Minima Cardiniana 264/2

Domenica 12 gennaio 2020. Battesimo del Signore

DOSSIER

Di seguito, una breve rassegna stampa riguardante la situazione internazionale

SULEIMANI UCCISO PER RIELEGGERE TRUMP

Fulvio Scaglione

Nemmeno la terribile “lezione” del massacro siriano fa rinsavire i potenti. Altre guerre per procura si annunciano, altre stragi di civili si preparano per un 2020 che comincia dov’era crudelmente finito il 2019. I droni americani hanno ucciso, a Baghdad, il generale iraniano Qassem Suleimani, 62 anni. Era il comandante dei Guardiani della rivoluzione ma, soprattutto, l’uomo di fiducia dell’ayatollah Alì Khamenei, la guida suprema dell’Iran. Suleimani era lo stratega di tutte le situazioni di crisi in cui la Repubblica islamica avesse messo mano: Iraq, Siria, Libano, Yemen. Un colpo durissimo per l’Iran perché Suleimani che aveva combattuto giovanissimo nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, aveva un’esperienza che lo rendeva quasi insostituibile.

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Minima Cardiniana 264/1

Domenica 12 gennaio 2020. Battesimo del Signore

EDITORIALE

Orientarsi nel puzzle irakeno-iraniano, ora, è più difficile. Le proposte d’indurimento dell’embargo sono un nuovo atto di guerra, dopo l’assassinio di Suleimani; in Iran la preoccupazione cresce e la vita è più difficile. L’errore della contraerea che ha causato il disastro dell’aereo ucraino è sintomatico. Ma le ricostruzioni di questi giorni sono tutte insoddisfacenti. Ricominciamo da principio. Partiamo da una breve puntualizzazione su come funziona l’Iran di oggi, perché al riguardo le cognizioni medie in Italia sono desolanti. Proseguiamo con un dossier a più voci, piuttosto differenti tra loro.

MA CHE COS’E’ QUESTA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN?

Insomma, che tipo di sistema è quello oggi vigente in quella che da quarant’anni si denomina “Repubblica islamica dell’Iran”? E’ diventato ormai fondamentale orientarsi al riguardo: mentre purtroppo le notizie forniteci dai media e da certe pubblicazioni divulgative sono scarse e pessime. Si parla di “dittatura” e addirittura di “tirannia”: ma chi ha acquisito qualche esperienza in materia, o magari ha fatto qualche esperienza di viaggio, si è reso conto che in Iran vige tutt’altro che un sistema totalitario e monopartitico: le formazioni politiche sono numerose, l’affluenza alla urne durante le elezioni molto alta, la discussione pubblica accesa e a tratti accanita, i giornali e i periodici parecchi e ben seguiti. Un commentatore ha potuto definire il sistema iraniano “una specie di sistema sovietico dei primi anni dopo la rivoluzione, diretto e controllato da un senato di teologi”. Una definizione in apparenza paradossale, ma molto interessante nella sostanza. 

Certo, esistono i tribunali politico-religiosi, le pene corporali, le condanna a morte. Poi c’è il disagio sociale ed economico, conseguenza dei lunghi anni dell’embargo imposto dagli Stati Uniti d’America, anche se l’Iran ha aderito al trattato di non-proliferazione nucleare e le sue centrali lavorano solo in funzione dell’energia atomica a scopi civili: il che è stato riconosciuto dalla stessa IAEA, l’organizzazione internazionale per il controllo dell’energia atomica. Inoltre, l’Iran ha un ottimo sistema scolastico e universitario, è uno dei paesi che ha il più alto numero di laureati al mondo (e si tratta di laureati di buona qualità) ed è all’avanguardia in alcuni servizi sociali, soprattutto quello sanitario.

Ma sono il sistema politico e la vita sociale dell’Iran poco conosciuti in Occidente: e capita spesso, soprattutto in momenti di crisi come quello che oggi attraversiamo, che al riguardo si diffondano imprecisioni ed errori quando non addirittura calunnie. L’ignoranza è accompagnata dalla malafede. Vediamo dunque di chiarire alcuni punti. 

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Minima Cardiniana 261/5

From Genoa to Jerusalem and beyond – di Antonio Musarra

Tra i molti temi affrontati dall’odierna crociatistica, quello delle intenzioni e delle motivazioni di coloro che, nell’arco della propria vita, assumendo sulle vesti il segno della croce, lasciavano le proprie case per partecipare al «iter» gerosolimitano è, a tutt’oggi, aperto. Il problema riguarda, in particolar modo, la storiografia sulla partecipazione italiana al movimento crociato. Come ho avuto modo di affermare altrove, il ruolo degli italiani è stato, sovente, subordinato alla loro funzione economico-commerciale. Non a torto: «le crociate agirono effettivamente da catalizzatore dei traffici occidentali verso il Levante, favorendo un più generale movimento di uomini e merci tra le diverse sponde del Mediterraneo. Tuttavia, non è possibile esaurire il loro ruolo in questa prospettiva: Baresi, Fiorentini, Genovesi, Milanesi, Pisani, Veneziani – per citare soltanto alcune tra le realtà più vive e documentate; senza dimenticare, però, la partecipazione crociata dei centri minori, testimoniata dalle molte cronache locali –, prendevano anch’essi la croce […]. La loro spinta espansionistica si accompagnò spesso a una forte carica ideale, tendente a sottolineare il ruolo anti-saraceno rivestito dai propri concittadini o, più semplicemente, il favore divino nei propri confronti»[1]. È quanto ho potuto constatare affrontando le fonti principali relative alla partecipazione genovese alla prima crociata, in cui si mescolano, amalgamandosi, motivi retorici e peculiarità locali. Con ciò, il problema delle motivazioni rimane, amplificato dallo sperimentalismo che caratterizzò la prima spedizione, in un contesto in cui lo stesso termine «crociata» era lungi da venire[2]. La più generale storiografia sulle crociate ha affermato l’esistenza tanto d’istanze religiose, quanto di cause materiali, all’interno delle quali fare rientrare le molte sfumature intermedie. In che misura l’oscillazione tra un polo e l’altro è riconoscibile nel contributo italiano alla crociata? Soprattutto, è necessario separare tali ambiti o ciò risponde, piuttosto, a una precomprensione odierna? Il caso di studio genovese può fornire, da questo punto di vista, spunti interessanti.  

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