Minima Cardiniana 271/4

Domenica 1 marzo 2020, I Domenica di Quaresima

IL “PASTICCIACCIO BBRUTTO” DI CIVITANOVA MARCHE
Ancora sui fatti di Civitanova Marche e sul dovere della correttezza sia nel confronto tra idee, sia nella ricostruzione dei fatti.

QUEL CONTRADDITTORIO SU FASCISMO E RESISTENZA CHE (NON) PUÒ ESISTERE
(il contenuto di questa nota è stato già comunicato via e-mail da un paio di giorni ai diretti interessati: lo ripubblichiamo qui, con qualche aggiunta e variante delle quali gli interessati sono invitati a prendere atto per il corretto proseguimento del dialogo).
In merito alla vicenda che ha coinvolto il professor Matteo Simonetti a Civitanova Marche (della quale abbiamo parlato nei Minima Cardiniana 269/5 del 16 febbraio e 270/3 del 23 febbraio scorsi), diamo spazio, per un giusto confronto, all’Anpi di Civitanova Marche nella persona di Angelo Gattafoni, che è intervenuto su Facebook, pagina ufficiale di Franco Cardini, per esprimere il proprio dissenso in merito ai contenuti dei due articoli.
Innanzitutto, si riportano i commenti di Angelo Gattafoni su Facebook. Il primo si riferisce al Minima 269/5 (titolo: “Un altro episodio di liberticidio nel mondo della scuola”), che altresì riporta integralmente l’articolo apparso sul quotidiano “il Giornale” firmato da Luca Sablone (“Professore critica l’Anpi: un mese di sospensione e stipendio dimezzato”). Questo il commento:

“ESIMIO PROFESSORE SE LEI, CON TUTTA LA SUA PREPARAZIONE ED ESPERIENZA, È APPASSIONATO DE “IL GIORNALE” CREDO CHE NON CI SIA RIMEDIO. MENTRE PUÒ RIMEDIARE AL FATTO CHE HA PONTIFICATO SU CIRCOSTANZE DI FATTO BEN DIVERSE DA QUELLE CHE LE SONO STATE FORNITE. BASTA CHE VADA SULLA PAGINA DEL PROFESSORE CHE FA LA VITTIMA, MATTEO SIMONETTI, E POTRÀ VERIFICARE CHE COSTUI SCRIVE COSE OLTRE I CONFINI DELLA REALTÀ; COME IL FATTO CHE NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO TEDESCHI SI VIVESSE DA PAPI, CON PISCINE, SOFISTICATI CENTRI MEDICI, LOCALI DI SVAGO CON PROSTITUTE… ECC.”

Da notare che Angelo Gattafoni, sui social, almeno in questo caso ha sempre utilizzato il maiuscolo. Dopo questo commento, ho invitato lo stesso Gattafoni a fornirmi le “prove” delle esternazioni del professor Simonetti che egli ritiene “al di fuori della realtà”, prove che lo stesso Gattafoni mi ha gentilmente inviato, insieme a una nota che si riporterà qui sotto. Dalle “prove” inviate, non risulta che le parole del professor Simonetti siano quelle che il signor Gattafoni gli attribuisce e che riguardano semmai altre fonti di provenienza dello stesso Simonetti, il quale asserisce però che esse sono state manipolate su Facebook. L’esigenza di chiarimento diventa ancora più urgente.
Il testo del secondo messaggio su Facebook (commento al Minima 270/3: “Libertà d’insegnamento e libertà di pensiero”) è invece il seguente:

“ESIMIO PROFESSORE, MI PERMETTO, QUALE CITTADINO DI CIVITANOVA MARCHE, DI INTERVENIRE ANCHE SU QUESTO SUO POST. LEI INSISTE NELLA SUA POSIZIONE BASANDOSI SOLO SULLA TESI DEL PROFESSOR SIMONETTI E SULL’ARTICOLO DE “IL GIORNALE” TRADENDO, CREDO, UNO DEI CAPISALDI DELL’ATTIVITÀ DI UNO STORICO, CHE DOVREBBE FARE LE VERIFICHE DEL CASO. GUARDI ED ASCOLTI IL VIDEO DELL’INTERVENTO DEL PROFESSORE. INOLTRE NEL PRECEDENTE SUO POST È INTERVENUTO IL SIG. DAVID NIERI CHE, VOLENTIERI, MI HA COMUNICATO IL SUO INDIRIZZO DI POSTA ELETTRONICA PER FARGLI AVERE COPIA DEI POST DEL PROFESSORE SU FB. SE ANCHE LEI MI FA AVERE IL SUO INDIRIZZO LI INVIERÒ SOLLECITAMENTE ANCHE A LEI, IN MODO CHE POSSA FARE LE VERIFICHE CHE SONO MANCATE”.

Di seguito, pubblichiamo la nota pervenuta via mail (più sopra abbiamo rispettato la scelta del signor Gattafoni, che evidentemente ama quel che i latini definivano litterae capitales, eminentemente usate in sede epigrafica, e che correntemente noi definiamo “maiuscole”. La scelta ci è francamente apparsa un po’ enfatica per non dir retorica, forse addirittura un po’ “fascista”: ma ognuno è ovviamente libero delle opzioni che preferisce, anche in sede grafica). Per conto dell’Anpi, viceversa, il signor Gattafoni è tornato (come vediamo più sotto) a scelte di “minuscola”: che del resto altro non è che la gloriosa littera antiqua che i nostri umanisti credevano propria dell’antichità romana, mentre in realtà risale all’età carolingia che anche la stampa ha rivalorizzato trasmettendola a noi moderni. L’opzione per la minuscola ci è apparsa più adatta alle posizioni politiche del signor Gattafoni: ci congratuliamo per il suo ritorno a una sensibilità anche graficamente più democratica.

Commento di Angelo Gattafoni per conto dell’Anpi, pervenuto via mail

L’intervento del prof. Simonetti, sostanzialmente, è da considerare un tentativo di riscrivere la storia del fascismo negando l’evidenza dei fatti, così come risultano da testimonianze dirette, ricerche storiografiche e sentenze. Ha affermato chiaramente che va rifiutato il principio secondo cui l’antifascismo è un valore fondante della Repubblica e che sono ingannevoli i libri più accreditati sul fascismo ed i suoi crimini.
Il tutto basando il suo convincimento sulla “libertà di pensiero”, ma confondendo il libero dibattito delle idee con la negazione dei crimini del fascismo. Questo non sarebbe un pensiero libero, ma mistificazione, falsificazione ed inganno. Il professor Simonetti è arrivato ad affermare che il divieto della ricostituzione del partito fascista non sarebbe norma costituzionale essendo contenuto nelle Disposizioni transitorie.
Esiste un filmato dell’incontro ai Licei, ma sarebbe incompleto il ritratto del professore in questione se non si prendesse in considerazione la sua frenetica e pubblica attività su Facebook, in un primo tempo con il profilo a proprio nome e, dopo che gli è stato chiuso da FB, con il nome di Giorgio Parazzune.
Dai suoi innumerevoli commenti emerge la conferma reiterata di quanto ha detto nel suo intervento, ma anche una cervellotica strategia, proposta ai lettori per introdurre gli stessi principi liberticidi, violenti, antidemocratici del fascismo senza rifarsi esplicitamente ad esso; che è proprio quello che la Costituzione vieta.
L’acme delle sue gravi stravaganze è nella narrazione secondo cui nei lager nazisti si faceva la pacchia con piscine, centri medici di eccellenza, teatri, prostitute e menù eccellenti.

Alcune note redatte a cura di David Nieri a proposito del documento Gattafoni-Anpi
Il video “incriminato” lo abbiamo visto più volte. E, per una questione di trasparenza e correttezza, vorremmo che anche voi dedicaste un quarto d’ora del vostro tempo prezioso per darci un’occhiata:

A nostro avviso, le premesse del professor Simonetti (libertà di pensiero, confronto, democrazia e “fascismo”) sono ampiamente condivisibili. Simonetti utilizza toni pacati e non oltrepassa le “regole democratiche” alle quali, a nostro avviso, giustamente si appella. La questione, richiamata dalla nota di Angelo Gattafoni, riguardante il divieto di ricostituzione del partito fascista (legge Scelba), contenuto in una disposizione transitoria (la XII), può certamente rappresentare motivo di tensione, anche se, dal video, sembra che il professor Simonetti tenga a sottolineare che la Scelba è una “Disposizione transitoria e finale” e quindi diversa dagli articoli che sono parte dei “Princìpi fondamentali”, della prima (“Diritti e doveri dei cittadini”) e della seconda parte (“Ordinamento della Repubblica”) della Costituzione italiana. Viene subito interrotto, ma Simonetti non nega affatto l’appartenenza della legge Scelba alla Costituzione, anzi, ne è consapevole e lo ammette.
Nel video si sentono chiaramente alcuni commenti che provengono dal pubblico (ma non dagli studenti). Da un “no” sussurrato quando Simonetti parla di necessità di pacificazione a un “non lo fate parlare” in prossimità della fine. Molto gravi, a nostro avviso. Come molto gravi si rivelano le parole dell’autore del libro che l’Anpi di Civitanova ha invitato a presentare, ovvero Andrea Martini. Il libro in questione è
Dopo Mussolini. I processi ai fascisti e ai collaborazionisti (1944-1953), Viella, 2019. Martini sostiene di essere sorpreso dal fatto che “su certe questioni, come quella della Resistenza e del fascismo, ci debba essere la necessità di un contraddittorio”. Applausi da parte del pubblico (ma non quello dei ragazzi della scuola). Lo stesso concetto è ribadito dal presidente provinciale dell’Anpi Lorenzo Marconi durante un’intervista a RadioErre. Marconi non vuole confrontarsi con Simonetti (presente in studio), ma pronuncia le stesse parole di Andrea Martini all’autore dell’intervista, Asterio Tubaldi: nessun contraddittorio su certe questioni.
Venendo agli altri punti citati nella nota: Simonetti può tranquillamente ritenere che alcuni libri sul fascismo siano faziosi e non obiettivi, è un suo diritto. Non nega, a quanto mi risulta, i crimini del fascismo. L’impressione che si trae dal video è quella di un’occasione mancata per un approfondimento costruttivo.
Veniamo poi agli altri punti del commento, che riguardano “la sua frenetica e pubblica attività su Facebook”. Il fatto che un profilo sia stato chiuso (lo veniamo a sapere proprio da Gattafoni) è comunque un chiaro segnale che sui social la libertà di pensiero è bandita. Perché nei post che ci sono pervenuti, a proposito dei quali si può dissentire sui contenuti e sull’opportunità o meno, da parte di un professore di liceo, di pubblicarli, non ravvisiamo alcun reato.
Ne riportiamo alcuni tra i più significativi.
Post del 18 ottobre 2018. Simonetti commenta un articolo del Secolo d’Italia dal titolo: “L’Anpi alla Mussolini: tuo nonno era un criminale, e ora denunciaci pure”. Simonetti scrive:
“Mi sarebbe proprio piaciuto che fosse stato processato… chissà perché l’hanno ucciso a tradimento e fatto sparire le famose carte…”. Anche noi riteniamo che un processo a Mussolini, anziché un’esecuzione, fosse la soluzione più giusta.
Post del 25 aprile 2016:
“Festeggiate la Liberazione, schiavi!”. A questo proposito si aprirebbero parentesi infinite. Come il fatto che dal dopoguerra la sovranità italiana si è completamente eclissata all’ombra della Nato.
In un post Simonetti parla di un partito socialista patriottico, che dovrebbe “eliminare gli aspetti esteriori […] e tutta la retorica deleteria, dal vestiario alle pose”. Vorremmo ricordare che i due partiti estremisti di destra, ovvero Casa Pound e Forza Nuova, sono democraticamente riconosciuti dalla nostra Costituzione. E la fondazione di un partito “socialista e patriottico” non significa ricostituzione del “partito nazionale fascista”.
In merito invece ai lager e al “vivere da papi” con piscine, medici, svaghi e prostitute il post “incriminato” è quello del 4 maggio 2016. Simonetti scrive:
“Sta per essere approvata la legge contro il revisionismo storico. Quello che sto per dire non lo penso. Nel senso che non ho ancora preso una posizione, che non ci ho sufficientemente meditato su, che non sono del tutto sicuro del suo contrario. Allora perché lo dirai? – mi chiederete. Perché se le cose andranno come stanno andando e mi ritrovassi, che so, tra 5 anni, a pensare una sola delle cose che sto per dire, e solo in parte, non potrei più dirla. Se lo facessi andrei in galera anche per 6 anni. 6 anni, in un luogo in cui i pluriomicidi escono per buona condotta e i grandi truffatori non si fanno manco un giorno, sono veramente una enormità. Si tratta di una pena dal volto politico, non c’è dubbio. È pura espressione di potere. Allora finché sono in tempo le dico tutte, pur non pensandole. Esagererò, per assaporare una libertà che forse non avrò più, quando lo stato di polizia intellettuale sarà compiuto, quando mi (e vi) sarà impedito, negando l’accesso a certi contenuti, perfino di pensarle. Quindi non lo penso ma voglio dire che una soluzione finale alla questione ebraica come sterminio, senza una parola scritta su questo, non regge. Non lo penso ma voglio dire che questo sterminio non è coerente con la presenza di una piscina per i detenuti ad Auschwitz. Né con un teatro e una orchestra del campo, né con cure assidue ed un ospedale nel quale Levi trascorse settimane, né con una profilassi sanitaria. Non lo penso ma voglio dire che il presunto sterminio non è compatibile con il fatto che a Mauthausen i detenuti andassero a prostitute regolarmente e le pagassero, così come acquistassero cioccolata e sigarette, come risulta da testimonianze video di sopravvissuti da me personalmente esaminate in loco. Né è compatibile con la presenza di denaro sostitutivo stampato e circolante nei campi, da me personalmente visto in musei in Germania. Non penso ma lo voglio dire che il numero ufficiale dei gasati non è compatibile con la capienza anche solo teorica di camere a gas e forni. Né la natura dello ziklon B con le testimonianze sulle modalità del suo utilizzo. Non lo penso ma voglio dire che lo sterminio sistematico dei non produttivi non è compatibile con l’alto numero di sopravvissuti fino a ieri, che quindi all’epoca erano bambini. Non lo penso ma vorrei dire che non è compatibile, tale soluzione finale, con la assenza di foto aeree probanti dei campi, fatte dagli alleati, né con le ispezioni della Croce Rossa. Non penso ma vorrei POTER dire queste ed altre cose, e studiarle, e dibatterne senza andare in galera, come avviene per QUALSIASI altro argomento di qualsiasi natura, altri genocidi compresi. Penso e dico che tutto ciò che gli ebrei hanno subìto in quegli anni è stato comunque abominevole ingiusto, colossale e colpevole. Vorrei però poter pensare e dire che la criminalizzazione pretestuosa del POPOLO tedesco sia avvenuta e che questa verità debba poter essere pensata. Ecco, ora ho detto tutto ciò che ora NON penso, solo perché in un giorno futuro se lo pensassi potrei non poterlo più dire. Ho esercitato una libertà fondamentale, la libertà di pensiero e di espressione dello stesso e adesso crocifiggetemi in nome dell’oscurantismo”.

Sono affermazioni che ovviamente meriterebbero un’approfondita analisi, forse un’opportuna contestualizzazione, magari, in alcuni casi, persino una confutazione. Ma, in conclusione, Simonetti non nega la Shoah, né si permette di giustificare (tutt’altro!) in alcun modo lo sterminio degli ebrei. Anzi, ne sottolinea e ne evidenzia la gravità. Il suo post intende stigmatizzare alcuni aspetti relativi a una legge che potenzialmente potrebbe impedire alla storiografia di mettere in luce alcune zone d’ombra, le stesse che alcuni studi assolutamente degni di attenzione (Norman G. Finkelstein, per esempio, o Paul Rassinier, senza dimenticare David Irving, etichettati erroneamente come “negazionisti”) hanno tentato di scandagliare.

Risposta formale di Franco Cardini al signor Angelo Gattafoni
Esimio Signor Gattafoni,
anzitutto il mio indirizzo e-mail è fc40@outlook.it ed è a libera disposizione di tutti i corrispondenti dei “Minima Cardiniana” e di chiunque voglia scrivermi: sempre con la necessaria discrezione perché i giorni hanno 24 ore ciascuno e le cose da fare sono molte.
Non conoscendoLa, non posso giudicare né il suo livello di preparazione né – soprattutto – la sua buona o malafede: cosa che del resto non potrei comunque permettermi di fare. D’altronde, come tutte le persone civili e corrette, quando non ho sufficienti dati per valutare qualcuno mi attengo al principio che sia bene partire da un giudizio tendenzialmente favorevole, cioè al meglio possibile e col massimo rispetto per lui. Ciò corrisponde, mutatis mutandis, alla nota massima del diritto romano in dubiis pro reo.
Quindi, a tutt’oggi, mi limito a osservare che Lei non conosce abbastanza quello che scrivo e che fornisce con leggerezza (ignoro se accompagnata da quale grado di competenza) un parere azzardato sulla qualità del mio lavoro d’insegnante e di ricercatore di storia (non dico di “storico”: parola grossa). Mi permetto di farLe osservare quanto segue:
1. Utilizzando i dati forniti da “Il Giornale” mi sono limitato a notare che, se essi corrispondono a verità, sono gravissimi. Le sarò riconoscente se Lei mi dimostrerà che al professor Simonetti, il quale nell’Istituto nel quale insegna e in presenza di studenti di esso ha chiesto d’intervenire su una relazione a proposito della quale non era d’accordo e sulla quale presumo avesse fondati (non dico né giusti né corretti: ma, ripeto, fondati) motivi di dissentire, è stato impedito di prendere liberamente la parola non già dai superiori e dai colleghi del suo Istituto (il che sarebbe stato increscioso ma non illegittimo), bensì da persone ad esso esterne. Ciò costituisce nella migliore e minimalistica delle cose un grave attentato alla libertà d’insegnamento, se non vogliamo parlare addirittura d’interruzione di pubblico servizio dal momento che il professor Simonetti chiedeva d’intervenire su argomenti di carattere storico all’interno dell’Istituto scolastico del quale è docente ufficiale;
2. Sul contenuto degli interventi del professor Simonetti e sul carattere delle sue posizioni, che Lei giudica mi sembra molto genericamente e sbrigativamente, accetto e faccio miei gli argomenti della replica che Le indirizza il dottor David Nieri in termini che mi sembrano rispettosi, corretti e documentati (compresa la completa citazione di un passo del professor Simonetti, sul quale si potrà e magari si dovrà discutere all’infinito ma la formulazione del quale, giusta o ingiusta che sia, è legittima; tra l’altro, quanto Simonetti rileva per esempio a proposito dei rapporti fra l’Italia e la NATO costeggia temi propri di una parte almeno della “sinistra” e non dovrebbe esserLe né ostico, né estraneo);
3. Sulla personalità di docente e di studioso del professor Simonetti, al di là di qualunque sua opzione politica che peraltro non è qui oggetto d’indagine, mi sono fatto un’idea scorrendo la bibliografia della sua produzione specifica, che mi sembra affidabile e decorosa: ovviamente vi sono in essa aspetti e giudizi che possono perfettamente venir contestati, a patto di farlo con argomenti precisi, non già né con contumelie né con giudizi di condanna che hanno lo sgradevole sapore di un tentato linciaggio etico-politico. Strumenti del genere sono indegni di un libero dibattito che dovrebbe servire alla reciproca crescita delle parti che lo intraprendono. Quanto alla diatriba su “negazionismo” e “revisionismo”, si tratta di un ferrovecchio polemico usato ancora da certa pubblicistica politica di retroguardia, ma che non trova effettivo riscontro tra i cultori scientifici seri di storia contemporanea. D’altronde, il fatto che il professor Simonetti sia stato invitato ufficialmente in uno stage dell’Università di Salamanca parla da solo. Le assicuro che esistono accademici illustri e noti intellettuali che ambirebbero a un riconoscimento di tale qualità. Se poi Lei è sicuro di quanto scrive e sostiene, La invito a far avere al più presto al rettorato dell’Università di Salamanca un dossier completo relativo al pensiero e all’attività del docente in questione: sono sicuro che tale Istituzione Le sarà riconoscente per averla aiutata a identificare un personaggio indegno dell’ambìto riconoscimento che essa gli ha elargito (ma attenzione sempre a non incorrere nell’invito a riconoscere un “reato d’opinione”: il che sarebbe inaccettabile in quanto contrario al principio della libertà di pensiero e di espressione alla quale tutti concordi teniamo);
4. Quanto a me, Le sono riconoscente per l’attenzione che mi dedica e prenderò volentieri in seria considerazione il Suo giudizio sulla mia attività professionale, se e appena Lei avrà la compiacenza di esprimerlo in maniera articolata e fornendo al riguardo le prove di possedere quella necessaria competenza che, finora, non ha ancora palesato. Per il momento constato che Lei dà mostra di non sapere affatto né chi io sia, né di che cosa io mi occupi. Il che non è per nulla grave, intendiamoci: io sono l’ultimo degli uomini. Ma diventa grave se Lei pretende di giudicarmi. Anzitutto, grazie a Dio non ho mai “pontificato” in vita mia, come ben sanno i miei colleghi e i miei allievi; quanto al fatto poi che io tradisca “i capisaldi dell’attività dello storico”, La invito a provare con uno scritto circostanziato la Sua accusa, se ne ha i mezzi e le competenze necessarie. Dichiaro formalmente che farò pubblicare a mie spese la Sua risposta nelle sedi che Lei riterrà più opportune, qualora essa sia improntata al rispetto dei requisiti di serietà scientifica e sia fondata su argomenti significativi (a proposito dei quali accetterò il giudizio di esperti obiettivamente qualificati designati da Lei e che si affiancheranno a quelli che sarò io a indicare per un giudizio che sia con certezza equo e affidabile); ove Lei preferisca invece replicare con un pamphlet politico-propagandistico, quindi non significativo in sede critica, lo farò comunque conoscere sul mio blog senza modificarlo nemmeno di una virgola;
5. È ad ogni modo profondamente, notoriamente falso ed errato che io sia “appassionato de ‘Il Giornale’”, organo sul quale attualmente scrivono alcuni fra i miei principali avversari e detrattori. I dati obiettivi e incontestabili, del resto di pubblico dominio, sono i seguenti: sono entrato nella redazione de “Il Giornale”, come collaboratore esterno, nel 1982 su richiesta diretta e personale di Indro Montanelli, che pure sapeva bene fino a che punto su molti argomenti non concordavamo (dalla storia d’Italia in genere alla valutazione, molto differente dalla sua, relativa all’Occidente, al Risorgimento italiano ed europeo, al sistema liberal-liberistico, alla Chiesa cattolica, al socialismo eccetera) ma che mi stimava e che io stimavo – e me ne vanto –; tra 1982 e 1984 ho firmato su quell’organo decine di elzeviri, articoli e recensioni; nel 1994 non ho seguito Indro, e con molto affettuoso rammarico, quando egli ha fondato “La Voce”, e ho preferito restare al posto nel quale del resto era stato lui a collocarmi. In seguito però mi sono decisamente allontanato da “Il Giornale” in quanto radicalmente contrario al suo nuovo corso nettamente filoatlantista, filoliberista e filoberlusconiano (Montanelli rispettava tutte le idee e le posizioni, comprese quelle che esplicitamente non condivideva e tra cui c’erano spesso le mie; nei suoi successori non ho riscontrato altrettanto cavalleresca disposizione). Già con la prima guerra del Golfo del resto, ma con maggior rigore in seguito – meno a mano che cresceva nell’opinione pubblica occidentale la “questione islamica”, e definitivamente con la scellerata presidenza Bush jr. negli Stati Uniti –, mi sono distanziato dalle posizioni di quel quotidiano al quale pur tanto dovevo, ma del quale non me la sentivo di diventar complice. In seguito, non sono mancate le polemiche e gli scontri anche aspri.
Per chiarirsi le idee su quello che “Il Giornale” (e altri quotidiani, quali “Libero” e “La Verità”) pensano e dicono di me, La invito a rintracciare e a rileggere i vari contributi per esempio di Morigi, di Del Bosco, di Del Valle, di Langone, di Capozzi, di Gervasoni, di Borgonovo e di altri. Le ricordo che, quando nel 2004 si affacciò l’idea di una mia candidatura a sindaco di Firenze, “Il Giornale” – patron toscano del quale era il senatore Verdini – uscì a nome della “destra” cittadina con un titolo a tutta pagina che suonava letteralmente: “Un coro di No! allo Ayatollah Cardini”. Le ricordo altresì che negli ultimi anni la mia firma è uscita spesso sulla prima pagina di un quotidiano come “Il Manifesto” e che sarò relatore ufficiale alla manifestazione per la pace e contro la NATO che si terrà il 25 aprile prossimo al cinema Odeon di Firenze organizzata del sodalizio NO Guerra – NO NATO, che mi risulta in contatto anche con l’ANPI;
6. A proposito di ANPI. Ho polemizzato spesso francamente e lealmente con tale associazione, con la quale tuttavia sono in rapporti di frequente e cordiale collaborazione, come con l’ANPPIA. A me interessa la verità, credo che ci si possa arrivare attraverso il confronto tra idee diverse e apprezzo tutti coloro che hanno il coraggio di difendere lealmente le proprie idee, specialmente se minoritarie e magari scomode. S’informi ad esempio presso gli amici dell’ANPI e dell’ANPPIA di Livorno, città non esattamente nota come caratterizzata da diffusi sentimenti “di destra”. S’informi sul mio conto presso personaggi come il mio collega e concittadino professor Ugo Barlozzetti, illustre studioso, da anni impegnato civicamente nelle formazioni dell’estrema sinistra cittadina (non solo parlamentare); o presso il senatore Riccardo Nencini, ex-presidente del PSI; o presso il senatore Vannino Chiti, ex esponente del PCI e attualmente del PD. Raccolga il giudizio su di me espresso da personaggi tutti esplicitamente schierati a sinistra come Luciano Canfora, Giulietto Chiesa, Manlio Dinucci, Giuseppe Padovano e Tommaso Di Francesco de “Il Manifesto”. Consideri che, insieme con Luciano Canfora, fui già molti anni fa sostenitore presso l’editore Teti di Milano dell’edizione della versione italiana della Storia universale dell’Accademia delle Scienza dell’Unione Sovietica. Con tutto ciò, non intendo assolutamente rivendicare meriti “di sinistra” che non m’interessano: ma le mie posizioni Le saranno chiarissime, se non altro, scorrendo i 270 numeri dei “Minima Cardiniana” presenti on line. Se lo avesse già fatto, avrebbe evitato i giudizi avventati e calunniosi che invece ha con leggerezza espresso nei miei confronti;
7. Ho già intavolato con il Suo corregionale marchigiano Matteo Biscarini di Osimo, presidente del prestigioso Istituto Campana, convinto e professo “comunista storico” e grande galantuomo, un lavoro esplorativo sulla possibilità di organizzare un dibattito generale sullo stato della cultura nonché della libertà di corretta informazione nella scuola (e nella società) italiana. Sia chiaro però che nell’incontro di Osimo parleremo esclusivamente di libertà della cultura, libertà dell’insegnamento e dignità della scuola: NON tratteremo per l’ennesima volta l’incidente di Civitanova Marche, fermo restando che su ciò potremo tornare in altra sede, a partire da Civitanova stessa. L’amico David Nieri è disposto a raccogliere in volume a sue esclusive spese per la sua casa editrice, Edizioni La Vela, sia gli atti del dibattito di Osimo sia quelli di un’eventuale giornata dedicata al “caso” che ha coinvolto Lei e il professor Simonetti, gli atti di quella giornata, e sarebbe onorato di farlo in collaborazione con l’ANPI di Civitanova Marche. I due eventi vanno considerati nettamente distinti e separati, fermo restando che in nessuna sede impediremo la libera parola di chiunque voglia contribuire al dibattito.
8. Vengo a sapere da Lei, e La ringrazio, che il professor Simonetti è stato “oscurato” su Facebook. Sono certo – per quanto Lei, nel riferire il fatto, non lo dichiari esplicitamente – che Lei sarà d’accordo con me che questa censura è un inaccettabile attentato alla libertà di pensiero e di espressione: e tanto più offensiva per Lei, in quanto proprio Lei in quanto avversario della tesi di Simonetti rischia di venir coinvolto nel sospetto di approvazione di un’iniziativa liberticida. Qui non si tratta dei contenuti dei messaggi veicolati, ma della libertà in se stessa. La invito a far pervenire a Facebook, anche per tutelare la Sua immagine etica, le espressioni della Sua indignazione; da parte mia farò lo stesso;
9. Invio questa mia memoria, qui pubblicata, anche al professor Simonetti, al preside dell’istituto Da Vinci di Civitanova Marche e al presidente Biscarini, autorizzando fin d’ora chiunque lo voglia a diffonderne liberamente e integralmente il contenuto. Ciò essenzialmente e primariamente nel nome della trasparenza, che è valore fondante della convivenza democratica secondo la quale gli avversari politici non sono mai “Nemici”, bensì interlocutori interessati ai comuni valori di verità e di libertà.
Franco Cardini

N.B. Matteo Biscarini, presidente del Campana, mi fa cortesemente sapere di non essere professore, bensì perito industriale. Non gli risponderò, come avrebbe fatto il principe Antonio De Curtis, “Lo diventerà”, bensì congratulandomi con lui per lo scampato pericolo: vista la roba che gira tra scuole e università, non esser professore ormai è quasi un titolo di merito; del resto si potrebbe dire lo stesso anche di molti politici e parlamentari. Ho suggerito all’amico Biscarini di rispondere, a chi lo appella chiamandolo professore, con un energico “Professore sarà Lei!”. D’altra parte è normale pensare che il presidente di un Istituto come il Campana sia professore. Ma oggi mala tempora currunt.

Nota del professor Matteo Simonetti
Ringrazio ovviamente sia Cardini che Nieri per le ottime parole, cosciente del fatto che si stia combattendo una battaglia oggi più che mai urgente e a vantaggio di tutta la comunità. Il Preside Ansovini del liceo di Civitanova, intanto, si è reso disponibile ad organizzare a scuola un incontro chiarificatore con la presenza del Prof. Cardini, appena si calmino le acque per il Coronavirus. L’urgenza, dicevo, è data dagli ultimi esiti del giro di vite sulla libertà del cittadino: gli ultimi accordi Zuckerberg-Ue sulla collaborazione per la repressione del dissenso al pensiero unico in rete; la legge per le intercettazioni; la volontà di eliminare la prescrizione. Si stanno approntando tutti gli strumenti giuridici per l’arrivo alla “fine della storia” in tal senso.
La manipolazione del mio post, che poi è stato preso a pretesto per la mia sospensione, è qualcosa di kafkiano oltre che orwelliano: l’Anpi, seguita docilmente dall’Ufficio scolastico regionale, ha tagliato per otto volte i miei “Io non penso che” trasformando il significato di ciò che dicevo nel suo contrario, con uno stratagemma retorico che manco un bambino delle elementari adotterebbe, ma che è stato preso per buono. Ci rendiamo conto della sua pericolosità? Se anche il principio logico della non contraddizione viene negato in ambito giuridico qui si arriva ad un’epoca pre-logica, alla faida. Mi si accusa di negazionismo tagliando anche la chiosa del mio post, quando dico che ciò che il popolo ebraico ha subito è stato colpevole, colossale e abominevole. Come potrei negare qualcosa dicendolo colossale? La questione è questa: con un impeto ideologico che aumenta man mano che se ne capisce l’inattualità, si cerca di cancellare parti della storia che sono scomode, così come si taglia un post per accusare il sottoscritto.
Circa il post sul 25 Aprile faccio presente che ovviamente mi riferisco non alla resistenza ma all’occupazione americana, che nessuno può negare e che tuttora dura, con basi, detenzione e trasporto di ordigni nucleari a piacimento degli Usa.
Faccio presente inoltre che ho già querelato l’Anpi, diverse testate ed altri soggetti privati per diffamazione e minacce, stanco di giorni e giorni di bugie diffuse ai miei danni da persone che poi nei fatti si sono sempre sottratte al confronto, anche dopo l’evento.
Aggiungo che presso l’Università di Salamanca ho vinto un dottorato di ricerca ufficiale, regolare, dalla durata di 3 anni, quindi non uno stage e che, conseguentemente, dal 7 marzo, cioè allo scadere della sanzione, per la quale a giorni presenterò ricorso al giudice del lavoro, godrò del congedo straordinario dall’insegnamento.
Vi prego di voler far girare questa mia precisazione, certo che possa chiarificare ancora meglio l’andamento delle vicende.
Segnalo anche la possibilità di firmare una mia lettera aperta sulla libertà di opinione e l’indipendenza della ricerca storica, direttamente in rete a questo indirizzo: www.controventoaps.org. Attualmente siamo arrivati a circa 800 firme, tra cui molti docenti, ma bisognerebbe coinvolgere quanti più storici possibile.
Matteo Simonetti

Pubblicato in MC

Minima Cardiniana 271/3

Domenica 1 marzo 2020, I Domenica di Quaresima

IL CORONAVIRUS: NUOVA PESTE O TIGRE INFORMATICA, FLAGELLO BIOLOGICO O PROPAGANDISTICO?

Marina Montesano
Dalla “nave dei folli” ai porti del contagio
Quando nel 1961 Michel Foucault evocava la Nave dei Folli (Narrenschiff) di Sebastian Brant nella storia Storia della follia in età classica, rendeva popolare un’opera, stampata a Basilea per la prima volta nel 1494, che prima era nota soprattutto agli studiosi del Rinascimento, o agli storici dell’arte per via delle xilografie eseguite da Albrecht Dürer, o ancora per l’opera contemporanea di Bosch. Nel caso di Brant, Dürer e Bosch, tuttavia, la stultifera navis trasporta non malati di mente, ma peccatori. Non va dimenticato, però, che il legame fra malattia e peccato era all’epoca molto stretto: alcune malattie, in particolare la lebbra, erano spiegate come vendetta di Dio contro i peccatori, ma nel caso delle pandemie allora la punizione divina colpiva i peccati di comunità intere, non più soltanto dei singoli. Scrive Petrarca all’indomani della peste del 1348, ch’era stata peraltro preceduta e accompagnata da un peggioramento climatico con conseguenti carestie in molte aree d’Europa: “Meritammo questo e anche più grave castigo, non lo nego; ma lo meritarono anche i nostri maggiori, e Dio voglia che non lo meritino anche i posteri! Perché mai, o giustissimo giudice, perché mai così particolarmente si scagliò sulla nostra età il furore della tua vendetta?”. È un atteggiamento comune che siamo abituati a relegare nella “superstizione” del medioevo o comunque di tempi prescientifici, e dalla quale ci sentiamo esenti. Eppure basta poco per vedere che esenti non siamo: l’epidemia del COVID-19, che è veramente ben poca cosa rispetto alle devastazioni della Morte Nera del XIV secolo, è stata accompagnata da atteggiamenti che non sono poi così dissimili, solo più sgangherati rispetto a quelli che registravano le fonti coeve; per esempio la caccia all’untore cinese e gli strali contro i cinesi tutti, giudicati rei di abitudini alimentari per noi immonde, altro non sono che la versione appena aggiornata delle paure che si registravano un tempo. Oggi sono le nostre navi a essere cacciate da numerosi porti, alcuni paesi parlano di mettere al bando o quantomeno in quarantena gli italiani provenienti dalle zone a rischio; e l’idea della nave come mondo chiuso nel quale relegare gli indesiderabili torna in mente anche con uno dei primi simboli dell’epidemia in corso, quella Diamond Princess trasformatasi da crociera in prigione (evasioni incluse) nelle acque del Giappone. Se la nave dei folli di Brant non aveva a bordo malati, è effettivamente su delle navi che giunse la peggiore pandemia che l’Europa abbia conosciuto. Nel corso del 1346, una grave epidemia di yersinia pestis era scoppiata in Asia; nel 1347 essa venne trasportata in Europa, forse da navi genovesi che facevano la spola tra Mar Nero e Mediterraneo cariche di grano della Crimea, sebbene oggi si sia convinti che arrivò anche per vie di terra vista la rapidità dell’espansione. Si diffuse nel Mediterraneo a partire dal porto di Messina, poi in altre località tirreniche, per dilagare infine dovunque. Dal marzo al maggio 1348 l’avanzata del contagio dalle coste verso l’interno si fece allucinante: e le disgraziate città che non ne erano state ancora toccate assistevano terrorizzate al suo progredire, si affannavano a cercar notizie, spiavano inquiete all’interno delle proprie mura la comparsa dei segni del male. La peste infierì per tre lunghi anni nel continente, tra la fine del 1347 e l’estate del 1350. Quando la peste nera si diffuse in Italia, alcuni porti cominciarono ad allontanare le navi sospettate di provenire dalle zone infette. Nel marzo del 1348 le autorità di Venezia furono le prime a formalizzare tali azioni protettive contro la peste, chiudendo le acque della città alle navi sospette e sottoponendo i viaggiatori e le navi a 30 giorni di isolamento, poi estesi a 40 giorni (la quarantena). Va detto che queste misure non bastarono, e la peste decimò comunque anche i veneziani. Boccaccio fu testimone della diffusione del morbo e ne ha lasciato un racconto di inestimabile valore nell’introduzione della prima giornata del Decameron. A suo dire le conseguenze peggiori erano quelle sulla società: “E lasciamo stare che l’un cittadino l’altro schifasse” perché “maggior cosa è e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano”. Nel VI secolo il continente eurasiatico e il Mediterraneo avevano conosciuto il primo arrivo della yersinia pestis, generalmente nota come “peste di Giustiniano” dal nome dell’imperatore allora in carica. A quel tempo un altro grande narratore, Procopio di Cesarea, registrava l’atteggiamento opposto: “In quei momenti, i cittadini che prima erano stati divisi in fazioni, deposto l’odio reciproco, attendevano in comune agli uffici funebri, portando via personalmente e seppellendo anche i cadaveri di gente a cui non erano uniti da nessun legame” (Guerra Persiana, II, 23). Facendo la tara della retorica a entrambe le narrazioni, è indubbio come dinanzi a situazioni emergenziali che nella storia si sono ripetute tante volte, a qualificarci siano le reazioni che assumiamo come singoli e come società.
(il manifesto, 28 febbraio 2020)

Manlio Dinucci
Pandemia del virus della paura
Premesso che il Coronavirus non va sottovalutato e che si devono seguire le 10 regole preventive del Ministero della salute, occorre adottare una 11a regola fondamentale: impedire il diffondersi del virus della paura.
Esso viene sparso soprattutto dalla televisione, a partire dalla Rai che dedica i telegiornali quasi interamente al Coronavirus. Il virus della paura penetra così in ogni casa attraverso i canali televisivi.
Mentre lanciano il massimo allarme per il Coronavirus, essi tacciono sul fatto che l’influenza stagionale, epidemia molto più mortale, ha provocato in Italia durante la 6a settimana del 2020 – secondo l’Istituto superiore di sanità – in media 217 decessi al giorno, dovuti anche a complicanze polmonari e cardiovascolari legate all’influenza.
Tacciono sul fatto che – secondo l’Organizzazione mondiale della sanità – muoiono in Italia in un anno per Hiv/Aids oltre 700 persone (in media 2 al giorno), su un totale mondiale di circa 770.000.
A proposito della campagna allarmistica sul Coronavirus, Maria Rita Gismondo – direttore di Macrobiologia clinica, Virologia e Diagnostica Bioemergenze del laboratorio dell’Ospedale Sacco di Milano, dove si analizzano i campioni di possibili contagi – dichiara: “A me sembra una follia. Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Guardate i numeri. Non è una pandemia”.
La voce della scienziata non arriva però al grande pubblico, mentre ogni giorno, dalla Rai, servizio che dovrebbe essere pubblico, ai canali Mediaset e non solo, si diffonde tra gli italiani la paura per “il mortale virus che dalla Cina dilaga nel mondo”.
Campagna di fatto funzionale a quanto dichiara il segretario Usa al commercio Wilbur Ross in una intervista a Fox Business: “Penso che il Coronavirus contribuirà al ritorno di posti di lavoro dalla Cina negli Usa. In Cina c’è stata prima la Sars, dopo la peste suina, ora il Coronavirus”. Quindi, commenta il New York Times, “la perdita per la Cina potrebbe essere un guadagno per l’America”.
In altre parole, il virus potrebbe avere un impatto distruttivo sull’economia cinese e, in una reazione a catena, su quelle del resto dell’Asia, dell’Europa e della Russia, già colpite dal calo dei flussi commerciali e turistici, a tutto vantaggio degli Usa rimasti economicamente indenni.
Global Research, il centro di ricerca sulla globalizzazione diretto dal prof. Michel Chossudovsky, sta pubblicando sull’argomento dell’origine del virus una serie di articoli di esperti internazionali. Essi sostengono che “non si può escludere che il virus sia stato creato in laboratorio”.
Tale ipotesi non può essere considerata complottista ed esorcizzata come tale. Perché? Perché gli Stati uniti, la Russia, la Cina e le altre maggiori potenze hanno laboratori in cui si conducono ricerche su virus che, modificati, possono essere usati quali agenti di guerra biologica anche su settori mirati di popolazione.
È un campo circondato dal più fitto segreto, spesso sotto copertura di ricerca scientifica civile.
Emergono però dei fatti: la presenza a Wuhan di un biolaboratorio dove scienziati cinesi, in collaborazione con la Francia, effettuano studi su virus letali, tra cui alcuni inviati dal Laboratorio canadese di microbiologia.
Nel luglio 2015 l’Istituto governativo britannico Pirbright ha brevettato negli Usa un “coronavirus attenuato”.
Nell’ottobre 2019 il Johns Hopkins Center for Health Security ha effettuato a New York una simulazione di pandemia da coronavirus prevedendo uno scenario che, se si verificasse, provocherebbe 65 milioni di morti.
Non è invece simulata la pandemia del virus della paura, che dilaga con distruttivi effetti socio-economici.
(il manifesto, 25 febbraio 2020)

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Minima Cardiniana 271/2

Domenica 1 marzo 2020, I Domenica di Quaresima

LA SIRIA: CHI AGGREDISCE E CHI È AGGREDITO, CHI ATTACCA E CHI SI DIFENDE
TANTO PER CHIARIRE. LA CRISI SIRIANA NEGLI ULTIMI CINQUE MESI
Ai primi di ottobre del 2019 arrivò – incredibile e indecorosa perfino per tempi come questi – la notizia dell’accordo fra gli Stati Uniti di Trump e la Turchia di Erdoğan: il primo abbandonava gli alleati (fino a quel momento) curdi nell’area settentrionale della Siria alle truppe turche e ai suoi mercenari, notoriamente decisi a schiacciare l’autonomismo curdo (i leaders del quale si erano incautamente spinti, nelle settimane precedenti, a sperare che USA e Israele li avrebbero aiutati nel realizzare il sogno dell’autonomia, in ringraziamento di quanto essi avevano fatto per sconfiggere le forze di Daesh) e alleati di fatto con il peggior islamismo radicale, quello sostenuto dall’Arabia Saudita (e quindi, se due più due fanno quattro, amici obiettivi degli amerikani).
Ma allora, e sono passati soltanto cinque mesi, media e opinione pubblica s’indignarono e invocarono misure contro quella barbarie. I curdi, si diceva, erano stati alleati del mondo occidentale con i terroristi di Daesh: ma ora, per evitare che al confine con la Turchia si formasse un’enclave autonoma curda, si lasciava mano libera al ‘dittatore’ Erdoğan (com’è noto egli per i media occidentali è un tiranno nei giorni dispari e un presidente alleato in quelli pari, a seconda delle convenienze) per fare piazza pulita dei suoi avversari. L’incursione turca c’è stata, gli amerikani si sono ritirati dall’area con l’eccezione dei pozzi di petrolio in territorio nazionale siriano che ancora presidiano, e lungo il confine è stata creata una zona cuscinetto controllata dalla Turchia.
Siamo a febbraio e lo scenario è mutato. Il destino dei curdi evidentemente non interessa più nessuno, magari complice l’isteria da Coronavirus: e apprendiamo che un raid siriano (o russo-siriano) nei pressi di Idlib, a Boulian, ha ucciso una trentina di soldati turchi, con conseguenti proteste della NATO e minacce di Erdoğan, in caso l’appoggio NATO non fosse sufficientemente sostenuto, di aprire il confine con la Grecia e lasciar passare decine di migliaia di profughi disperati. Cosa che ha già cominciato a fare, con numeri ancora modesti, circa 20mila persone, tanto per dare un assaggio di quello che potrebbe succedere (da notare che i profughi siriani, contrariamente a quanto continuano da noi a ripeter alcuni media, non sono folle politicizzate che vogliono sfuggire alla tirannia di Assad, bensì masse di disgraziati che scappano dalla guerra, dalla fame, da condizioni di vita divenute impossibili).
A quanto pare, come dicevamo, il bombardamento ben mirato su Idlib è stato condotto non direttamente dai siriani, ma dai russi, che nel frattempo hanno aumentato la loro presenza nel Mediterraneo tanto per far sentire il fiato sul collo a Erdoğan e compagni e per tutelare i loro nuovi interessi sui bacini petroliferi sottomarini di recente scoperti nello specchio di mare tra Turchia, Cipro, Siria, Israele ed Egitto. Lo fanno tutti: perché non loro?
Ma qual è la stata reazione dei media rispetto a questo nuovo scenario? Nessuno si chiede cosa ci facciano soldati turchi che pure sono in effetti una truppa d’occupazione in quell’area istituzionalmente e ufficialmente siriana, l’ultima in mano a Daesh; anzi, neppure si parla più di Daesh, ma di un’area controllata da generici “ribelli”. Ci si dimentica che la Turchia, insieme all’Arabia Saudita, è stata lo sponsor maggiore dell’ISIS in Siria, e che lungo il confine transitava di contrabbando a buon prezzo il petrolio rubato alla Siria, con buoni guadagni una parte dei quali finiva in un modo o nell’altro anche direttamente nelle tasche del presidente-sultano di Ankara. Per anni contro Assad è stata montata una propaganda mostruosa, sostenuta dagli “Elmetti Bianchi” premiati in Europa e negli USA, pronti a denunciare di continuo attacchi siriani a base di armi chimiche sempre smentiti poi dalle inchieste successive (ma le notizie false arrivavano da noi a gran voce e a colpi di grancassa mediatica, mentre le successive smentite si perdevano confinate in poche righe d’agenzia cui nessuno badava: questa è l’informazione democratica, babies – come direbbe Humphrey Bogart –, e voi non potete farci proprio niente).
Con l’aiuto della Russia (Sancte Vladimire, ora pro nobis…), Assad ha liberato la Siria dall’ISIS e dalla presenza straniera: però nessuno ha fatto vedere in televisione o sulle prime pagine dei grandi media occidentali il Natale festeggiato insieme da musulmani e dalle diverse comunità cristiane per le strade di Damasco e Aleppo che tornano alla vita dopo anni di massacri. Grazie all’esercito di Assad e all’aiuto russo.
Quanto a Idlib, esso non è un bastione di resistenza, non ci sono ribelli: ci sono truppe di invasori turchi (e chissà di quali altri paesi, occidentali e contractors e mujahiddin islamisti inclusi) che sostengono quel che resta di Daesh. È chiaro che a fare le spese dei combattimenti e dei bombardamenti è in primo luogo la popolazione civile, come in tutti conflitti dalla Seconda Guerra Mondiale in poi: ma qui abbiamo da una parte un esercito regolare che cerca di riunire e liberare una nazione, dall’altra il terrorismo a sponsorizzazione internazionale con la complicità di noi europei.
È questo che ci dobbiamo ricordare; ed è questo che dovremmo ricordare ai politici che si schierano a favore dell’asse Erdoğan-Trump. Invocando l’articolo 5 del patto NATO da una parte (quello che costringerebbe gli alleati a intervenire), dall’altra minacciando di aprire le frontiere come già aveva fatto nel 2015 (quando l’impennata delle migrazioni verso l’Europa ha causato una crisi maggiore della quale sentiamo le conseguenze politiche ancora oggi), la Turchia spera oggi di portare dalla propria parte l’Unione Europea e le forti spinte antirusse che, almeno in parte, l’attraversano; nel frattempo gli Stati Uniti stanno a guardare perché hanno ogni convenienza a vedere come riusciamo a nuocerci da soli. Non è certo la prima volta che succede, è una politica che conosciamo, ma evidentemente ancora funziona, complice un sistema mediatico manovrabile e un’opinione pubblica che, ormai, è priva di opinioni e segue ogni sollecitazione senza riflettere su qual è il suo interesse.
Franco Cardini – Marina Montesano

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Minima Cardiniana 271/1

Domenica 1 marzo 2020, I Domenica di Quaresima

EDITORIALE
DE OMNIBUS REBUS ET DE QUIBUSDAM ALIIS
Ci sono, nella storia di tutti noi e in quella comunitaria, e anche nella storia dei giornali e dei blogs, momenti più e momenti meno densi. In questo momento siamo a un punto nodale: uno di quelli in cui, avrebbe detto Fernand Braudel, l’emergenza si scontra con la “media” o la “lunga” durata.
Il Coronavirus continua a imperversare o forse no, e ci troviamo immersi nell’incertezza e nella malainformazione: troppi i politici che vi vedono non già un problema nazionale e internazionale da gestire con prudenza, bensì un’occasione per accaparrar nuovi voti o un pericolo di perderne.
Il fronte vicino-orientale ricomincia a farsi caldo, con aberrazioni e menzogne intollerabili. Alcuni soldati turchi sono caduti in battaglia: sono appunto dei caduti, e a loro spetta l’onore e il rispetto di tutti. Non sono delle vittime: e i siriani che hanno sparato su di loro sono a loro volta dei combattenti. Non è lecito sostenere che i militari turchi siano stati “uccisi”, sottintendendo quasi che fossero lì per caso e a buon diritto. Appartenevano a un esercito invasore in suolo siriano, e i loro nemici stavano facendo il loro dovere e difendendo la loro terra. Quanto ai poveri profughi, essi non fuggono “dalla dittatura di Assad”, come hanno sostenuto alcuni disonesti e alcuni imbecilli. Vanno accolti e assistiti, non debbono diventare oggetto di ricatti come invece il governo turco minaccia di aver intenzione di fare.
Infine, oportet ut scandala eveniant. Non si creda che noialtri stiamo sottovalutando quando accaduto alcuni giorni fa in una scuola di Civitanova Marche. Non siano affatto in presenza di una semplice baruffa politica di provincia: qui è in gioco uno degli infiniti “casi” che formano l’allarmante mosaico della crisi dell’intelligenza e della libertà. Non basta parlare di “intolleranza”: c’è qualcosa di più grave, di più malato, di più marcio, di più ottuso. C’è l’incapacità di comprendere le ragioni dell’Altro, l’insofferenza di chi sentendosi minacciato da argomenti migliori dei suoi ricorre all’arma dell’intimidazione, di chi preferisce urlare slogan e pretendere che le sue ragioni siano riconosciute senza la verifica di un dibattito anziché accettare un franco confronto. Non è la prepotenza, in questi casi, a sorprendere: è l’ottusità a far cadere le braccia.
Noi qui ricostruiremo fedelmente, in questo numero e se è necessario nei prossimi, l’increscioso incidente di Civitanova e le sue conseguenze. Proporremo un franco e leale dibattito; se non sarà accettato, denunzieremo la defezione di chi si sarà dimostrato incapace di ragionare e difendere il suo punto di vista con argomentazioni chiare e pacate.
Sono abbastanza vecchio per conoscere chi ha vissuto da protagonista il dramma della guerra civile italiana del ’43-’45, combattuta da un pugno di militanti dell’una e dell’altra parte (o delle molte parti che in qualche modo si erano collegate o affrontate fra loro) mentre la maggioranza degli italiani stava dubbiosa a guardare e a capire da che parte convenisse schierarsi all’ultimo istante per correre in aiuto del vincitore. Queste cose le ho vissute sulla pelle della mia famiglia, che a suo tempo si era spaccata in due. Ma ho vissuto anche la sincera speranza e la coraggiosa buona volontà di molti che, dall’una e dall’altra parte (o dalle une e dalle altre parti, fatte spesso di semialleati), esprimevano un franco desiderio di reciproca comprensione e di riconciliazione. Ho sentito con le mie orecchie il professor Carlo Francovich, presidente “storico” del Comitato di Liberazione Nazionale della Toscana, dichiarare che dall’altra parte, “insieme con la feccia dei criminali e alla schiuma dei fanatici, c’erano tante persone in buona fede convinte di fare il proprio dovere”; ero presente nel 1962 a una dichiarazione di Giorgio Almirante, in un teatro fiorentino, quando egli ebbe a testimoniare (e ne avrebbe anche scritto) che in quei convulsi giorni di metà settembre del ’43 “alcuni di noi si erano trovati quasi per caso nell’esercito di Badoglio, o in quello di Graziani, o spinti in montagna, e nessuno di noi sapeva bene che cosa fare, e tutti avevamo solo un maledetto desiderio di tornare a casa”; ricordo bene le nobili parole di Luciano Violante quando in parlamento perorò la causa di un’autentica riconciliazione nazionale, riconoscendo pari dignità a quanti – lontano dai crimini, dal fanatismo e dal tornaconto personale – avevano combattuto chi per la “libertà”, chi per “l’onore”, tutti comunque per l’Italia; rammento Umberto Eco, che ricordava con affetto commosso i partigiani delle Langhe eppure parlava anche di “quei bravi ragazzi della San Marco”. E so bene, sappiamo tutti bene, che anche tra i partigiani e tra quelli della San Marco c’erano gli assassini e i mestatori: ma, come sempre, un grammo di bene vale molto di più di una tonnellata di male. Dissero le stesse cose, in tempi e modi diversi, Cesare Pavese e Carlo Mazzantini.
All’inizio degli Anni Sessanta ogni tanto ci scazzottavamo, noialtri – io militavo allora nel MSI – e i nostri coetanei, colleghi d’Università e avversari del PCI e dello PSIUP: ma occupavamo anche insieme le Facoltà, come sarebbe accaduto più tardi a Valle Giulia, e discutevamo, e studiavamo insieme. C’erano delle idee, dietro le botte che ci capitava di darci: e poi andavamo insieme all’osteria.
Dove sono finiti quei giorni, quei ragazzi? Poi sono arrivati gli Anni di Piombo, poi il Riflusso e la corruzione, poi la mafia e gli attentati, poi la fine dell’Unione Sovietica che qualcuno di noi salutò forse sul momento con gioia (che Dio lo perdoni), ma anche con apprensione rivelatasi poi ampiamente giustificata…
E ora? Quando vedo i “popoli” di Casapound o dei Centri sociali ormai sempre più afasici, sempre più impotenti ad esprimere idee e posizioni articolate, capaci solo di urlare slogans poverissimi di senso e miserabili di significato, di ridurre vecchie logori simboli e gesti politici solo a sguaiate manifestazioni di teppismo, mi chiedo se davvero quelli là sono i nipoti dei ragazzi che sognavano di andar a combattere con gli insorti ungheresi o con il “Che” Guevara, che si affrontavano a colpi di Lenin e di Drieu La Rochelle, di Mao e di José Antonio. Nei pur duri Anni Sessanta, al di là delle finzioni dell’“arco costituzionale” che costituzionale non era affatto perché si contrapponeva a quello parlamentare riconosciuto dalla Costituzione, c’era pur un diffuso desiderio di comprensione reciproca. Quando sento parlare i giovincelli dell’ANPI o quelli di Casapound, “partigiani” o “repubblichini” immaginari che il sapore acre della vera guerra civile non l’hanno per loro fortuna mai conosciuto e che pure sanno parlare solo il linguaggio dell’odio, mi cadono le braccia.
Eppure non è colpa loro. Siamo noi, i bravi ragazzi che nei loro anni verdi studiavano e discutevano, gli appartenenti a una generazione che ha fallito; e hanno fallito anche i nostri figli sessantottini e “pantere”; e i teppistelli afasici che adesso si affrontano in scontri sbracati sulle piazze, i nostri nipotini, sono le vittime del nostro fallimento. Di tutti, naturalmente: di noialtri “apocalittici” che sognavamo rivoluzioni e rigenerazioni e dei nostri coetanei “integrati” che badavano a far soldi e ad accaparrar poltrone in parlamento: e che sono ben più colpevoli di noi perché ci hanno condotto fino a questo ingestibile garbuglio d’ingiustizia e di disordine che è lo stato attuale della globalizzazione.
Ecco perché a questo punto è necessario far chiarezza: i ragazzi di oggi, che saranno costretti a subire chissà quali e quante prove nei prossimi decenni, magari per ora non lo esigono ma ne hanno comunque diritto. Spettacoli come quello di Civitanova Marche, dove ci si rifiuta al confronto delle idee, nuocciono loro molto più di mille Coronavirus.
E consentitemi adesso, in chiusura di questo sfogo, una dichiarazione sulla quale non intendo più tornare perché l’ho ripetuta mille volte. Alla “destra” e alla “sinistra” non ci credo più da anni e non m’interessano; che io sia un “fascista” o un “comunista” è un interessante quesito la soluzione del quale lascio alle signore di Forza Italia; sono cattolico e “bergoglista” convinto, e me ne vanto; a chi sussurra che mi sono convertito segretamente all’Islam rispondo suggerendogli di studiare, perché all’Islam ci si può convertire solo pubblicamente dinanzi a testimoni (del resto io, come il mio Maestro Giulio Basetti Sani, sono in effetti muslim, nel senso etimologico del termine, cioè sottomesso serenamente alla volontà di Dio).
A sventare dubbi e perplessità residui, per l’ennesima e definitiva volta esplicito la mia professione politica: io sono cattolico, socialista ed europeista (rigorosamente in quest’ordine). Non ho bisogno di altre etichette, non mi servono, non le merito.
E ora, al lavoro. Nell’ordine: la Siria, il Coronavirus, il “pasticciaccio bbrutto” di Civitanova.

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