, di destra e di sinistra, salvo ovviamente valersene al bisogno. Essendo il PPE il maggior contenitore politico naturale dei partiti e movimenti filoamericani, e il PSE (soprattutto dopo il crollo dell’URSS e il rientro nei suoi ranghi del già Partito Comunista Italiano) il naturale erede delle aggregazioni “popolari” del secondo dopoguerra, storicamente l’ideologia dell’arco costituzionale (in Europa, della diarchia PPE-PSE) si è rivelato uno strumento per la conservazione degli equilibri generatesi dopo il 1945-55 e la guerra fredda. In Europa oggi ripropone la medesima conventio ad excludendum spostando l’attenzione dall’asse destra-sinistra a quello globalisti-“sovranisti”10. Ignorando in entrambi i casi le conseguenze del terremoto costituito dal 1989, e pertanto condannandosi al fallimento.
Tuttavia il cambio di paradigma c’è ed è oramai acquisito: tramontata la contrapposizione destra-sinistra l’Europa è oramai costretta a ragionare sullo schema globalismo-antiglobalismo11. E su questo asse si divide. Al punto che ogni tentativo d’interpretazione dei risultati delle ultime elezioni europee fermo a vecchi schemi ideologici postbellici non può che essere del tutto fuorviante ed inutile.

Tra le rovine dell’Arco
La geografia spaziale del Parlamento Europeo è, come quello di quasi tutti gli Stati che compongono l’Unione, ancora strutturata secondo il classico schema ottocentesco destra-centro-sinistra. Quest’abitudine ha indotto molti a fare i conti nel modo apparentemente più comodo, sommando ai seggi del classico centrosinistra europeo quelli dei liberali, allargando in tal modo l’Arco costituzionale comunitario (il centrosinistra globalista) e relegando a destra la minoranza dei “sovranisti”. Un errore non solo culturale, ma prima di tutto politico.
Le truppe globaliste sono in realtà asserragliate in un fortino al centro dell’emiciclo di Strasburgo, assediate da destra e da sinistra da truppe strane e sovente sfuggenti, che non portano le solite uniformi, e senza nemmeno potersi fidare delle proprie truppe fino in fondo. Inedite ed antiche linee di frattura hanno dapprima incrinato e poi fatto crollare l’Arco. Un dominio dal centro è diventato un difficile assedio, da troppe parti condotto e probabilmente non più gestibile.
Basta fare un po’ di conti.
Benché le categorie politiche dei media italiani pressoché lo ignorino, il primo dato di novità di queste elezioni europee è la nascita di una vasta, plurale e vigorosa sinistra antiglobalista, d’altronde in Italia pressoché assente. Che ha coscientemente rotto col tradizionale ruolo della sinistra europea, essere cioè puntello degli equilibri di Yalta. In realtà oggi in Europa se esiste una sinistra questa non abita più nei vetusti apparati socialdemocratici e si è lasciata dietro da tempo gli ultimi Mohicani del comunismo irrealizzato. Questa nuova sinistra, che esprime una vastissima percentuale del voto giovanile europeo (soprattutto nei paesi del centro-nord del continente di cultura protestante), è oggi incarnata dai Verdi, una delle pochissime formazioni politiche in netta crescita transnazionale che si è immediatamente smarcata dalle pelose offerte di collaborazione consociativa da parte della triarchia. Questa nuova sinistra ecologista si riunisce nel Gruppo Verdi/ALE, forte di 74 parlamentari, con poco meno del 10% dei voti in Parlamento. Ad essa vanno però aggiunti i consensi di una sinistra-sinistra risolutamente antiglobalista, particolarmente forte in Francia ed in Grecia. Un mondo nuovo, che deve ancora trovare una propria strada, ma che ha scelto di non condividere le strade della neopalude globalista. In tutto non si arriva al 15% dei nuovi europarlamentari. Troppo pochi?

Geografia dei reprobi
Dalla parte opposta dell’emiciclo di Strasburgo dovrebbero venir confinati i rappresentanti dei “sovranisti”. Dopo il 26 maggio troppi media hanno barato sui conti, riportando con un diffuso compiacimento che i seggi dei movimenti e partiti riuniti nel gruppo Identità e democrazia sono 73 ed assommano ad un misero 9,72%. Insomma, un sovranismo mignon, isolato ed imbelle, come dimostra il fatto che non abbia ottenuto nemmeno la presidenza di una Commissione. Numeri esatti, ma menzogneri. Nello stile del mendacio più efficace, quello per omissione. A dimostrazione del fatto che la categoria dei “sovranisti” è un artificio letterario, e che le grida preelettorali contro l’imminente invasione di questi nuovi Hyksos avevano lo scopo di distrarre l’attenzione dagli autentici problemi dell’Unione Europea (e sono tanti) in una logica puramente conservatrice. I dati elettorali dicono altro, ovvero che la galassia dei movimenti critici nei confronti della passata gestione della cosa pubblica comunitaria ospitati alla destra dell’emiciclo di Strasburgo è così vasta e sfrangiata da tratteggiare un “sovranismo” non uno, ma quasi trino, un “sovranismo” 2.5. Seguiamo per un attimo il pessimo uso giornalistico di appioppare questo termine senza discernimento a chiunque sia il nemico del momento, stato dopo stato dell’Unione. Facciamo finta che questo nome copra una cosa. E vediamo dove sono.
Il già citato gruppo Identità e democrazia: riunisce parlamentari della Lega (I), Rassemblement National (F – ex Front National), Alternative für Deutschland (G), Vlaams Belang (B), Freiheitliche Partei Österreichs (A), Perussuomalaiset (F), Svoboda a přímá demokracie (CZ), Dansk Folkeparti (D), Eesti Konservatiivne Rahvaerakond (Est). 73 parlamentari, 9,72%.
Esiste tuttavia un secondo gruppo parlamentare contiguo, Conservatori e riformisti: riunisce parlamentari di Prawo i Sprawiedliwość (PL), Conservative Party (UK), Fratelli d’Italia (I), Forum voor Democratie (O), Nieeuw-Vlaamse Alliantie (B), Vox (E), Sverigedemokraterna (S), Nacionālā apvienība “Visu Latvijai!” (Lt), Familien-Partei Deutschlands (G), Sloboda a Solidarita (Slo), Staatkundig Gereformeerde Partij (O), Staatkundig Gereformeerde Partij (Lt), Hrvatska konzervativna stranka (Cr), Občanská demokratická strana (CZ), VMRO (Bg), Elliniki Lusi-Greek Solution (Gr), Solidarna Polska Zbigniewa Ziobro (PL). 62 parlamentari, 8,26 %.
Infine, all’interno dell’attuale Gruppo dei “non iscritti” (ex Gruppo misto) ritroviamo altri conclamati”sovranisti” attualmente senza casa: 5 Stelle (I), Brexit Party (UK), Democratic Unionist Party (I), Jobbik (U), Alba dorata (GR). 46 parlamentari, 6,2%.
La palese disunione rivela la nota e plateale difficoltà dei movimenti e partiti eurocritici a trovare una piattaforma politica comune. Ma non nasconde l’assai più robusta e diffusa attitudine comune al rigetto dei precedenti equilibri comunitari, oggi reincarnatisi nella triarchia. Questo comune, evidente rigetto mette insieme una percentuale di parlamentari pari al 24,1% dell’emiciclo di Strasburgo. Se volessimo giocare con le percentuali, sarebbe il 2° gruppo del Parlamento europeo, ad un’incollatura dal PPE (24,23%) e ben più rilevante del PSE-S&D, imploso al 20,51%. Se la calura estiva ci inducesse poi ad addizioni ancor più azzardate, potremmo constatare come gli eurocritici di “destra” e di “sinistra” mettono assieme quasi un buon 40% degli eletti. E ciò senza contare i “sovranisti” (provvisoriamente?) a casa altrui, come Fidesz di Viktor M. Orbán (Ungheria) con i suoi 13 seggi12.

Operazione Timmermans
Quanto i numeri nella loro oggettività mentano per omissione è emerso immediatamente nel caso del tentativo di far eleggere il socialista belga Frans Timmermans a Presidente della Commissione Europea il 1 luglio 2019. Un fallimento dagli aspetti tragicomici, che ha immediatamente palesato le fragilità strutturali della nuova triarchia.
I retroscena sono ben noti: nel corso del G20 di Osaka (28-29 giugno 2019), la premier tedesca Angela Merkel si è fatta promotrice di colloqui diretti con Emmanuel Macron e il premier olandese Mark Rutte (per i liberali) e con lo spagnolo Pedro Sanchez (per i socialisti). Scopo dei colloqui, accordarsi in anticipo – fra capi di stato – sulla spartizione delle cariche europee nella nuova logica triarchica, anticipando i lavori parlamentari della settimana successiva13. Ovviamente la spartizione si realizza rapidamente e con consumata professionalità, dribblando lungo il cammino anche una manifesta rivolta dei vari leaders del PPE: Timmermans (PSE-S&D) alla presidenza della Commissione, Georgieva (PPE) alla presidenza del Consiglio Europeo, Weber (PPE) al Parlamento Europeo, il belga Michel o la danese Vestager (liberali) sulla diafana poltrona di “Alto rappresentante per la politica estera dell’UE”, più poltrone minori14. La prassi spartitoria fra vertici di partiti che incarnano i vertici dei grandi stati dell’UE è una caratteristica storica delle istituzioni comunitarie, un modus operandi che ha sempre funzionato; eppure questa volta l’accordo di vertice si schianta contro il più rappresentativo momento della democrazia comunitaria: la plenaria del Parlamento Europeo. Già minato dal plateale “non appoggio” del presidente uscente del Consiglio Europeo, il liberale polacco Donald Tusk, dopo 20 ore di negoziato questo “pacchetto” si sfalda di fronte ad un’opposizione tanto larga quanto eterogenea: Italia (governo “sovranista”), Irlanda (governo PPE), Paesi di Visegrad (governi che spaziano dal PSE al PPE ai Conservatori, con dietro a questi, anonimi fino al momento del voto eventuale, un numero imprecisato di altri Stati ex-comunisti parimenti politicamente variegati). Angela Merkel ammette a bocca storta la sconfitta: “Votare contro l’intero gruppo di Visegrad – ha spiegato la cancelliera – e un paese come l’Italia, quindi contro 100 milioni di abitanti europei, sarebbe davvero difficile, potrebbe portarci a tensioni”; Macron s’adombra e mette il broncio: “Un fallimento… una pessima immagine per l’Europa15. In realtà, un preciso segnale per la triarchia: molti Stati, persino i “piccoli”, indipendentemente dalla loro collocazione all’interno delle famiglie politiche europee, non sono più disposti a delegare il futuro dell’Europa (ed il loro) a un Direttorio franco-tedesco. La lezione greca pare esser stata appresa, e l’Italia non è francamente apparsa isolata e ininfluente come troppi commentatori italofoni hanno sostenuto per ragioni di schieramento. Anzi.

Il singolare “trionfo” di Ursula von der Leyen
Passano pochissimi giorni e la prova d’appello sottolinea ancor più nettamente le fragilità strutturali degli attuali equilibri politici dell’UE. Il 16 luglio viene faticosamente eletta Presidente della Commissione Europea la tedesca Ursula Von der Leyen, ritenuta da tutti i commentatori “molto vicina” alla premier Angela Merkel. Ce la fa con 383 voti a favore, 327 contrari e 22 astenuti. La somma dei voti di popolari, liberali e socialisti ammonta a 444; in più di 100 non la votano, un parlamentare su 4 della coalizione. Nei giorni precedenti la geografia del rifiuto si fa palese, evidenziando nuovamente linee di frattura trasversali che ricalcano una geografia politica fondata sugli stati e non sugli accordi di Osaka, sia pur riveduti e corretti: annunciano ad esempio pubblicamente il loro “no” i socialisti tedeschi, britannici. scandinavi e romeni, attorno ai 50 parlamentari, ossia un terzo del gruppo socialista in Europa16; altri franchi tiratori si contano fra i liberali e (sospettano i commentatori) anche fra i popolari. In sintesi una cristallina manifestazione della smaccata frammentazione interna delle 3 grandi famiglie politiche europee in un momento cruciale.
La Von der Leyen viene eletta solamente grazie al contributo pesante dei 26 eurodeputati polacchi del PiS, il partito al governo in Polonia ed ai vertici del gruppo europarlamentare bollato come “populista” Conservatori e riformisti, e a quello meno pesante del 14 eurodeputati italiani dei 5 Stelle17. Quest’ultimo fatto non dovrebbe sorprendere nessuno: da candidata la Von der Leyen ha cercato appoggio ovunque, avendo ben chiaro lei per prima la fragilità del suo consenso ufficiale poggiato sulla triarchia; non a caso ha incontrato ufficialmente i 5 Stelle fra i primi interlocutori già l’11 luglio, benché questi non abbiano per il momento alcun gruppo di riferimento. “Punto di convergenza” ufficiale, il passaggio del discorso post-elezione della Von der Leyen in cui accenna alla necessità di un “salario minimo europeo”18. Come già accennato, in realtà l’appoggio del PiS polacco è il vero dato politico nuovo del momento, soprattutto perché è giunto senza una contropartita in termini di poltrone: come ha dichiarato una “delle vecchie figure carismatiche della CDU” una settimana circa prima del voto dell’Europarlamento, “…Merkel e Macron hanno voluto portarsi a casa l’intero piatto, mettendo tutti gli altri in condizione di sentirsi dei parvenu, dei vassalli. E allora non stupiamoci se poi ci sarà un po’ di fronda al momento del voto, e soprattutto se ci troveremo in Parlamento una maggioranza a quattro19. Ove il quarto commensale sarà evidentemente l’Eurogruppo “populista” Conservatori e riformisti, a trazione polacca (appunto il PiS), forte – lo ricordiamo – di 62 europarlamentari.

Conclusione
Sarebbe a questo punto fin troppo facile esercitare un variegato registro di ironie in merito all’ideologia del “cordone sanitario” anti-sovranista con cui abbiamo aperto questo breve articolo. E senza voler divinare il futuro, i nuovi equilibri istituzionali dell’Unione Europea evidenziano importanti tratti di novità rispetto a tutti quelli passati: dal seppellimento ufficiale della diarchia PPE-PSE al ritorno degli Stati (persino di quelli “piccoli”); dal veloce decadimento della caricatura dell’asse franco-tedesco (oggi incarnata da un Macron minoranza a casa propria e da una Merkel incapace di rinnovare politiche rifiutate apertamente da buona parte del suo medesimo partito sia in Germania che in Europa); dalla nascita di una nuova sinistra Verde refrattaria ad ogni consociativismo globalista al peso politico reale della galassia “sovranista”, a dispetto delle sue stesse frammentazioni e della sua attuale debolezza in termini di proposta politica comune. Vecchi equilibri vacillano, nuove possibilità si aprono.
Appare evidente che sia comunque iniziata una nuova stagione per l’Unione Europea: forse possiamo riprendere a sperare, credo quia absurdum, in una rinascita europea; forse, dal 2019, una nuova Europa è realmente possibile”.
Adolfo Morganti

Note
1 Cfr. l’Introduzione al presente numero de I Quaderni di Domus Europa.
2 Cfr. http://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/elections-press-kit/0/risultati-delle-elezioni-europee.
3 Riuniti nel nuovo gruppo Renew Europe, definizione imposta dal premier francese Emmanuel Macron per paradossale maquillage elettorale, tanto da coprire un programma di assoluta conservazione degli equilibri e degli orientamenti egemoni nella precedente legislatura comunitaria: un “rinnovamento” che all’indomani del 26 maggio risulta comunque a tutti gli effetti evaporato.
4 Esemplare per concisione e chiarezza a tal proposito la lettera inviata a nome del Movimento Europeo dal suo Presidente, Pier Virgilio Dastoli, su Avvenire, all’indomani delle elezioni europee.
5 Cfr. sul tema i molteplici contributi dedicati alla ex-DDR contenuti nel numero 12/2018 di Limes, dedicato a “Essere Germania”.
6 Oramai quasi ogni cittadino europeo oramai conosce le polemiche attorno alla presenza operante della Open Society Fondation e le controverse attribuzioni che contornano la figura del suo ideatore, il magnate statunitense d’origine ungherese George Soros. Anche se, ovviamente, la sua Fondazione è ben lungi dall’essere in ciò isolata sia in Italia che nel resto dell’Unione Europea.
7 Syriza, il partito di Tsipras, è stato infatti protagonista di uno dei più marcati crolli elettorali delle ultime elezioni europee, fermandosi al 23,9% dei consensi. Parallelamente va ricordato l’interessante esordio della sinistra antiglobalizzazione di Yanis Varoufakis.
8 È ovviamente il caso dello Scottish National Party.
9 Sarà infine solo il caso di rammentare che nel secondo e terzo Stato dell’Unione Europea per numero di abitanti, Francia ed Italia, questo richiamo massmediale non ha impedito che in entrambi i casi gli elettori consegnassero la vittoria a movimenti apertamente “sovranisti”, vittoria rafforzata dalla crescita dei movimenti antiglobalisti “non classificati” come i 5 stelle italiani o della sinistra antiglobalizzazione francese di Jean-Luc Mélenchon (su di lui vedi http://temi.repubblica.it/micromega-online/dai-gilet-gialli-al-sovranismo-vi-racconto-chi-e-melenchon/).
10 Ovviamente, come ogni schema anche questo possiede le sue eccezioni che finiscono per rafforzare la regola. Esemplare il caso della Danimarca, in cui la nuova premier socialdemocratica, Mette Frederiksen, ha vinto pochi giorni dopo le elezioni europee le elezioni politiche con il 25% dei voti (che le hanno garantito la maggioranza assoluta dei seggi al parlamento danese, 90 su 179) facendo propria e con grande energia tutta la retorica anti-immigrazione (la “tolleranza zero”) che la vulgata attribuisce come tratto spregevole ai “sovranisti”, e prosciugando con ciò il 50% del bacino elettorale della destra “sovranista” locale, il Dansk Folkeparti, calato dal 21 al 10% dei voti. Con notevole coerenza la sinistra italiana non ha mancato di salutare l’oggettivo trionfo di questo ircocervo social-sovranista come “un segnale positivo per la crescita della sinistra europea”: cfr. https://www.repubblica.it/esteri/2019/06/05/news/ danimarca_elezioni_risultati_ socialdemocratici_ immigrazione-228057918/.
11 Il tema della globalizzazione (e della sua critica) è di per sé sconfinato; il lettore italiano curioso troverà comunque utili riferimenti, bibliografie e riflessioni in tre preziosi testi di Franco Cardini: L’invenzione dell’Occidente, Rimini 2004, La globalizzazione, fra nuovo Ordine e caos, Rimini 2005, e (assieme a Marina Montesano e Stefano Taddei) Capire le multinazionali. Capitalisti di tutto il mondo, unitevi!, San Marino 2012.
12 Il quale, continuando a giocare, se venisse effettivamente espulso dal PPE come richiesto da più parti, fungerebbe da paradossale ago della bilancia, portando l’immaginario partito unico dei sovranisti al 1° posto del Parlamento europeo. E, più seriamente, è per questo non è stato espulso dal PPE a dispetto di ogni clamore mediatico. Ma il gioco non finisce qui: che accadrebbe/accadrà in caso di Brexit e dell’uscita da Strasburgo di Conservatori, alleati nordirlandesi e Brexit Party?
13 Stile colloquiale che ben evidenzia l’usuale ben scarsa considerazione delle Istituzioni parlamentari comunitarie da parte dei premier di Germania, Francia e Spagna, con l’Olanda di scorta, fatto che scatenerà alcune veementi dichiarazioni trasversali nel Parlamento di Strasburgo.
14 Vedasi l’accurata ricostruzione di G.M. Del Re su Avvenire, 2 luglio 2019, pag. 6.
15 Riportato in Idem. È interessante notare il lapsus della Merkel, che rimuove l’Irlanda a guida PPE dal fronte degli stati che han fatto crollare il “patto di Osaka”.
16 Dati segnalati da G.M. Del Re su Avvenire, 11 luglio 2019, pag. 7 e 12 luglio 2019, pag. 21.
17 Segno di un consolidato provincialismo è la corale titolazione dei media italiani, che “sparano” i voti grillini come unici salvatori della neoeletta trascurando quasi totalmente il “caso” polacco, in prospettiva ben più interessante.
18 Questo voto d’altronde è il frutto di un rapido avvicinamento dei 5 Stelle verso un nuovo porto politico, dopo la dissoluzione del vecchio gruppo euroscettico che li vedeva assieme al britannico Farage. Caso al momento unico di “sovranismo” in via di conversione al centro, chi scrive scommette su una loro adesione al gruppo Renew Europe (liberali) una volta superata l’esperienza dell’attuale governo italiano.
19 Riportato da G. Ferrari nel suo articolo su Avvenire, 11 luglio 2019, pag. 7.

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