Minima Cardiniana, 258/4

Domenica 1 dicembre 2019, I Domenica di Avvento

LA NATO SIAMO NOI (O FORSE NO?)

Ecco, al riguardo, alcune riflessioni che vi passiamo invitandovi a riflettere, a verificare, a inviare contributi e correzioni.

Due contributi di Manlio Dinucci su “Il Manifesto”
Manlio Dinucci è un caro amico e collaboriamo a varie iniziative. Certo, c’è un problema: Dinucci è comunista e come tutti sanno i comunisti mangiano i bambini. Peraltro, ha anche un altro difetto (nessuno è perfetto): è amico mio, e io sono un noto reazionario. E scrive sul “Manifesto” (orrore!), quotidiano che si autodefinisce comunista. E c’è di peggio. Sul “Manifesto” talvolta ci scrivo anch’io, ci ho perfino firmato elzeviri (raccapriccio!). Ma, siccome al peggio non c’è mai fine, va detto anche qualcos’altro ad aggravare la situazione: il reazionario Cardini viene abbastanza spesso censurato e “oscurato” dai media “moderati”, dalle persone perbene di destra e di sinistra: quei sovversivi del “Manifesto” però, senza dubbio con bieche intenzioni provocatorie, non lo hanno mai né censurato né “oscurato”. Questo per dire fin dove arriva la faziosa malvagità di certa gentaccia.
Dinucci, diavolo d’un uomo, ha di recente sparso il suo veleno – coinvolgendo lo stesso papa (del resto a sua volta, come sapete, sospetto di essere un po’ comunista anche lui) su quell’organizzazione benemerita e umanitaria ch’è la NATO, che noi sosteniamo acquistando bei bombardieri con i soldi delle nostre tasse, tantopiù che siamo certi che bombarderà solo a fin di bene. Questo è certo, dal momento che NESSUNO fra i partiti o quelle organizzazioni che comunque tali si definiscono, né al governo né all’opposizione, ha mai detto una parola contro la NATO; anzi, magari non ne parlano nemmeno. E c’è un partito di destra, che fra qualche mese dopo le elezioni farà quasi certamente parte della coalizione di governo e che d’altronde è piuttosto antieuropeista (per amore della patria italiana, beninteso) e che è fieramente sovranista, al quale tuttavia le basi extraterritoriali della NATO in Italia, da Ghedi alla Dal Molin a Campo Darby, vanno benissimo (e la sovranità territoriale? Nacht und Nebel). Un partito che ormai si è talmente allineato con lo stesso presidente Trump da aderire a The Movement di Steve Bannon, il “Movimento Populista Mondiale” che si presenta come filoatlantista e filo-occidentalista che di più non si può. Chissà come si sentirà qualche vecchietto oggi membro o simpatizzante di quel partito, uno di quelli che magari giovanissimo leggeva roba che andava da Julius Evola a Berto Ricci e che tifava per Jean Thiriart…

MANLIO DINUCCI 1
“L’ATOMICA IMMORALE E CRIMINALE”. SILENZIO BIPARTISAN SUL PAPA
Nucleare. L’Italia istituzionale tace, ma a Ghedi e ad Aviano sono stoccate 70 ogive nucleari Usa. E ne stanno per arrivare di nuovissime
Silenzio di tomba, in tutto l’arco istituzionale italiano sempre loquace nel riverire il papa, sulle parole pronunciate da Papa Francesco il 24 novembre a Hiroshima: “L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine. È immorale il possesso delle armi atomiche”.
Parole imbarazzanti per i nostri massimi esponenti istituzionali che, come i precedenti, sono responsabili del fatto che l’Italia, paese non-nucleare, ospiti e sia preparata a usare armi nucleari statunitensi, violando il Trattato di non-proliferazione a cui ha aderito, il quale proibisce agli Stati militarmente non-nucleari di ricevere armi nucleari, né avere il controllo su tali armi direttamente o indirettamente. Responsabilità resa ancora più grave dal fatto che l’Italia, quale membro della Nato, si è rifiutata di aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari votato a grande maggioranza dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: trattato che impegna gli Stati firmatari a non produrre né possedere armi nucleari, a non usarle né a minacciare di usarle, a non trasferirle né a riceverle direttamente o indirettamente, con l’obiettivo della loro totale eliminazione.
Imbarazzante per i massimi esponenti istituzionali italiani la domanda che papa Francesco fa nel suo discorso a Hiroshima: “Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra?”. L’Italia sta per schierare sul proprio territorio nuove e più micidiali bombe nucleari USA, le B61-12, al posto delle attuali B-61. La B61-12 ha una testata nucleare con quattro opzioni di potenza selezionabili: al momento del lancio, viene scelta la potenza dell’esplosione a seconda dell’obiettivo da colpire. A differenza della B61 sganciata in verticale sull’obiettivo, la B61-12 viene lanciata a distanza e guidata da un sistema satellitare. Ha inoltre la capacità di penetrare nel sottosuolo, anche attraverso cemento armato, esplodendo in profondità per distruggere i bunker dei centri di comando e altre strutture sotterranee, così da “decapitare” il paese nemico in un first strike nucleare.
Altrettando imbarazzante per i massimi esponenti istituzionali italiani l’altra domanda di papa Francesco: “Come possiamo proporre la pace se usiamo continuamente l’intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti?”. L’Italia, quale membro della Nato, ha avallato la decisione statunitense di cancellare il Trattato INF che, firmato nel 1987 dai presidenti Gorbaciov e Reagan, aveva permesso di eliminare tutti i missili nucleari a gittata intermedia con base a terra schierati in Europa, compresi quelli installati a Comiso. Gli Stati uniti stanno mettendo a punto nuovi missili nucleari a raggio intermedio con base a terra, sia da crociera che balistici (questi capaci di colpire gli obiettivi in pochi minuti dal lancio), da schierare in Europa, quasi certamente anche in Italia, contro la Russia e in Asia contro la Cina. La Russia ha avvertito che, se verranno schierati in Europa, punterà i suoi missili nucleari sui territori in cui saranno installati.
Le potenze nucleari posseggono complessivamente circa 15.000 testate nucleari. Oltre il 90% ri appartiene a Stati Uniti e Russia: ciascuno dei due paesi ne possiede circa 7 mila. Gli altri paesi in possesso di testate nucleari sono Francia (300), Cina (270), Gran Bretagna (215), Pakistan (120-130), India (110-120), Israele (80-400), Corea del Nord (10-20). Altri cinque paesi – Italia, Germania Belgio, Olanda e Turchia – hanno complessivamente circa 150 testate nucleari statunitensi dispiegate sul proprio territorio. La corsa agli armamenti si svolge però non sulla quantità ma, sempre più, sulla qualità delle armi nucleari: ossia sul tipo di piattaforme di lancio e sulle capacità offensive delle testate nucleari.
Un sottomarino statunitense della classe Ohio è in grado di lanciare, in meno di un minuto, 24 missili balistici Trident armati di 120-190 testate nucleari, la cui potenza esplosiva è più del doppio di quella di tutti gli esplosivi non-nucleari usati nella Seconda guerra mondiale. Il nuovo missile balistico intercontinentale russo Sarmat, con raggio fino a 18.000 km, è capace di trasportare 10-16 testate nucleari che, rientrando nell’atmosfera a velocità ipersonica (oltre 5 volte quella del suono), manovrano per sfuggire ai missili intercettori.
E quando papa Francesco afferma che l’uso dell’energia nucleare per fini di guerra è “un crimine non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune”, ossia un crimine che mette in pericolo il futuro del pianeta Terra dove la vita potrebbe estinguersi in seguito a una guerra nucleare, restano muti anche coloro che ogni giorno parlano di difesa dell’ambiente. Essi tacciono sul fatto che la più grave minaccia per l’ambiente di vita sul pianeta è la guerra nucleare, e che è quindi prioritario l’obiettivo della completa eliminazione delle armi nucleari.
Resta da vedere in che misura l’avvertimento lanciato da papa Francesco da Hiroshima sia recepito nella Chiesa stessa e in generale tra i cattolici. Non è la prima volta che egli lancia tale avvertimento ma la sua voce, per usare una locuzione del Vangelo, assomiglia a quella di “uno che grida nel deserto”. A questo punto viene spontanea una proposta laica: se manca la coscienza, si risvegli almeno l’istinto di sopravvivenza.
(“Il Manifesto”, 26 novembre 2019)

Così il giornalaccio comunista. Avete da obiettare? Rilevate errori o inesattezze? Potete affermare che sono tutta calunnie? O siete in grado di replicare che è così e che va tutto bene, che questa “deterrenza” garantisce “la pace nel mondo”? Forza con le obiezioni: ma, mi raccomando, fondate e documentate.

MANLIO DINUCCI 2
GLI F-35 DECOLLANO CON ALI BIPARTISAN
Lorenzo Guerini (PD), ministro della Difesa del governo Conte II, ha comunicato alle commissioni parlamentari il passaggio alla fase 2 del programma di acquisto degli F-35 della statunitense Lockheed Martin.
Passaggio preparato dal governo Conte I: il vicepremier Salvini (Lega) sottolineava lo scorso marzo che “ogni ipotesi di rallentamento o ravvedimento del programma di acquisto degli F-35 sarebbe un danno per l’economia italiana”; il sottosegretario agli Esteri Di Stefano (M5S) richiedeva una “revisione profonda degli accordi” ma aggiungeva che, “se abbiamo delle commesse da pagare, certamente non passeremo alla storia per aver tradito un accordo fatto con aziende private: c’è un’intera filiera che va rispettata”.
Lo scorso maggio il governo Conte I autorizzava “la realizzazione e la consegna di 28 caccia F-35 entro il 2022 (i velivoli sinora consegnati sono 13), i cui contratti sono stati completamente finanziati”, ovviamente con denaro pubblico.
Lo scorso ottobre, nei colloqui riservati col governo Conte II a Roma, il segretario di stato Usa Mike Pompeo richiedeva all’Italia di sbloccare l’ordine per un ulteriore acquisto. Subito il ministro della Difesa Guerini lo assicurava, in una intervista al Corriere della Sera, che “l’Italia è un paese affidabile e credibile rispetto agli impegni internazionali: contribuire al programma F-35 è un segno tangibile della nostra affidabilità”.
Pochi giorni dopo, nella conferenza stampa a Washington col presidente Mattarella, il presidente Trump annunciava esultante: “L’Italia ha appena acquistato 90 nuovissimi F-35. Il programma va molto bene”.
L’Italia conferma quindi l’impegno ad acquistarne 90, con una spesa prevista in circa 14 miliardi di euro. Ad essa si aggiunge quella inquantificabile per il continuo aggiornamento del software del caccia.
L’Italia non è solo acquirente ma fabbricante dell’F-35, quale partner di secondo livello. La Leonardo – la maggiore industria militare italiana, di cui il Ministero dell’economia e delle finanze è il principale azionista con circa il 30% – è fortemente integrata nel complesso militare-industriale Usa.
È stata per questo scelta per gestire lo stabilimento Faco di Cameri (Piemonte), da cui escono i caccia destinati all’Italia e all’Olanda. La Leonardo produce anche le ali complete per aerei assemblati negli Usa, utilizzando materiali prodotti negli stabilimenti di Foggia (Puglia), Nola (Campania) e Venegono (Lombardia).
L’occupazione alla Faco è di circa un migliaio, di cui molti precari, appena un sesto di quella preventivata. Le spese per la realizzazione dello stabilimento Faco e l’acquisto dei caccia sono superiori all’importo dei contratti stipulati da aziende italiane per la produzione dell’F-35. Dal punto di vista economico, contrariamente a quanto sostiene il governo, la partecipazione al programma dell’F-35 è fallimentare per le casse pubbliche.
Il ministro Guerini ha avviato la fase 2 del programma sugli F-35 “senza una valutazione di merito e in assenza di un’informativa, in contrasto con le indicazioni del Parlamento”, denuncia il deputato di LeU Palazzotto, chiedendo che il ministro spieghi “su che basi ha autonomamente assunto questa decisione”.
Nella sua “spiegazione” il ministro non dirà mai la vera ragione per cui ha assunto tale decisione, non autonomamente ma su mandato dell’establishment italiano. La partecipazione al programma dell’F-35 rinsalda l’ancoraggio politico e strategico dell’Italia agli Stati uniti, integrando ancor più il complesso militare industriale italiano nel gigantesco complesso militare-industriale Usa.
La decisione di partecipare al programma è quindi una scelta politica, fatta su base bipartisan. Lo conferma il fatto che la Lega, avversaria del Pd, plaude al ministro Pd: “Prendiamo atto con soddisfazione che sugli F-35 il ministro Guerini ha annunciato l’avvio della fase 2”, dichiarano unanimi i parlamentari leghisti.
Le maggiori forze politiche, in contrasto l’una con l’altra, si ricompattano al seguito degli Stati uniti, “l’alleato privilegiato” che tra poco schiererà in Italia, insieme agli F-35, le nuove bombe nucleari B61-12 progettate in particolare per questi caccia di quinta generazione.
(“il Manifesto”, 30 novembre 2019)

Bravo, il deputato Palazzotto. Ma il parlamento è grande: c’era lui solo a eccepire? La costituzione parla d’un’Italia che rifiuta la guerra eccetera, e nel suo nome abbiamo respinto l’adesione a qualsivoglia programma nucleare: eppure il paese è pieno di armi di quel tipo. Come si spiega? Giorni fa, davanti a un campo Rom alla periferia di Roma, alcuni ragazzi hanno intonato una canzone che a un certo punto dice: “Va’ fuori d’Italia – va’ fuori ch’è l’ora – va fuori d’Italia – va’ fuori o stranier!”. Mi apre siano versi di Fratelli d’Italia di Goffredo Mameli: una sigla che in politica ha fatto fortuna. Avete mai visto ragazzi cantarla davanti ai cancelli e alle barriere di Aviano o di Ghedi?

Pubblicato in MC

Minima Cardiniana, 258/3

Domenica 1 dicembre 2019, I Domenica di Avvento

PROGETTO “SIAMO TUTTI PELLEROSSA” (STP)

Berceto, 5 ottobre 2019
DICHIARAZIONE D’INTENTI
I sottoscritti
Giovanni Armillotta
Ugo Barlozzetti
Marco Barsacchi
Alessandro Bedini
Daniela Braceschi
Franco Cardini
Amerino Griffini
Luigi Lucchi
Alessandro Martire
Alessandro Michelucci
Adolfo Morganti
Marco Neri
David Nieri
Giannozzo Pucci
Gloria Roselli
Sergio Salvi

diversi per posizioni religiose e politiche, per interessi culturali, per fascia d’età, per condizione sociale e professionale, ma liberi da qualunque pregiudizio confessionale, razziale o ideologico e consci del problema che li sollecita a riunire le loro forze, con la presente

DICHIARAZIONE D’INTENTI

Formalizzano la loro volontà di avviare il programma

“SIAMO TUTTI PELLEROSSA”

sulla base delle seguenti esigenze da essi profondamente sentite:
1. La società mondiale del XXI secolo si è costituita, nelle sue espressioni politiche, culturali e mediatiche di vertice, una solida coscienza etica e storica fondata sulla consapevolezza dei passati crimini perpetrati da capi di stato, da governi e di popoli differenti nei confronti di altri gruppi etnici e/o religiosi e sulla ferma volontà di approfondire la conoscenza storica dei passati crimini, di promuoverne la consapevolezza presso le giovani generazioni e di operare affinché (come più volte si è proclamato, non sempre dando seguito con atti concreti alle intenzioni) errori ed orrori del passato non si ripetano, in mutate condizioni socioculturali e socioeconomiche e sotto nuove forme o medianti nuovi alibi, nel presente e nel futuro.
2. Tuttavia tali proclamate intenzioni si sono tradotte sovente in atti e in scelte insufficienti, reticenti, arbitrari quando non addirittura in colpevoli forme di silenzio o di sottovalutazione dovute al timore di provocare o comunque di disturbare poteri politici, economici, finanziari o religiosi che ancor oggi, con una pluralità di circostanze e di metodi, stanno perpetuando forme diverse di persecuzione, di repressione, di concentrazione forzata, di limitazione della libertà, di rifiuto di riconoscimento del patrimonio linguistico e culturale di molte comunità numericamente “minoritarie” o storicamente “scomode”.
3. Risultato di ciò è che ancor oggi, giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, l’umanità di va depauperando dell’inestimabile tesoro biologico, antropologico, linguistico, religioso e culturale costituito nel suo complesso dalla Diversità, che sta alla base della vita e della dignità del genere umano e che in nulla contrasta con il principio dell’Uguaglianza morale di tutti gli uomini sul piano della dignità e di quel complesso di prerogative ch’è stato indicato come “Diritti dell’Uomo”.
4. Ciò premesso, il programma “Siamo tutti pellerossa” intende: a) studiare, catalogare, analizzare tutte le situazioni nel mondo attuale che direttamente o indirettamente, esplicitamente e implicitamente, siano di pregiudizio alla sopravvivenza e al libero esercizio di prerogative politiche, religiose, economiche e culturali di gruppi etnici, religiosi e culturali; b) scoprire, analizzare, denunziare senza pregiudizio ideologico o politico alcuno, ma con il massimo rigore e la massima serenità possibile, quei casi ancora presenti nella società mondiale di oggi nei quali per qualunque motivo e sotto qualunque alibi si perpetuino situazioni di persecuzione, di “pulizia etnica”, di repressione, di negazione o limitazione della libertà politica, culturale, etnica o religiosa di gruppi anche largamente minoritari o addirittura etnolinguisticamente parlando minimi sotto il profilo numerico; c) organizzare esposizioni, convegni, incontri e interviste, lavorando soprattutto nelle e per le scuole, volti a conoscere e a far conoscere sempre meglio le situazioni di disagio e d’ingiustizia delle quali individui o popoli siano vittime a causa della loro condizione etnolinguistica e/o etnoculturale e a denunziare con chiarezza e fermezza tutte quelle attività finanziarie, economiche, tecnologiche che in qualunque modo siano di pregiudizio a comunità umane la voce delle quali è troppo flebile per giungere ai poteri preminenti del mondo e per indurli ad ascoltare i loro diritti e le loro esigenze.
5. Oggetto dell’attività di ricerca, di sensibilizzazione mediatica e di azione civile dei membri per Programma STP sarà la denunzia di tutte le violenze perpetrate per qualunque ragione e con qualunque ragione a danno di persone e di gruppi del genere umano. Per il passato tanto remoto quanto prossimo, tale attività sarà indirizzata in senso principalmente storico-archeologico-antropologico e diretta soprattutto a informare docenti e studenti. Per il presente, non intendiamo fermarci ai casi più noti e drammatici (gli ebrei, i palestinesi, gli zingari, i tibetani, i curdi, gli ainu, gli uiguri, le varie etnìe dei mondi africano, asiatico, americano e oceanico) ma anche a quelli considerati “minori” e sfociati non in casi di genocidio bensì di etnocidio (eliminazione non fisica, bensì linguistica e culturale) e causati non solo da vero e proprio razzismo bensì da forme croniche e striscianti di xenofobia: sempre tenendo ben chiaro e presente che la vera lotta contro razzismo, xenofobia e repressione etnoculturalmente motivata passa attraverso il più attento rispetto delle differenze tra gli esseri umani anziché attraverso astratte forme di livellamento e d’indifferenzialismo, che umiliano e impoveriscono l’umanità.
6. A livello propriamente politico, e principalmente nella direzione dell’auspicata integrazione politica del continente europeo, il Programma STP intende rivendicare i diritti della storia contro le passate violenze commesse ai danni dei popoli politicamente e militarmente più deboli: quindi tutte le sottomissioni, le aggregazioni forzose, le assimilazioni programmatiche, le censure culturali. In particolare tra fine XVIII-inizio XXI secolo, in tutti i continenti, l’affermarsi degli stati nazionali si è accompagnata non alla valorizzazione dei diritti di tutti i popoli, bensì all’accettazione generalizzata del diritto dei più forti: così in Spagna (contro andalusi ebrei e arabi, galiziani, catalani e baschi), in Francia (contro bretoni, occitani, corsi), nel Regno Unito (contro irlandesi, scozzesi), in Italia (contro occitano-provenzali-aostani, sardi, sloveni, croati, sudtirolesi), nel mondo balcanico ecc. Il Programma STP rivendica la sua convinzione che la futura unità europea dovrà essere quella di tutti i popoli, ciascuno con la sua lingua, e che – pur non essendo possibile negare o modificare il cammino fatto dagli stati nazionali – l’Europa del futuro dovrà dare spazio non solo alle nazioni artificialmente e istituzionalmente legittimate, bensì anche ai popoli e alle regioni che in qualche modo gli stati nazionali hanno coartato.
7. I sottoscritti eleggono a sede ufficiale del loro Programma la città di Berceto (Parma), nella quale già da anni è attivo un centro di collegamento con l’etnia native American lakota (USA) dopo che, l’11 settembre 1988, si è stabilito il gemellaggio tra Berceto e la Riserva native American di Pine Ridge (South Dakota), appartenente alla gloriosa nazione lakota patria del grande capo Sitting Bull.
8. I sottoscritti danno appuntamento a quanti vorranno partecipare all’avvìo ufficiale della loro attività a Berceto (Parma) il giorno domenica 5 ottobre 1019, alle ore 10,30, per un incontro con le comunità curda e lakota.
9. I sottoscritti eleggono a Giornate del Programma STP l’11 e 12 settembre di ogni anno stabilendo Berceto come loro sede principale e aderiscono al progetto d’insediamento in tale centro della “Piccola ONU per il riconoscimento dei popoli e nazioni non riconosciute”, impegnandosi a un’azione di sensibilizzazione di tali problematiche volta a raggiungere anche i massimi livelli, quali la Santa Sede, l’Assemblea delle Nazioni Unite e il Parlamento Europeo.

Berceto, 11 settembre 2019

Giovanni Armillotta, Ugo Barlozzetti, Marco Barsacchi, Alessandro Bedini, Daniela Braceschi, Franco Cardini, Amerino Griffini, Luigi Lucchi, Alessandro Martire, Alessandro Michelucci, Adolfo Morganti, Marco Neri, David Nieri, Giannozzo Pucci, Gloria Roselli, Sergio Salvi.

ANNESSI SUI POPOLI MINACCIATI E SUI GENOCIDI
Annesso 1: una riflessione sui genocidi
Una giornata per ricordare tutti i genocidi
Il termine genocidio fu coniato nel 1943 dall’avvocato polacco Raphael Lemkin, che lo utilizzò per la prima volta nell’introduzione del suo libro Axis Rule in Occupied Europe, datata 15 novembre 1943. L’opera uscì l’anno successivo. Erano i tempi bui della Shoah, quindi fu naturale che la tragedia ebraica fosse il primo caso al quale veniva applicata la nuova definizione. Poi, per circa mezzo secolo, lo sterminio della minoranza israelita è stato considerato una tragedia unica e irripetibile, il crimine contro l’umanità per eccellenza. Ogni confronto con altri genocidi era considerato un sacrilegio. Purtroppo Lemkin era morto nel 1959, quindi non poteva contestare questa falsificazione del suo pensiero. Il giurista di religione ebraica era stato il primo a studiare la materia approfondendo una grande varietà di casi, dal Metz Yeghern (genocidio armeno) a quello degli aborigeni della Tasmania. Grazie a questi studi aveva contribuito a elaborare la Convenzione sul genocidio, approvata dall’ONU il 9 dicembre 1948 ed entrata in vigore il 12 gennaio 1951. L’umanità ha un debito sconfinato nei suoi confronti. Nonostante questo, purtroppo, nessuno dei suoi libri è stato ancora tradotto in italiano.
Ma non è bastato che il genocidio fosse dichiarato un crimine di diritto internazionale: dalla Cambogia al Ruanda, dalla Bosnia al Biafra, l’ultimo mezzo secolo è stato costellato di tragedie epocali che hanno riaperto le ferite della Seconda guerra mondiale. Molti avevano detto Mai più, ma non è bastato per evitare che certi orrori si ripetessero. Stavolta, inoltre, i genocidi sono stati documentati in tempo reale dai media. Hanno ispirato il cinema, come ci ricordano Jonathan Friedman e William Hewitt in The History of Genocide in Cinema: Atrocities on Screen (I. B. Tauris, 2016).
Di conseguenza il dibattito sul tema è stato inquadrato in un’ottica nuova. Il termine genocidio è stato applicato anche ad altri casi. Sono usciti molti libri sul genocidio armeno, su quello degli Indiani americani e di altri popoli indigeni sterminati dai colonialisti europei. Come gli Herero e i Nama, vittime del primo genocidio del Novecento, quasi completamente cancellati dal potere coloniale tedesco.
Inserire la tragedia ebraica in un contesto più ampio, accanto ad altri genocidi, non significa diminuirne il rilievo storico. Al contrario, significa toglierla da una terra di nessuno dove resterebbe un fenomeno incomprensibile. Oggi l’unicità della Shoah è rifiutata anche da molti studiosi ebrei: basti pensare a Israel Charny, fondatore e direttore dell’Istituto di studi sul genocidio di Gerusalemme, curatore della Encyclopedia of Genocide (ABC-CLIO, 2000).
La risposta ideale a questo nuovo contesto è una giornata della memoria dedicata a tutti i genocidi. Inclusi quelli di tante comunità piccole e remote che non hanno canali diplomatici per far sentire la propria voce. Del resto, se ci sono giornate internazionali per temi che riguardano tutti – l’infanzia, i diritti umani, la pace – perché non può esisterne una dedicata al genocidio?
Thomas Benedikter
Alessandro Michelucci

Propongo di aggiungere al documento:
una giornata per tutti i genocidi, da organizzarsi ogni anno in un periodo da definirsi, sul tipo di quella che viene organizzata a Londra dalla Islamic Human Rights Commission:
https://www.ihrc.org.uk/activities/projects/9928-introduction-to-gmd/

Un esempio da seguire
Anche se non si tratta di un’iniziativa ufficiale, una giornata dedicata al ricordo di tutti i genocidi esiste già: alludiamo al Genocide Memorial Day, organizzato a Londra dalla Islamic Human Rights Commission (IHRC), un’ONG riconosciuta dall’ONU. Questo progetto rifiuta che i genocidi siano sottoposti a una clas-sificazione gerarchica. Lanciata nel 2008, la giornata si svolge in una data variabile, generalmente in gen-naio. Ogni anno è dedicata a un tema specifico, come Steps leading to genocide (2015), Genocidal weapons (2016) e Lessons from the cultural genocide of Muslims and Jews in Europe (2017). La parte principale dell’evento è una conferenza alla quale partecipano esperti provenienti da tutto il mondo. Negli ultimi anni iniziative collegate a questa si sono tenute in altre città, fra le quali Amsterdam, Barcellona e Parigi.

Annesso 2: un Centro col quale collaborare sistematicamente
CENTRO DI DOCUMENTAZIONE SUI POPOLI MINACCIATI (CDPM)
Chi siamo
Nel 1993 è nata a Firenze l’Associazione per i popoli minacciati, sezione italiana dell’omonima organizzazione tedesca. Nel 2000, in seguito a divergenze sulla guerra del Kosovo, abbiamo lasciato l’associazione tedesca e abbiamo assunto la denominazione attuale. Ma il nostro obiettivo è rimasto lo stesso: sensibilizzare l’opinione pubblica affinché conosca i problemi delle minoranze e dei popoli indigeni. Dal Sudan al Pacifico, dall’Amazzonia all’Europa, questi sono coinvolti in numerosi conflitti contemporanei. In molte parti del mondo ci sono popoli che lottano contro la pirateria genetica, l’inquinamento ambientale, la repressione dei diritti linguistici e religiosi, il colonialismo nucleare, l’industrializzazione selvaggia.
Il centro di documentazione si trova a Firenze, all’interno del Circolo Vie Nuove. È il primo archivio italiano interamente dedicato ai problemi delle minoranze, dei popoli indigeni e delle nazioni senza stato. Raccoglie migliaia di pubblicazioni – riviste, libri, tesi universitarie, film – in varie lingue: italiano, inglese, spagnolo, francese, tedesco, turco, catalano, romeno, esperanto, friulano, etc.
Inoltre organizziamo conferenze, presentazioni di libri, cineforum, etc. Il centro fa parte della rete SDIAF (Sistema di documentazione dell’area fiorentina), come le biblioteche comunali e altri centri di documentazione.

Iniziative
In 26 anni di attività abbiamo organizzato oltre 50 conferenze sui temi più vari: dagli Indiani del Nordamerica agli indigeni della Siberia, dai Kurdi alle minoranze europee. Abbiamo collaborato con le istituzioni locali di Firenze, Greve in Chianti, Monsummano Terme, etc. e con altre associazioni, fra le quali ACSIT, Amnesty International, Circolo Vie Nuove, Kiwani, Testimonianze, Transafrica e Xena. Abbiamo partecipato a conferenze organizzate da altri, come il Primo Congresso Mondiale Berbero (1997). La nostra associazione è stata presente all’ONU di Ginevra, dove si è riunito per molti anni il Gruppo di Lavoro sui Popoli Indigeni.

Pubblicazioni
La causa dei popoli (http://issuu.com/lacausadeipopoli) Rivista telematica quadrimestrale.
Pagina Facebook (www.facebook.com/centropoliminacciati) Aggiornamenti su libri, riviste, mostre, conferenze, etc.

Libri
America indigena (1992) – I custodi della terra (1993) – Popoli indigeni popoli minacciati (1998) – Il sangue della terra. La lotta degli U’wa contro la Occidental Petroleum (2003).

Bibliografie
Per orientare i laureandi, i giornalisti e gli studiosi curiamo una bibliografia italiana (1966-oggi) che viene costantemente aggiornata.

Centro di documentazione sui popoli minacciati c/o Alessandro Michelucci
Via Trieste 11 – 50139 Firenze popoli-minacciati@ines.org tel. 055-485927 cell. 327-0453975.

Pubblicato in MC

Minima Cardiniana, 258/2

Domenica 1 dicembre 2019, I Domenica di Avvento

CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI SULLE CULTURE DEL PELLEGRINAGGIO (CISCuP)

DOCUMENTO DI BASE
Berceto, 25 luglio 2019, festa dell’apostolo Giacomo

Premessa
La storia del genere umano è segnata costantemente, in molteplici varianti, dal rapporto, dall’incontro e inevitabilmente anche dallo scontro fra tipi umani che dovrebbero essere antropologicamente parlando complementari ma che sono invece talora – per motivi ora geostorici, ora climatici, ora socioeconomici, ora etnoreligiosi – concorrenti se non addirittura conflittuali fra loro: il nomade-raccoglitore-cacciatore e il sedentario-allevatore-contadino; il costruttore di strade e di ponti e l’edificatore di città, di muraglie e di fortezze. Due miti fondanti della cultura eurasiomediterranea, quello di Caino e Abele e quello di Romolo e Remo, presentano analogo schema: il pastore e quindi nomade Abele versus l’agricoltore e quindi sedentario Caino, il pastore e quindi nomade Remo e l’agricoltore e quindi sedentario Romolo. Caino e Romolo, sedentari (e assassini), sono anche fondatori di città e cultori di raffinate tecnologie quali la musica e le arti della lavorazione dei metalli. Nelle antiche culture, i santuari sono sovente al centro di centri demici dove vivi sono artigianato e commercio: eppure, ad essi convergono quei tipi speciali di nomadi (magari temporanei) che sono i viaggiatori, i mercanti, i pellegrini.
Il centro appenninico di Berceto è, storicamente parlando, un modello si potrebbe dire perfetto di questo complesso nodo culturale. Esso è difatti situato su quella via che attraversava il Mons Bardonis, o Mons Langobardorum nell’Alto Medioevo, mettendo in comunicazione due regioni fondamentali dell’area tirrenico-settentrionale italica: la ligure-emiliano-lombarda (che nel medioevo era, tout court, la Langobardia o “Lombardia”) e la Toscana, regioni che fra VI e VIII secolo erano state “di frontiera”, lungamente disputate tra romano-orientali o “bizantini” e longobardi prima di entrar a far parte del regnum Italiae carolingio del IX secolo.
È noto che nel corso dell’Alto Medioevo una serie di ragioni socioeconomiche, politiche e demografiche avevano determinato lo spopolamento, l’abbandono o comunque il restringimento di vari centri urbani come dei tracciati di alcune celebri, illustri tracciati di vie consolari romane quali l’Aurelia, l’Emilia e la Cassia. Ad essi si era andata in parte lentamente sostituendo quella Via (variamente denominata Francigena o Romea) che, collegando città importanti quali Piacenza e Lucca, venne chiamata altresì Via Peregrinorum e che – configurandosi non certo come un’ordinata e omogenea via consolare antica, bensì almeno a tratti come un fascio di sentieri disseminato però di guadi, di ponti, di xenodochia o hospitalia che la configuravano come un “asse viario attrezzato” – collegava allacciandosi con altri analoghi tratti viari quelle che, nel pieno medioevo, furono le tre principali mète di pellegrinaggio della Cristianità: Santiago de Compostela in Galizia, Roma e Gerusalemme. Lungo questo immenso nastro viario in parte terrestre in parte marittimo andarono lentamente ordinandosi luoghi di pellegrinaggio ora di grande importanza e notorietà – come San Michele in Val di Susa o Lucca con il suo “Santo Volto” – ora maggiori o minori stationes a loro volta sedi d’importanti culti santorali e di venerazione d’illustri reliquie e, al tempo stesso, centri sovente di rinomati mercati stagionali che, dal nome dei santi che ne erano patroni, assumevano il nome di feriae (“fiere”).
Lungo questi itinerari o in quella ch’è stata appunto definita “area di strada” sono nati centri demici, pievi, monasteri, nuclei di produzione artigianale e di scambio mercantile, luoghi d’irradiazione culturale corredati di scriptoria librarii e sedi talora d’illustri leggende a carattere santorale o addirittura epico. La Via Francigeno-Romea della quale il passo della Cisa, con Berceto, era una statio, è parte di quell’arteria viaria che assumendo vari e diversi nomi era il Camino de Santiago tra la Galizia e i Pirenei, la Via Appia-Latina tra Lazio e Puglia, la via michelita del Monte Gargano celebrata da un celebre affresco sito all’interno di un mithraeum divenuto cappella eremitica appunto a Sutri lungo la Francigena; è l’itinerario lungo il quale sono nate le gesta epiche di Rolando a Roncisvalle e nei tanti loca rolandiana in Francia e in Italia; è quello allacciato a illustri diverticoli che conducono fino a Saint-Michel-au-Péril de-la-Mer, a Canterbury sede a partire dalla fine del XII secolo del santuario del martire Thomas Becket (ma già alla fine del X secolo un vescovo di Canterbury, Sigerico, aveva percorso e descritto la Francigena), e che da Piacenza attraverso la Liguria e la costa provenzale-occitana conducono alla Sainte-Baume sacra al culto di Maria Maddalena, al santuario “gitano” delle Saintes-Maries nella Camargue, e ancora più a sud fino a Nostra Signore del Rocío nella marisma di Huelva, presso la foce del Guadalquivir; mentre dall’alta parte dell’Europa, a partire dalla Via Egnatia greco-epirota al di là del canale d’Otranto, conduce al Monte Athos in Tessaglia, a Tessalonica sacra a san Giorgio, a Costantinopoli e quindi a Damasco e a Gerusalemme.
Diciamolo insomma, in questi tempi d’incertezza e di disorientamento ma anche di affannosa, spesso ambigua ricerca di “radici” e “d’identità”: sulle vie del pellegrinaggio e degli hospitalia dei pellegrini, dove transitavano i mercanti e i clerici vagantes diretti alle grandi università fondate nel XII secolo, è nata l’Europa. Quell’Europa che era già parte dell’Impero romano il quale però era una realtà circummediterranea largamente asiatica e nordafricana: ma che ha la sua radice più specifica nel mondo cristiano, latino-germanico-celto-balto-slavo, quella che il poeta romantico Novalis chiamava Christenheit oder Europa (“la Cristianità, cioè l’Europa”) e che è il nucleo storico e culturale vivente dello stesso moderno Occidente.
A tutto ciò va aggiunto che la dimensione del pellegrinaggio è viva in tutte le culture del passato e del presente. Al pellegrinaggio cristiano sono imparentate sia la aliah ebraica, sia lo haj musulmano, ma anche altre forme di “viaggio verso una mèta sacrale” in tutte le religioni di tipo mitico-immanente, quelle che la teologia cattolica definisce “religioni naturali”. Esistono poi le moderne forme di “pellegrinaggio laico”, come quelle alle tombe dei capi politici, dei campioni sportivi, delle star cinematografiche e televisive, dei divi del canto e della musica. Né va taciuta la moderna dimensione del “turismo religioso”, al pellegrinaggio connessa ma da esso distinta.
Se credessimo alle coincidenze, aggiungeremmo che Berceto, questo luogo così “provvidenzialmente” segnato dall’incontro tra la “sedentarietà” degli insediamenti, delle chiese, degli ospizi e il “nomadismo” dei pellegrini, è altresì il luogo nel quale si sono incontrate la “sedentarietà” della cultura europea e il “nomadismo” della gloriosa nazione native American, la nazione alla quale appartenne quel luminoso esempio di culto della libertà e della tradizione che fu Tatanka Iyotaka, “Toro Seduto”, l’eroe di Little Big Horn. Nelle culture amerinde pre- e postcolombiane i pellegrinaggi ai santuari (cristianizzati a partire dal XVI secolo) avevano un ruolo importante; e d’altronde il riflettere sulla tragedia del genocidio perpetrato a danno dei native Americans costituirebbe (costituirà) un motivo e un valore aggiunto nel progetto culturale che ci proponiamo e che qui sinteticamente esponiamo.

Un progetto: il Centro Internazionale di Studi sulle Culture del Pellegrinaggio (CISCuP)
Il pellegrinaggio, in quanto dimensione antropologico-storica e antropologico-religiosa, è una costante viva si può dire in tutte le civiltà che si sono avvicendate nei lunghi millenni della storia umana.
Il gruppo di studiosi, di politici, di amministratori, di liberi cittadini cultori del viaggio soprattutto a piedi che si sono riuniti a Berceto per fondare un sodalizio culturale e civile, si sono dati come loro primo e specifico còmpito quello di studiare le vicende di un passo appenninico che, specie fra X e XIII secolo – ma non solo – assisté ai numerosi passaggi di uomini e donne diretti a Roma attraverso le stationes di Pontremoli, di Lucca, di Altopascio, di Poggibonsi, di San Vivaldo, Borgo San Sepolcro, di Acquapendente, di Siena e di Bolsena-Orvieto oppure a Santiago de Compostela attraverso quelle di Piacenza, di San Michele di Susa, di Bresse, di Cluny, di Orange, di Pau, di Roncisvalle, di Puente-la-Reina, di Pamplona. Ma la ricerca sull’”area di strada” della Francigena tra Piacenza e Lucca includeva e include anche le aree prossime dell’appennino modenese, dell’area apuana con la città di Luni, delle vicende che accompagnarono le incursioni corsare saracene e normanne dei secoli VIII-X e quelle delle signorie feudali e cittadine e delle realtà comunali successive fino agli stati dell’Italia preunitaria e quindi unitaria. Ancora, còmpito del CISCuP sarà la valorizzazione di tutto quel che a livello turistico, culturale, sociale e infrastrutturale comprende il revival del pellegrinaggio e del viaggio a piedi come realtà vivente del mondo di oggi, con tutte quelle iniziative tese a valorizzare le bellezze naturali e le risorse socioculturali del territorio.
Il CISCuP non si rivolgerà pertanto solo agli Enti Locali e alle Università di Piacenza, di Parma nonché all’Università “Campus” di Lucca specializzata nella preparazione di personale specializzato nelle scienze del turismo. Esso coinvolgerà anche gli enti pubblici e privati a tutti i livelli interessati alla vita produttiva e culturale dell’area promovendo occasioni d’incontro, cicli di aggiornamento degli insegnanti, giornate di studio, stages di approfondimento storico e di scavo archeologico. Sarà sua cura promuovere siti informatici d’incontro e di scambio d’informazioni e pubblicazioni a carattere sia turistico sia scientifico volte a valorizzare la zona.
Come l’adesione al CISCuP è libera e volontaria, la sua attività sarà del tutto aperta: a partecipare ad essa è chiamato chiunque indipendentemente dalla fascia d’età, dal sesso e/o genere, dal livello culturale, dallo stato socioeconomico, dalla condizione professionale, dall’origine etnolinguistica.
È importante sottolineare che, per quanto specificamente diretto allo studio di un fenomeno che è anche e magari soprattutto religioso, il CISCuP è un sodalizio a carattere laico al quale tutti sono invitati e nel quale tutti sono benvenuti qualunque siano le sue convinzioni religiose o politiche.

Scopi e obiettivi del CISCuP
1. Incontri sia ordinari e periodici, sia straordinari (convegni, congressi, giornate di studio, viaggi comunitari) che abbiano come oggetto lo studio di quanto attiene la civiltà del pellegrinaggio a tutti i livelli e in qualunque contesto socioculturale (non solo quelli nelle religioni “rivelate” ma anche quelli nelle “religioni naturali” – cioè mitico-immanentistiche) tanto nei contesti antichi quanto in quelli moderni e contemporanei fino ai fenomeni moderni e postmoderni (“pellegrinaggi laico-politici”, culture connesse con il new age);
2. Istituzione di una banca-dati sui fenomeni di pellegrinaggio e di viaggio “di culto”, con relative schede storiche, biografiche e storiografiche e con la costruzione di siti d’informazione on line;
3. Organizzazione di almeno due occasioni di almeno due giorni ciascuno (una fra il 24 e il 26 luglio, una fra 11 e 15 settembre) rispettivamente dedicati la prima alla storia dei pellegrinaggi e ai relativi culti e tradizioni, la seconda al rapporto sedentarietà-nomadismo e quindi ai temi dell’accoglienza, del rispetto reciproco e dell’acculturazione, con momenti sia di riflessione scientifica e culturale sia di festa. In tali occasioni si potranno organizzare anche mostre-mercato di libri e di oggetti relativamente ai temi trattati;
4. Allestimento, negli opportuni limiti di tempo e di disponibilità economica, di una sede sociale fornita di foresteria, biblioteca, sala di riunioni.

In sintesi, proponiamo in linea del tutto provvisoria e interlocutoria il seguente schema operativo:

Area scientifica Area divulgativa Area di formazione Area logistica
Convegno Festival del Pellegrinaggio (ogni anno tra 24 e 26 luglio) Centro di formazione Turismo religioso
      – portale del turismo religioso
– portale web
– mercato con prodotti dei conventi
– mostra-mercato relativa all’editoria sul viaggio e il pellegrinaggio
– marcato e botteghe di “gadget”; artigianato sulle vie del pellegrinaggio
(iniziative da programmare in vista del Festival del Pellegrinaggio)

Richiamo l’importanza dell’argomento Centro di formazione, di cui al punto 5 del capo ATTIVITÀ OPERATIVE E NOTE DI SERVIZIO, immediatamente qui sotto. Ho ricevuto un’importante telefonata da una persona che il sindaco Lucchi aveva indirizzato a me e che ha mostrato molto interesse e molta competenza sul piano dell’organizzazione di operatori seri nel settore turistico-culturale, nella direzione della realizzazione di un master. Di ciò avevo anche parlato preliminarmente con Umberto Longo e Antonio Musarra, prospettando la possibilità di porre l’iniziativa sotto il patrocinio dell’Università di Roma 1, mentre Alessandro Bedini ed io potremmo avviare al medesimo riguardo un contatto con l’Università Libera “Campus” di Lucca, che appunto di ciò si occupa. Sono però al riguardo necessari un progetto, un programma e l’individuazione di un eventuale team di docenti.

ATTIVITÀ OPERATIVE E NOTE PROVVISORIE DI SERVIZIO
1. L’Università di riferimento privilegiato per quanto riguarda la collaborazione accademica sarà quella di Roma 1 “La Sapienza”; il professor Umberto Longo ha informalmente (e con tutte le riserve istituzionali del caso) accordato la sua collaborazione per il collegamento tra tale Università e il CISCuP.
2. Sembra opportuno altresì allacciare rapporti con l’Università di Parma, capoluogo della provincia nella quale Berceto è inquadrata. Sarà opportuno individuare almeno un collega referente a tale scopo.
3. La fondazione formale del CISCuP è subordinata alla sua costituzione in Associazione e al deposito del relativo statuto, per il momento allo studio. Modelli statutari da tenere in considerazione al riguardo sono quelli dell’ISIME, del CISAM, della SISMEL.
4. Si prevede opportuno accendere rapporti e, in prospettiva, stabilire convenzioni – a parte le Università di Roma 1, come si è detto, e di Parma che è l’ateneo di riferimento della provincia nella quale si trova Berceto – con ISIME, CISAM, SISMEL, Associazione di Studi Compostellani (Perugia), Associazione internazionale Santuari (AIRS), AISSCA, Radio Francigena, Festival del Medioevo (Gubbio), Italia Medievale, Università del Turismo CAMPUS (Lucca).
5. Quanto al necessario erigendo Centro di Formazione per Operatori del Settore Pellegrinaggio e Turismo Religioso, con lezioni itineranti lungo le vie del pellegrinaggio, esso dovrà formare persone che s’interfaccino con il pubblico del turismo (corsi a pagamento, così da finanziare i corsi: 25% all’Ateneo garante). Per le lezioni itineranti andrà contattato Ivan Foletti, allievo di Serena Romano: lezioni itineranti di storici itineranti. Questo aspetto del programma andrà trattato analiticamente a partire dall’ottobre 2019.
6. Sarà cura del CISCuP avviare i contatti con le autorità della Chiesa cattolica e dell’Unione Europea per proporre la proclamazione dell’apostolo Giacomo e Copatrono d’Europa.
7. Sarà altresì cura del CISCuP l’individuare centri di studio e sodalizi affini in tutta Europa e nel resto del mondo e prendere contatti con loro nella prospettiva di un ampliamento sempre più allargato di tutte le attività connesse con la dimensione del pellegrinaggio.
8. Il Progetto Siamo Tutti Pellerossa, che nasce dal rapporto tra Berceto e la nazione Lakota e s’indirizza allo studio e alla salvaguardia dei popoli minacciati, delle “nazioni negate”, delle “lingue tagliate”, si propone di rinviarne l’impostazione dopo l’incontro dell’11-12 settembre 2019, al quale chi potrà è pregato di partecipare. Al Progetto Siamo Tutti Pellerossa saranno chiamati a partecipare in prima istanza Giannozzo Pucci, l’avvocato Martire, il dottor Giovanni Armillotta, il dottor Sergio Salvi, il dottor Giovanni Michelucci.

Organi e funzioni istituzionali del CISCuP
Il CISCuP lavorerà nei prossimi mesi, tanto sollecitamente quanto i mezzi a sua disposizione consentiranno, alla stesura di un suo statuto e alla determinazioni dei necessari organi funzionali.
Al fine di elaborare un opportuno organigramma, stabilirne funzioni e contenuti, fissarne i tempi di realizzazione, studiarne i modi di reperimento delle risorse relative, il CISCuP si doterà in attesa del suo statuto e della sua fondazione formale dei seguenti organi provvisori e funzionali:
Presidenza Onoraria: Irene Pivetti
Presidenza: Luigi Lucchi, sindaco di Berceto (e successori, per l’intera durata del loro mandato)
Segreteria istituzionale: Carlotta Anelli, segretaria comunale di Berceto.
Segreteria operativa: Alessandro Bedini, Daniela Braceschi, Franco Cardini, Antonio Musarra, David Nieri.
Tutti i partecipanti alla giornata di Berceto del 25 luglio 2019 che hanno riempito il modulo di adesione al CISCuP e coloro che, pur non avendo partecipato, avevano espresso la volontà di farlo, sono considerati membri del Comitato Promotore del CISCuP, con diritto a ricevere notizie sugli sviluppi della sua attività. Altri organi sociali saranno precisati in fase di stesura dello statuto.

Adesione
Si accede al CISCuP mediante semplice domanda al Presidente.

Logo
Il logo, per ora provvisorio, è costituito da una mandorla sulla quale, su fondo d’oro, sono impressi i simboli del Tau (in rosso), di una vieira o conchiglia di San Giacomo (in argento) di sei cerchi collegati in anello fra loro (in rosso) e di un crescente lunare con i corni rivolti verso l’alto (in argento). Provvederemo in breve, d’accordo con l’architetto disegnatore, a fornirne un prototipo ufficiale definitivo e un breve opuscolo che ne illustri il significato simbolico.

Studiosi invitati ad aderire al CESCuP
L’adesione al CESCuP è libera e chiunque è il benvenuto a prendervi parte. Ci sono tuttavia talune persone (soprattutto specialisti della storia del pellegrinaggio, della storia della strada e della viabilità, della storia religiosa o socioeconomica del viaggio) che hanno fornito pareri qualificati sulla fondazione del CESCuP e che sono quindi particolarmente invitati a farne parte. Essi sono:
Silvia Agnoletti; Paolo Caucci von Saucken (348-7369221); Pietro Dalena (349-8732289); Franco Franceschi (335-5416636); Isabella Gagliardi (347-5742499); Laura Galoppini (328-6978801); Giuseppe Ligato; Luca Mantelli; Marina Montesano (335-8172049); Renzo Nelli (347-8623575); Agostino Paravicini Bagliani; Paolo Pieraccini; Paolo Pirillo; Gloria Roselli (348-7841539); Luigi Russo347-9612099; Ilaria Sabbatini; Renato Stopani; Francesco Santi; Giuseppe Sergi; Pinuccia Simbula; Ughetta Sorelli (347-94986); Sergio Valzania.
Non tutti gli amici e colleghi or ora nominati hanno risposto formalizzando al loro adesione: li prego di farlo, anche se non a tutti ho scritto personalmente (il che mi riprometto di fare: purtroppo, i mesi sono fatti solo di 30-31 giorni, a parte febbraio che ne ha 28 o 29, e i giorni di 24 ore).
Chiunque voglia aderire al nostro programma e intenda aiutarci concretamente a migliorarlo è pregato di farcelo sapere: lo inseriremo nella lista dei soci disposti a impegnarsi più attivamente, senza alcun altro impegno che la loro parola.

IMPORTANTE! – Il CISCuP non è pensato per diventare un “comitato centrale” di un bel niente. È fatto di persone libere e dedicato alle persone libere; non intende coordinare l’attività di nessuno se non per mezzo d’interventi informativi di puro servizio; non vuole sostituirsi a nulla e a nessuno, non vuole porsi a capo di nulla e di nessuno. Affiliarsi al CISCuP significa soltanto dire: “Io ci sono: m’interessa il pellegrinaggio e voglio collaborare con tutti quelli che hanno il mio stesso interesse nei seguenti campi (spiegare quali). Desidero ricevere notizie dal CISCuP, m’impegno a comunicargli le mie e a collaborare per la costruzione di una rete di specialisti del settore: studiosi, organizzatori e animatori, titolari di aziende interessate (case editrici, Bed & Brekfast, artigiani produttori di gadgets, guide turistiche, devoti di qualunque religione che conosca al dimensione del pellegrinaggio, viaggiatori e camminatori)”.
Dunque, niente gerarchie: solo rete d’informazione, di scambi d’idee, d’iniziative. È opportuno che, partendo dal DOCUMENTO DI BASE pubblicato qui sopra, in tutte le città o i centri demici anche molto piccoli in cui ciò sia possibile, si costituisca un Gruppo CISCuP impegnato a collaborare alle iniziative comunitarie qui descritte ma liberissimo di organizzarne altre, con o senza l’aiuto degli altri Gruppi CISCuP, reperendo in loco materiali e risorse.

Pubblicato in MC

Minima Cardiniana, 258/1

Domenica 1 dicembre 2019, I Domenica di Avvento

SOMMARIO
NOUS REVOILÁ
CENTRO INTERNAZIONALE DI STUDI SULLE CULTURE DEL PELLEGRINAGGIO (CISCuP)
PROGETTO “SIAMO TUTTI PELLEROSSA” (STP)
ANNESSI 1 E 2 SUI POPOLI MINACCIATI D’ESTINZIONE E SUI GENOCIDI
LA NATO SIAMO NOI (O FORSE NO?)
… E PARLIAMO UN PO’ ANCHE D’ISRAELE
PER FINIRE: DULCIS IN FUNDO (O IN CAUDA VENENUM?)

NOUS REVOILÁ

Rieccomi, fedele all’appuntamento. Alcuni mesi fa ero stato costretto da un carico eccezionale di lavoro a sospendere – per la prima volta, a parte qualche casuale sospensione di una o due settimane – l’appuntamento al quale eravamo abituati. Siete stati in molti a scrivermi: Vi ringrazio tutti. Qualcuno temeva che i MC avrebbero taciuto per sempre (ma senza dubbio c’era anche chi lo sperava). Ebbene: ecco rassicurati i primi, delusi i secondi. Almeno per ora. Continuerò, finché potrò e finché vorrà Iddio.

Rieccomi. Anzi, rieccoci. Il nostro periodico appuntamento rinasce rafforzato: all’amico Antonio Musarra, che mi era di valido sostegno, si aggiunge anche l’amico David Nieri, che tra l’altro è editore (titolare dell’editrice viareggina “La Vela”, che negli ultimi tempi ha ospitato alcuni miei scritti e avviato collane che si stanno affermando). Impegno tutti gli amici a tener d’occhio questo editore giovane, libero e onesto: il suo sito è www.edizionilavela.it.

C’è anche un’altra novità: i MC divengono da ora in poi il sito d’informazioni di due sodalizi fondati entrambi nella cittadina di Berceto sul passo della Cisa, nota come luogo di passaggio dei pellegrini sulla Via Francigena. Si tratta del Centro Internazionale di Studi sulle Culture del Pellegrinaggio (CISCuP) e del Programma “Siamo Tutti Pellerossa” (STP). Ecco, qui di seguito, le informazioni specifiche relative a entrambi i sodalizi: siete tutti invitati a divenirne membri attivi.

Infine, avremmo tante cose sulle quali aggiornarci dopo settimane di silenzio. Andiamo per ordine. In questo numero cominciamo a mettere a punto un tema: quello relativo alla NATO, un organismo politico-militare egemonizzato dagli USA e del quale debbono obbligatoriamente far parte tutti gli stati aderenti all’Unione Europea. Sorta in tempo di “guerra fredda” tra USA e URSS, la NATO ha mutato più volte metodi e obiettivi, scegliendosi alleati e avversari e imponendoli agli stati che l’appoggiano. È uno strumento del “governo profondo” del globo, estraneo a chi pur lo finanzia (con il denaro delle tasse che paga) e incurante dei problemi e die sentimenti effettivi della gente reale. Se la NATO bombarda da qualche parte tra Europa, Asia e Africa, ne siamo tutti responsabili. I nostri politici e i nostri media accettano la cosa come se fosse del tutto normale e ne parlano il meno possibile. Vorremmo impegnarci a modificare questa situazione: ad essere più coscienti, più attivi, più presente. Magari a rimettere in causa anche le ragioni per le quali, in passato, tanti europei hanno riposto tanta fiducia e tanta speranza in quell’organismo. Lo meritava davvero, oltre settant’anni fa? Lo merita ancora, oggi? Chi decide al suo interno? Quanto ci costa? Quanto incide sulla nostra sovranità politica e territoriale? Tutti ne siamo corresponsabili, nessuno può tirarsi fuori: abbiamo coscienza di tutto ciò? O preferiamo seguire l’esempio di quanti, a proposito della Shoah, hanno detto “io non so, io non c’ero, io non ne sapevo nulla”?

In annesso alle notizie relative alla NATO, abbiamo creduto opportuno farvi conoscere una cosa che riguarda un sicuro alleato della NATO stessa e dell’Occidente, Israele. Si tratta di un articolo comparso su un moto giornale israeliano che non può certo passare inosservato: eppure, non ne ho trovato eco sulla nostra stampa. Potete correggermi? Siete in grado di commentare o (come mi auguro) di smentire?

Dulcis in fundo, oppure In cauda venenum: fate un po’ voi. Qualche notiziola editoriale.

Pubblicato in MC