Minima Cardiniana 263/5

Domenica 5 gennaio 2020, Sant’Edoardo

…E, PER FINIRE IN LETIZIA, ALLA VECCHIA MANIERA DI RIDOLINI: COME CASTIGARE IL RADETZKY NEONAZISTA IN UN MODO CHE SAREBBE PIACIUTO AL CANCELLIERE HITLER

Divertiamoci, infine. Per esempio con la bella notizia che arriva da Cosenza, il cui prefetto (una gentile signora, Paola Galeone) è in questo momento agli arresti domiciliari con l’accusa di aver preteso una “mazzetta” … da 700 euri. Io, che sono un vecchio funzionario asburgico, mi rifiuto di credere che un prefetto, sia pure della repubblica italiana, possa vendersi per una cifra equivalente al valore di un poco più che mediocre apparecchio televisivo. Ma, finché non vi sarà una sentenza, la signora Galeone è protetta dalla “presunzione d’innocenza”. Visto il suo imponente cognome, le auguriamo di navigare prossimissimamente in acque migliori. Frattanto, passiamo ad argomenti ancor più ridanciani.
Dopo queste belle notizie di Capodanno, si sarebbe tentati di esortare, orazianamente, a un
risum teneatis, amici. Ma in fondo, poi, perché no? Facciamocela, invece, una bella risata. Ridere ridere ridere: il riso fa buon sangue. Beccatevi allora questo bel pezzo del carissimo amico Domenico del Nero (valoroso musicologo; anche se non sempre piacevole vaticanista), il quale c’informa di un altro episodio dell’avvincente epica battaglia dei Prodi Cavalieri del Pensiero Unico in lotta perenne contro i Pirati dei Caraibi che si ostinano a pensar con la propria testa.
Facciamoci una risata, ordunque. Anche se, visto il livello di certe cose, ci verrebbe piuttosto da piangere…

Al concerto di Capodanno arriva il musically correct: via pifferi ed applausi dalla Radetzky Marsch, sono nazisti!
L’allucinante trovata del primo violino dei Wiener e del direttore d’orchestra designato per il concerto: cosa ascolteremo domani?
Pold Weninger… chi era costui? Devo davvero coprirmi il capo di cenere perché in tanti anni di critiche e cronache musicali non avevo mai sentito nominare questo signore. Da incallito filoasburgico, sia in versione granducale che imperiale, adoro ovviamente la Radetzky Marsch, ma mi era sfuggito il fatto che la versione che ascoltavamo a conclusione del mitico Concerto di Capodanno dei Wiener Philharmoniker fosse stata “arrangiata” ai primi del Novecento; sorte peraltro che condivide con tante altre partiture più o meno celebri, per tanti e vari motivi che ora non è il caso di investigare.
Così come ignoravo – e come me credo tantissimi altri lettori più o meno musicofili – che il detto signor Weninger, che non è propriamente una stella del firmamento dei compositori, avesse non solo aderito al nazismo, ma ne fosse stato in una certa misura il “compositore ufficiale”, essendo autore di varie marce e pure di un inno dedicato a Hitler.
Possiamo convenire che non sia il massimo dell’entusiasmante, ma un briciolo di mentalità “storica” e ancor più un pizzico di buonsenso dovrebbero farci scrollare le spalle e magari porci la fatidica domanda: ma cosa a che fare la Radetzky Marsch tutto ciò, se per di più è vero che Weninger arrangiò lo spartito nel 1914, quando Hitler era solo un “caporale boemo” (per dirla con Hindenburg) e sul trono dell’ancora vivente Duplice Monarchia sedeva Sua Maestà Apostolica Francesco Giuseppe I, lo stesso sovrano del grande Feldmaresciallo che vinse i Piemontesi nel 1848?
Nella cosa si dovrebbe caso mai vedere davvero una ironia della storia, perché quella marcia (pensiamo allo splendido romanzo omonimo di Joseph Roth) era alla fine diventata un simbolo di quella civiltà asburgico-mitteleuropea che è quanto di più antitetico possa esserci alla volgarità e alla brutalità del nazismo; non per nulla il Führer non avevo certo simpatia nei confronti degli Asburgo, mentre non mancava di strizzare l’occhio agli Hohenzollern, purché beninteso stessero ben lontani dal trono tedesco.
Ma tutto questo, alla fine, che cosa ha a che vedere con quello splendido brano musicale che conclude il concerto di Capodanno, ritmato dai festanti battimani degli spettatori? Per saperlo bisognerebbe rivolgersi al presidente dei Wiener, il primo violino Daniel Froschauer, che ha deciso di… denazificare la marcia di Johan Strauss senior riproponendone una versione più “austera” e rispettosa degli spartiti originali. Idea che sarebbe peregrina anche se l’operazione volesse essere puramente “filologica”, perché il concerto di Capodanno ha una sua tradizione esecutiva che non può essere ignorata; ancor di più poi se si pensa che gli elementi “nazisti” sarebbero (almeno a quanto pare) proprio gli applausi ritmati e condotti dallo stesso direttore d’orchestra (!!!) e un ruolo più importante delle percussioni. Già che ci siamo perché non proporla al clavicembalo, allora?
Ma tant’è; Froschauer parla di una versione “finalmente libera dalle ombre brune del passato”1, mentre secondo l’“Avvenire” sarebbe stato il direttore disegnato del concerto di Capodanno il lettone Andris Nelsons, a rifiutarsi di dirigere la versione “incriminata”2. Chissà se Nelsons è al corrente del fatto che il Concerto di Capodanno esiste proprio dall’anno fatale 1939, anno in cui (purtroppo) a Vienna non sedevano più sul trono né Francesco Giuseppe né il suo grande e sfortunato successore Carlo I; se dunque Nelsons e Froschauer volessero essere pienamente coerenti con i loro assunti di partenza, dovrebbero presentarsi da soli al proscenio, fare un bell’inchino e dire al pubblico: “Spiacenti, il concerto non si fa più perché è criptoapologia di nazismo”.
Dunque, almeno a quanto a pare, scompariranno gli applausi e i battimani ritmati dal pubblico? Personalmente avrei un consiglio per quest’ultimo, munirsi di pomodori e ortaggi vari e sostituire il ritmo delle mani con un serrato lancio verso il direttore e il primo violino. E ci si chiede se la premiata coppia Nelsons & Froschauer non abbia preparato una bella lista di proscrizione: a partire da Wagner, ovviamente, che pur essendo morto nel 1883 non ha saputo prevedere il fatto che sarebbe diventato uno dei numi tutelari del III Reich, seguito a ruota dai ben più “infami” Richard Strauss, presidente della Reichsmusikkammer dal 1933 al 1935 (per quanto il suo rapporto con il potere fosse tutt’altro che di acritica sottomissione), Carl Orff, che pur non essendo mai stato iscritto al partito né avendone condiviso l’ideologia, è stato però accusato di “collaborazionismo” ecc.
Insomma, oltre al politically correct abbiamo adesso il musically correct, ed è davvero triste che sia proprio una istituzione venerabile come i Wiener Philharmoniker a farsene banditrice. Ma gli unici applausi che essi riscuoteranno saranno quelli dei salotti radical-chic di un’Europa bolsa e ormai totalmente incartapecorita in un “perbenismo” ignorante e anche più ferocemente totalitario, se possibile, di quello nazista e comunista; ma per lo spettatore, per l’amante della musica, per il semplice ascoltatore la marcia di Radetzky sarà quella di sempre, con il suo ritmo festoso che non ha nulla di politico, ma solo il sapore di una festa che ogni anno allieta, o forse allietava, i nostri teleschermi e i pochi fortunati che riescono a procurarsi un biglietto.
Domenico del Nero
(da www.totalita.it del 31.12.2019)

Ebbene: anzitutto un sincero, sentito Chapeau all’amica e collega Simonetta Bartolini per aver ospitato sul suo benemerito periodico “Totalità” un pezzo come questo, per giunta nobilitato da un prezioso capolettere di suo padre, il nostro indimenticabile Sigfrido che onorava la Toscana con la sua arte di gran razza e con il coraggio dei suoi pareri sempre controcorrente e controvento. Quindi, tre notarelle marginali a quanto del Nero ci dice.
Prima. Sono sempre stato un sincero ammiratore del “Concerto di Capodanno”, anche se non tuti gli anni riesco ad andarci: anzi, negli ultimissimi quasi mai per impossibilità obiettiva di procurarsi i biglietti anche a carissimo prezzo. Di solito mi recavo al
Kapuzinergruft per un doveroso omaggio al mio imperatore Francesco Giuseppe e all’imperatrice Elisabetta (e ovviamente un saluto a Maria Teresa, a Giuseppe II, al mio granduca Leopoldo diventato Kaiser eccetera), quindi da Sacher o da Demel per una buona cioccolata calda o un gelato bicchierino di Kirschwasser e infine al concerto. Quando andava bene, m’installavo al Gasthaus König von Ungarn; e, il giorno successivo, a pranzo c’erano la Wienerschnitzel o il Tafelspitz di Plakutta, a cena il pollo arrosto e il vino bianco fresco di Grinzig; quando andava male il concerto me lo godevo a mezzogiorno del 1° gennaio, da casa, davanti alla TV col gatto e un buon flûte di champagne doverosamente ghiacciato. Da adesso, al concerto di Capodanno formalmente e solennemente rinunzio: ne ascolterò ogni Capodanno, dopo mezzanotte, qualche buona vecchia edizione in CD (ne esistono di egregie: da von Karajan a Metha). E batterò ritmicamente, da solo, le mani al gran finale con tanto di percussioni; alla faccia dei pecoroni in sala, che intimiditi dal politically correct staranno invece ziti e fermi.
Seconda. Quando fanatismo e ignoranza si accoppiano, il cocktail che ne risulta è di solito davvero strepitoso. L’epurazione della versione “nazista” (sia pure
ante factum della Radetzky Marsch) avrebbe in fondo fatto un gran piacere al caporale Hitler, che odiava gli Asburgo e quindi, se avesse osato (ma i suoi stessi sostenitori austriaci lo sconsigliarono dal farlo, per non rendersi impopolare), nel ’38 avrebbe epurato l’intera Vienna e tutta l’Austria dalle Habsburgererinnerungen. Quanto meno, lo avrebbe consolato pensando che i suoi seguaci erano tutti immuni dal contagio imperiale.
Vivissime congratulazioni pertanto alla “premiata coppia Nelsons & Froschauer”, che denazificando quel brano musicale ha liberato il caporale Hitler (questo sì ch’è collaborazionismo) da residui per quanto improbabili sospetti di asburgolatria.
Terza. Asburgolatria che invece mi è propria, e me ne vanto, e concordo in ciò con del Nero (pur astenendomi dal pregare il Padreterno che gli abbuoni quel po’ di Purgatorio che si degnerà di fargli fare in meritata penitenza per quant’egli è solito dire a proposito del Santo Padre felicemente regnante). Asburgolatria associata a una buona radetzodulia (i non esperti in teologia s’informino, appunto, sul rapporto tra culto di “latria” e culto di “dulia”). Stimo il
Feldmarschall principe Johann Joseph Franz Karl Radetzky, che Dio lo abbia in gloria – e non è un modo di dire – una delle più fulgide figure del nostro Ottocento e gli sono grato per le splendide lezioni di arte, scienza e tecnica militari da lui impartire all’esercito sardo-piemontese e ai ribelli lombardo-veneti nel biennio 1848-49. Se le cose, per il nostro sfortunato paese, fossero andate come lui le aveva opportunamente impostate – e come lo stesso Carlo Cattaneo aveva finito con l’auspicare –, oggi vivremmo probabilmente in un’Italia e in un’Europa ben diverse: e migliori. Il Signore benedica in eterno la Sua felice memoria e lo collochi nel cielo degli eroi, accanto a Qasem Suleimani.

Note
1 Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/22/concerto-di-capodanno-lorchestra-di-vienna-cambia-la-marcia-di-radetzky-il-finale-e-nazista/5633533/
2 https://www.avvenire.it/agora/pagine/concerto-di-capodanno-vienna-marcia-di-radetzky-nuova-senza-nazismo

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Minima Cardiniana 263/4

Domenica 5 gennaio 2020, Sant’Edoardo

DA AVIANO: UN NEW YEAR GIFT DEGLI AMICI AMERICANI, DESTINATO IN PARTICOLAR MODO AL PRESIDENTE MATTARELLA IN OMAGGIO ALLA COSTITUZIONE ITALIANA

Che la Costituzione italiana sia la più bella del mondo, francamente non ci ho mai creduto. D’altronde, posso aver fallato, come diceva il buon Renzo Tramaglino: in fondo mica faccio il costituzionalista. Certo, però, è molto decisamente antibellicista: inoltre, gli italiani hanno chiaramente rinunziato con tanto di referendum all’energia nucleare, perfino a quella a scopi civili. Come la mettiamo poi con gli USA e con la NATO, che di continuo riempiono il patrio suolo di ordigni nucleari militari, dovrebbero spiegarcelo Presidenza della Repubblica, Governo e Parlamento. Non sarà flagrante violazione del dettato costituzionale?
In attesa che uno di questi anni qualcuno si prenda il disturbo di spiegarcelo, ecco il solito guastafeste, il comunistaccio Dinucci, che sparge sull’infame foglio “il manifesto” il veleno bolscevico delle sue calunnie. Che qualcuno lo sbugiardi, per favore…

Manlio Dinucci
50 BOMBE NUCLEARI USA DALLA TURCHIA AD AVIANO
“Cinquanta testate nucleari sarebbero pronte a traslocare dalla base turca di Incirlik, in Anatolia, alla base Usaf di Aviano, in Friuli Venezia Giulia, in quanto gli Usa diffiderebbero sempre più della fedeltà alla Nato del presidente turco Erdogan”: lo riporta l’Ansa citando quanto dichiarato dal generale a riposo Chuck Wald della US Air Force in una intervista all’agenzia Bloomberg il 16 novembre. Il fatto che l’Ansa e alcuni giornali ne parlino, anche se in ritardo, è comunque positivo. Ciò conferma quanto documenta da tempo il manifesto. “Appare probabile – scrivevamo il 22 ottobre (ma l’Ansa allora ignorò la notizia) – che, tra le opzioni considerate a Washington, vi sia quella del trasferimento delle armi nucleari Usa dalla Turchia in un altro paese più affidabile. Secondo l’autorevole Bollettino degli Scienziati Atomici (Usa), “la base aerea di Aviano può essere la migliore opzione europea dal punto di vista politico, ma probabilmente non ha abbastanza spazio per ricevere tutte le armi nucleari di Incirlik”. Lo spazio si potrebbe però ricavare, dato che ad Aviano sono già iniziati lavori di ristrutturazione per accogliere le bombe nucleari B61-12”.
In base a quanto riportato dall’Ansa il coordinatore nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, chiede al governo se conferma la notizia e di portare immediatamente il problema alla valutazione del parlamento, poiché l’Italia verrebbe “trasformata nel maggiore deposito di armi nucleari d’Europa e questo silenzio del governo italiano è inaccettabile”. Il governo intanto fa sapere che “la notizia è priva di fondamento”. Non spiega però perché i maggiori esperti Usa di armi nucleari ritengano la base di Aviano “la migliore opzione europea dal punto di vista politico” per il trasferimento delle bombe da Incirlik. Il governo continua quindi a tacere e lo stesso fa il parlamento, perché la questione delle armi nucleari Usa in Italia è tabù. Sollevarla vorrebbe dire mettere in discussione il rapporto di sudditanza dell’Italia nei confronti degli Stati uniti.
L’Italia continua così ad essere base avanzata delle forze nucleari Usa. Secondo le ultime stime della Federazione degli scienziati americani, in ciascuna delle due basi italiane e in quelle in Germania, Belgio e Paesi Bassi vi sarebbero attualmente 20 B-61, per un totale di 100 più 50 a Incirlik in Turchia. Nessuno però può verificare quante siano in realtà. Dalle stime risulta che gli Usa stiano diminuendo il loro numero, fatto tutt’altro che tranquillizzante. Essi si preparano infatti a sostituirle con le nuove bombe nucleari B61-12. A differenza della B61 sganciata in verticale, la B61-12 si dirige verso l’obiettivo guidata da un sistema satellitare ed ha inoltre la capacità di penetrare nel sottosuolo, esplodendo in profondità per distruggere i bunker dei centri di comando. Il programma del Pentagono prevede la costruzione a partire dal 2021 di 500 B61-12, con un costo di circa 10 miliardi di dollari. Non si sa quante B61-12 verranno schierate in Italia né in quali basi, probabilmente non solo ad Aviano e Ghedi. Come risulta dallo stesso bando di progettazione pubblicato dal ministero della Difesa, i nuovi hangar di Ghedi potranno ospitare 30 caccia F-35 con 60 bombe nucleari B61-12, il triplo delle attuali B-61 (il manifesto, 28 novembre 2017).
Allo stesso tempo, gli Usa si preparano a schierare in Italia e altri paesi europei missili nucleari a gittata intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra, analoghi agli euromissili eliminati dal Trattato Inf firmato nel 1987 da Usa e Urss. Accusando la Russia (senza alcuna prova) di averlo violato, gli Usa si sono ritirati dal Trattato, cominciando a costruire missili della categoria prima proibita: il 18 agosto hanno testato un nuovo missile da crociera e il 12 dicembre un nuovo missile balistico, quest’ultimo in grado di raggiungere l’obiettivo in pochi minuti. Contemporaneamente stanno rafforzando lo “scudo anti-missili” sull’Europa. Nella sua “risposta asimmetrica” la Russia comincia a schierare missili ipersonici che, in grado di raggiungere una velocità di 33.000 km/h e di manovrare, possono forare qualsiasi “scudo”.
La situazione in cui ci troviamo è quindi molto più pericolosa di quanto dimostri la già allarmante notizia del probabile trasferimento delle bombe nucleari Usa da Incirlik ad Aviano. In tale situazione domina il silenzio imposto dal vasto schieramento politico bipartisan responsabile del fatto che l’Italia, paese non-nucleare, ospiti e sia preparata a usare armi nucleari, violando il Trattato di non-proliferazione che ha ratificato. Responsabilità resa ancora più grave dal fatto che l’Italia, quale membro della Nato, si rifiuta di aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari votato a grande maggioranza dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
(da “Il Manifesto”, 31 dicembre 2019)

Beh, sentite, parlamentari democratici della Sinistra (perché c’è ancora la Sinistra, no?): che Giorgia Meloni passi a bandiere spiegate – …di gagliardetti e labari c’è ormai penuria… – al Capocosca Trump e al suo degno compare Bannon, passi: in fondo è una scelta politica, la povera signora si è ritrovata con possibili alleati più presentabili ormai occupati del tutto o quasi da altri suoi colleghi del Centrodestra e da qualche parte, come dicheno a Roma, “c’aveva puro da attaccasse” (lo dicevano già i gloriosi Stornelli del Sor Capanna: ricordate “La sora Erminia annava in aeroprano…”?). Ma che voialtri accettiate di far da foglia di fico al peggior imperialismo yankee, via…! Più passa il tempo, più mi sta diventando simpatico l’arciveterocomunista Marco Rizzo. Ebbene, sì: Aridatece Baffone!

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Minima Cardiniana 263/3

Domenica 5 gennaio 2020, Sant’Edoardo

MA L’ANNO 2020 COMINCIA IN UN MODO CHE RICORDA PURTROPPO IL 2001 E IL 2003

Tutto, proprio all’inizio dell’anno, si sta giocando purtroppo sul filo dell’eccezione e della gravità. La sconvolgente notizia del 3 gennaio scorso, quella dal proditorio assassinio del capo delle forze armate iraniane su esplicita commissione del capo dello stato che continua ad arrogarsi il ruolo di guardiano della pace e della giustizia internazionali, dovrebbe imporre il coraggio di scelte tanto dure quanto esplicite da parte di tutte le libere coscienze del mondo. Ciò, se ormai l’inquinamento etico dominato dai media e l’obnubilamento relativistico che non riesce più a determinare una distinzione tra bene e male non inducesse i capi politici e i responsabili dell’opinione pubblica del mondo a chiudere gli occhi e a voltare la testa dall’altra parte dinanzi all’enormità dei crimini di alcuni e allo stato di necessaria prostrazione di altri obbligati non solo a subire, ma addirittura a subire tacendo. Ciò non è giusto, non è dignitoso, non è accettabile in un mondo che blatera di continuo di pace, di libertà e di democrazia e si rende poi obiettivamente complice di crimini internazionali. Molti giovani, oggi, si stanno chiedendo come poté il mondo, dal 1933 in poi, sopportare praticamente in silenzio i crimini di Hitler. Ai quali tuttavia, com’è noto, almeno in certi paesi l’opporsi avrebbe significato mettere in gioco la libertà e la vita. Ecco: oggi questi giovani hanno la risposta sulla loro stessa pelle, dal momento che essi stessi sono coinvolti. Viviamo in un pianeta nel quale l’uomo politicamente più potente del mondo è boss della malavita politica, un criminale assassino che non esita a mettere a repentaglio migliaia di vite di cittadini dello stesso paese che egli governa (i cittadini statunitensi che risiedono o che si trovano comunque in Iraq) pur d’imporre la sua dispotica e demenziale volontà.
E attenzione, italiani. Non chiamiamoci fuori. Il nostro paese, legato a doppio filo alla NATO, è obiettivamente agli ordini di un criminale internazionale. Prendiamone atto e reagiamo di conseguenza.

IL TEMPO DELL’ECCEZIONE: UN ASSASSINIO POLITICO VOLUTO DA TRUMP

Cari Amici, la lotta politica internazionale è durissima e crudele: ne siamo consapevoli, e nessuno è innocente.
Ma a tutto c’è un limite. Diciamolo rivolti a colui che si crede il padrone della terra, e diciamoglielo con le parole di fra Cristoforo a don Rodrigo nei Promessi sposi: “Hai passato la misura: e non ti temo più”.
Proseguendo sulla via dell’ignobile piano di destabilizzazione del Vicino e del Medio Oriente elaborato insieme con i responsabili arabo-sauditi e con Benjamin Netanyahu, il boia della Casa Bianca si è sporcato di nuovo le mani di sangue.
In Iraq, un raid statunitense nell’area prossima all’aeroporto di Baghdad è rimasto ucciso mediante uso di un drone il generale iraniano Qasem Soleimani, comandante delle forze speciali delle Guardie della Rivoluzione Islamica denominate
Quds (termine che in arabo designa “la Santa”, ed è il nome con il quale ordinariamente i musulmani designano Gerusalemme) ed eroe della lotta contro lo “stato islamico” del “califfo” al-Baghdadi e i suoi mandanti e finanziatori wahhabiti e neocons. L’azione criminosa in quanto mirata direttamente ed esplicitamente all’assassinio dell’alto ufficiale è stata ordinata dal gangster che attualmente occupa la Casa Bianca, Donald Trump. Nel medesimo episodio è caduto anche il vicecomandante della milizia paramilitare sciita Hashd Shaabi, Abu Mahdi al-Mohandes. Il Pentagono ha responsabilmente (si fa per dire) definito il crimine “un’azione difensiva”, con ciò escludendo ogni possibile formale eufemismo di natura diplomatica. Se lo squilibrio delle forze tra USA e Iran fosse meno evidente e pesante, saremmo dinanzi a uno specifico casus belli. Ciò aggrava evidentemente l’entità dell’atto criminoso: è la viltà del più forte, che in quanto tale si ritiene in diritto di fare quel che vuole dove e quando vuole.
Il crimine mira evidentemente ad aggravare il già duro confronto in atto nel Vicino e Medio Oriente tra statunitensi e loro alleati da una parte (la fantomatica, cosiddetta “coalizione”), forze sciite filoiraniane sirolibanesi e irakene nonché Iran stesso dall’altra. La Guida Suprema della Rivoluzione iraniana, lo ayatollah Khamenei, ha promesso (non solo minacciato) “dure ritorsioni”; e il ministro degli Esteri della repubblica islamica d’Iran Javad Zarif, un diplomatico universalmente apprezzato per prudenza e moderazione, ha denunziato il crimine in modo inequivocabilmente chiaro, collegandolo a un contesto che lo rende ancora più odioso: “L’atto di terrorismo internazionale degli Stati Uniti con l’assassinio del generale Soleimani, a capo della forza più efficace nel combattere Daesh, al-Nusra e al-Qaeda, è estremamente pericoloso e una folle
escalation. Gli Stati Uniti si assumeranno la responsabilità di questo avventurismo disonesto”. D’altro canto l’ambasciata statunitense a Baghdad, forse a sua volta còlta di sorpresa, ha con urgenza invitato i cittadini del suo paese a “lasciare l’Iraq immediatamente”. Trump non esita, nella sua logica esaltata, a mettere in pericolo le vite dei suoi stessi concittadini.
Si può ritenere che la folle decisione del capogangster sia stata in qualche misura anche il risultato del suo disorientamento dinanzi alle recentissime vicende irakene: prima uno scambio di missili fra postazioni statunitensi e basi armate delle milizie sciite armate e sostenute da Teheran (e fin qui, purtroppo, si trattava della brutale “ordinaria amministrazione”: conseguenza, non dimentichiamolo, della criminale aggressione del 2003 all’Iraq di Saddam Hussein, ch’è stata determinante nella destabilizzazione del paese e di tutta l’area vicina inaugurando una realtà di generalizzati conflitti che dura ormai da diciassette anni); quindi l’assalto di migliaia di manifestanti all’ambasciata statunitense in Baghdad, atto giudicato a Washington come conseguenza di un “piano orchestrato dall’Iran”. L’ineffabile Mike Pompeo ha fatto pubblicare foto di irakeni sunniti in festa, inneggianti all’assassinio.
Qasem Soleimani e Mohammed Ridha, responsabile delle relazioni pubbliche delle forze sciite e filoiraniane in Iraq, erano da poco atterrati all’aeroporto internazionale di Baghdad ed entrati in una delle due auto che li attendeva quando è stato sferrato l’attacco, seguito dal lancio di tre razzi sull’aeroporto che non hanno causato alcun ferito.
Il Pentagono ha comunicato che l’attacco è stato ordinato direttamente dal presidente Donald Trump e vuol essere un deterrente per futuri piani di attacco iraniani. Il Dipartimento della Difesa statunitense ha aggiunto che “gli Stati Uniti continueranno ad assumere le azioni necessarie per proteggere la nostra gente e i nostri interessi ovunque nel mondo”, dichiarando che “il generale Soleimani e le sue forze Quds sono responsabili della morte di centinaia di americani e del ferimento di altri migliaia” nonché degli “attacchi contro l’ambasciata americana a Baghdad negli ultimi giorni”.
D’altronde, viste le intenzioni dell’occupante della Casa Bianca, bisogna dire che esse hanno dato frutti immediati. La Guida Suprema iraniana Khamenei, indicendo tre giorni di lutto nazionale in Iran, ha aggiunto che l’uccisione del generale Soleimani raddoppierà la motivazione della resistenza contro gli Stati Uniti e Israele, a sua volta considerato complice dell’attacco che ha portato alla morte del capo delle forze speciali di Teheran. Sono davvero minacce impotenti, è davvero pura retorica la sostanza di queste parole di Khamanei, “Il lavoro e il cammino del generale Qasem Soleimani non si fermeranno e una dura vendetta attende i criminali, le cui mani nefaste sono insanguinate con il sangue di Soleimani e altri martiri dell’attacco della notte scorsa”? A sua volta il presidente iraniano Hassan Rohani, al quale guardano con fiducia le forze politiche che in tutto il mondo continuano a sperare nel dialogo e nell’equilibrio, si è trovato costretto ad avvicinarsi a quelle forze radicali del suo paese ch’egli contrasta da sempre: “Gli iraniani e altre nazioni libere del mondo si vendicheranno senza dubbio contro gli Usa criminali per l’uccisione del generale Qasen Soleimani”, ha dichiarato. “Tale atto malvagio e codardo è un’altra indicazione della frustrazione e dell’incapacità degli Stati Uniti nella regione per l’odio delle nazioni locali nei confronti del suo regime aggressivo. Il governo americano, ignorando tutte le norme umane e internazionali, ha aggiunto un’altra vergogna al record miserabile di quel Paese”.
Ma la strategia di Trump, che mira allo scontro frontale con l’Iran o in sottordine a provocare la caduta del regime moderato di Rohani e la sua sostituzione con forze estremistiche le quali giustificherebbero finalmente un attacco armato simile magari a quello perpetrato nel 2003 contro l’irakeno Saddam Hussein (con le conseguenze note a tutti, che stiamo scontando ancora e che, nei confronti dell’Iran, darebbe luogo a ben più gravi conseguenze), sta già producendo i suoi frutti avvelenati. Gli USA “debbono cominciar a ritirare le loro forze dalla regione islamica da oggi, o cominciare a comprare bare per i loro soldati”, ha affermato il vicecapo delle Guardie della rivoluzione iraniane, Mohammad Reza Naghdi, citato dall’agenzia Fars. Sono parole retoriche di un
politische Soldat, è evidente; com’è evidente ch’esse fanno appunto il gioco del criminale di Washington. Naghdi ha difatti aggiunto che “il regime sionista dovrebbe fare le valigie e tornare nei Paesi europei, da dove è venuto, altrimenti subirà una risposta devastante dalla Ummah islamica. Possono scegliere, a noi non piacciono gli spargimenti di sangue”. Evitiamo di cader nella trappola ottimistica che c’inviterebbe a pensare a minacce a vuoto. Nell’opinione pubblica iraniana e sciita queste parole sono pietre, anzi bombe.
La chiave politico-diplomatica di tutto sta nella dichiarazione aperta ed esplicita da parte del capobanda Trump, che purtroppo è titolare ufficiale e legittimo di un potere universalmente riconosciuto. Di governi che organizzano assassini politici internazionali la storia è piena: ma solitamente, nel farlo, essi elaborano sempre anche scappatoie e paracaduti diplomatici di vario tipo per evitare che le ritorsioni appaiano formalmente legittime. Qui un’azione gangsteristica si distingue da un’azione politica sia pure criminosa. Qui, perfino gli Hitler e gli Stalin si differenziano dagli Al Capone e dai Vito Corleone. Non si tratta solo di differenze formali: quando si perde il senso dell’importanza etica e civile di queste distinzioni ci si avvia pericolosamente sulla via della legge della jungla.
Degli effetti di questo ennesimo crimine, più grave degli altri, l’Iraq sarà il primo obiettivo, il primo a pagare caro: e il suo calvario dura ormai da più di tre lustri. Il primo ministro irakeno dimissionario, lo sciita Adel Abdul-Mahdi, accusato nel corso delle ultime proteste di essere un uomo vicino a Teheran (quando si dice la scoperta dell’acqua calda…), ha condannato il raid aereo americano definendolo una “aggressione” nei confronti dell’Iraq, oltre che una “violazione di sovranità”: “Portare avanti operazioni di eliminazione fisica contro esponenti irakeni di spicco o di un Paese fraterno in territorio irakeno rappresenta una flagrante violazione della sovranità dell’Iraq”, oltre a una “pericolosa
escalation che scatena una guerra distruttiva in Iraq, nella regione e nel mondo”, ha aggiunto. Tutto lapalissiano, direte voi. Senza dubbio: com’erano lapalissiane, giudicate col “senno del poi”, le conseguenze del colpo di pistola di Sarajevo del ’14 e della reazione franco-tedesca all’occupazione di Danzica del ’39.
Anche la voce del Cremlino si è fatta sentire: con quella ragionevolezza e quella moderazione formale di cui Vladimir Vladimirovich Putin è riconosciuto Maestro, e che rischia di fargli dare ragione anche quando non ce l’ha. “L’uccisione di Soleimani è stato un passo avventuristico che accrescerà le tensioni in tutta la regione”, scrivono le agenzie Ria Novosti e Tass seguendo passo dietro passo le dichiarazioni del ministro degli Esteri, Sergej Lavrov: “Soleimani ha servito con devozione la causa per la protezione degli interessi nazionali iraniani. Esprimiamo le nostre sincere condoglianze al popolo iraniano”. Ipocrisia diplomatica, direte voi. Ma sono le regole che servono a evitare a qualunque gioco di divenire mortale. E chi ha mai autorizzato gli Stati Uniti ad azioni estreme in difesa – quanto meno sul piano delle intenzioni – dei propri interessi nazionali con metodi ed effetti che, posti in atto invece da altri, vengono per definizione giudicati “terroristici”?
Le prime conseguenze del piano destabilizzatore di Trump, ormai entrato in una fase ulteriore che potrebb’essere definitiva, si sono già mostrate. Il leader sciita irekeno Moqtada al-Sadr ha già dato ordine ai suoi combattenti, su Twitter, di “tenersi pronti”: è il segnale della ripresa delle attività della sua milizia, ufficialmente dissolta da quasi un decennio. Quanto a Soleimani, egli è ormai uno
shahid, un martire, come lo ha definito Keyvan Khosravi, portavoce del Consiglio supremo di sicurezza della Repubblica islamica d’Iran. Gli ha fatto eco il comandante delle unità di mobilitazione popolare sciite irakene Hashed al-Shaabi, Qais al-Khazali: “La risposta al sangue del martire Abu Mahdi al-Mohandes sarà l’eliminazione di tutta la presenza militare americana in Iraq”. Con discrezione ma anche con decisione, intanto, anche Israele si appresta ad alzare da parte sua la guardia. D’altronde, l’asse di ferro fra Trump e Netanyahu obbliga a prepararsi al peggio.
Va detto peraltro che gli Stati Uniti si presentano ben diversamente che allineati e coperti dietro ai passi di
Totentanz mossi dalla Casa Bianca.
Il candidato democratico alle future elezioni, Joe Biden, ha espresso la sua preoccupazione dichiarando che Trump ha gettato “dinamite in una polveriera”. Un’altra candidata, Elizabeth Warren, ha affermato che “Soleimani era un assassino responsabile della morte di migliaia di persone, inclusi centinaia di americani. Ma la mossa avventata provoca un’escalation della situazione con l’Iran. La nostra priorità deve essere evitare un’altra costosa guerra”. Il giudizio soggettivo della signora Warren nei confronti del comandante Soleimani può avere qualche riscontro obiettivo (per quanto le fonti ufficiali statunitensi per ora si limitino a dire che egli si limitava a “minacciare la vita di centinaia di cittadini americani”, tra i quali peraltro molti vestono l’uniforme e occupano un paese che non è loro: ma quest’esecuzione su base presuntiva ricorda molto da vicino la giacobina “Legge dei Sospetti” del 1793): ma di quanti generali statunitensi si potrebbe tranquillamente dire la stessa cosa se non peggio? A parte ciò, i più accreditati osservatori delle cose iraniane non hanno mancato di sottolineare come le scelte di Soleimani fossero costantemente ispirate al massimo di moderazione compatibile con le sue funzioni. Lo si è eliminato esattamente per la stessa ragione per la quale si vuol fare in modo che Rohani esca sconfitto dalle prossime elezioni iraniane: Trump & Co. vogliono che in Iran trionfino le forze estremiste, in modo da poter lucrare pretestuosamente una parvenza di legittimità ai nuovi colpi che si apprestano ad assestare contro quel paese. Un progetto ignobile assolutamente degno di loro.
Quanto al Congresso, i parlamentari americani non erano stati avvertiti dell’attacco ordinato dal presidente Trump: lo si legge in un comunicato del deputato democratico Eliot Engel. Il raid eseguito in Iraq “ha avuto luogo senza alcuna notifica o consultazione con il Congresso”, recita la nota. Soleimani era “la mente di una grande violenza” e ha “il sangue degli americani sulle sue mani”; tuttavia, “intraprendere un’azione di questa gravità senza coinvolgere il Congresso solleva seri problemi legali ed è un affronto ai poteri del Congresso nella sua veste di ramo paritetico del governo”.

ULTIM’ORA. IL MEDITERRANEO, I GASDOTTI E LA CONFIGURAZIONE DEL SISTEMA DI ALLEANZE IN PREVISIONE DELLA PROSSIMA GUERRA

Al mattino del 3 gennaio 2020 viene diffusa la notizia secondo al quale Israele ha firmato con Grecia e Cipro un accordo per un gasdotto destinato a portare il gas trivellato tra Israele e Cipro verso l’Europa attraverso la Puglia. Il progetto era inizialmente destinato a venire sviluppato nel contesto di un accordo turco-israeliano. Ma dopo le ultime vicende diplomatiche e tecniche, la Turchia ha stretto con Mosca l’accordo denominato TurkStream: da qui il progetto EastMed, che si avvale altresì della collaborazione di una società francoellenica, la IgiPoseidon, che dovrebbe gestire le infrastrutture pugliesi. Un altro tassello di un mosaico che in altri contesti potrebbe configurarsi come economico-tecnico, mentre in quello odierno acquista un valore prebellico, parte dello scenario che si va costruendo in questi mesi tra Mediterraneo e Vicino Oriente e del precisarsi degli schieramenti americo-saudita-israeliano e russo-siro-iraniano, con una Turchia ancora incerta – come si vede dal suo intervento in Libia –, un Egitto ambiguo e un’Europa ancora prona al servilismo NATO ma nella quale comincia a serpeggiare qualche dubbio (la notizia relativa ai gasdotti è di carattere pubblico e si può controllare su EuroNews). Sempre che non si debbano fare i conti anche col Dragone Imperiale cinese che, cavalcando il Belt and Road, si è già insediato saldamente nelle acque del Pireo in attesa di bagnarsi in quelle del Tirreno e dell’Adriatico. I “padrini” che occupano Casa Bianca e Pentagono sono avvertiti: non si facciano illusioni, con la Mafia cinese notoriamente non si scherza (del resto, nemmeno con quella russa).

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