Minima Cardiniana 250/5

Domenica 9 giugno 2019. Pentecoste

DULCIS IN FUNDO (O, FORSE, IN CAUDA VENENUM)

CERCHIAMO DI RESTARE UMANI

E’ dura, ma bisogna cercare di farcela. In apertura di questo lunghissimo MC l’ho detto e ripetuto anche all’amico Tarchi e a me stesso. E allora non possiamo non parlare di Noa. Però io non ce la faccio. Sarà che sono padre di quattro figlie, sarà che sono troppo reazionario. Preferisco lasciar la parola al mio umanissimo ed equilibratissimo amico David Nieri, che dice le stesse cose che penso io ma riesce ad esprimerle con maggior equilibrio. FC

Il triste caso di Noa Pothoven: il cortocircuito dei media e quello dentro di noi

David Nieri 

Avrebbe potuto andarsene in altro modo, senza far rumore. Anche se decidere di suicidarsi a 17 anni può apparire impensabile, inaccettabile. Avrebbe potuto uscire di scena senza scatenare un cortocircuito mediatico, come hanno fatto, come fanno e come faranno – purtroppo – numerosi altri giovani annebbiati dal male di vivere, che un giorno decidono di spegnere definitivamente la luce, magari dopo aver provato e riprovato a riaccenderla, una seppur debole speranza.

Giudicare è inutile, per quanto mi riguarda è impossibile. Il buco nero è qualcosa di tremendo, entrarci dentro significa rischiare di non uscirne più. Soprattutto quando il vuoto interiore si riflette nel vuoto che oggigiorno esiste là fuori. Se ne può uscire, naturalmente: servono determinazione, impegno e un’infinita dose di aiuto, non solo farmacologico. Mi spingo, anzi, a sostenere che se ne deve uscire, che è necessario. A quell’età, poi. Continua a leggere

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Minima Cardiniana 250/4

Domenica 9 giugno 2019. Pentecoste

A CHE COSA SERVE LA STORIA? UNA POLEMICA INFINITA

FRANCO CARDINI

STORIA, RICERCA STORICA, DIDATTICA DELLA STORIA TRA RICERCA SCIENTIFICA E “SERVIZIO ALLA SOCIETA’ CIVILE” 

(Ripropongo qui uno scritto del 2017 che mi sembra contenere ancora alcuni elementi di attualità).

Servono ancora la storia, la ricerca storica e l’insegnamento della storia nella costruzione – a livello del nostro paese e di tutto il mondo – di una nuova “società civile” che oggi appare forse più lontana di quanto non potesse apparire, ad esempio, nel generalizzato ottimismo di un mondo come quello degli Anni Cinquanta, che usciva dal lungo conflitto 1914-1945 (che ormai appare una sola lunga guerra: anzi, c’è semmai da domandarsi se davvero sia finita col ’45…)? E’ utile, ed è al limite possibile, il disciplinare e il razionalizzare nelle forme della ricerca e dell’esposizione narrativo-problematica della storia (nonché in quelle di una sua plausibile e decorosa divulgazione) il flusso incerto e mutevole della “memoria del passato”, sfuggendo al tempo stesso – se e nella misura in cui ciò è possibile” – al “rischio” dell’“uso strumentale” della storia? E in chi misura quest’ultimo è davvero un “rischio”, ed è evitabile?

Affrontare argomenti del genere a puro livello epistemologico e metodologico può servire agli specialisti: non ha senso in un dossier indirizzato a un consesso nel quale possono bensì esserci anche specialisti della ricerca storica, ma che di per sé ha funzioni e orizzonti diversi. Più opportuno appare l’impostare il discorso su alcune grandi unità tematiche, le quali possono a loro volta servire a modello pragmatico-problematico. Chi scrive ha selezionato qui un solo problema:

“Nei libri che presentiamo abbiamo rinunziato quasi del tutto a una narrazione che seguisse il filo della cronologia. Abbiamo preferito un diverso modo di accostarci alla materia, partendo da una specie di anatomia del presente, del nostro tempo e del nostro mondo, per individuare al suo interno le stratificazioni e le giunture nelle quali si nasconde con più forza il peso e il senso del passato in quanto noi più direttamente dipendiamo da quello che siamo stati”.

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MC 250, 9.6.2019 – A CHE COSA SERVE LA STORIA?

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Minima Cardiniana 250/3

Domenica 9 giugno 2019. Pentecoste

Anniversario: Franco Cardini Tiananmen, trent’anni dopo

 A che cosa serve la storia? Una polemica infinita; Franco Cardini, Storia, ricerca storica, didattica della storia   tra scienza e “servizio alla società civile”; “La Repubblica”, 25 aprile 2019: L’appello: la storia è un bene comune, salviamola, con le testimonianze di Andrea Giardina, Liliana Segre e Andrea Camilleri (con Allegato: Riprendiamocilastoria: il mondo della cultura risponde all’appello de “La Repubblica” per salvare la storia alla Maturità, con testimonianze di Roberto Saviano e di Renzo Piano), da “La Repubblica”, 26 febbraio 2019

Ancora sulla storia: i pareri incrociati di Corbellini, Cafiero e Pezzino

E, a proposito di storia… Franco Cardini, Liberiamoci dalla bufala del “buio medioevo”: e cominciamo a spiegare come non cadde l’impero romano

Dulcis in fundo (o, forse, in cauda venenum). Cerchiamo di restare umani; David Nieri, Il triste caso di Noa Pothoven: il cortocircuito dei media e quello dentro di noi.

ANNIVERSARIO

TIANANMEN TRENT’ANNI DOPO (4 GIUGNO 1989 – 4 GIUGNO 2019)

Tiananmen: una parola magica; un nome che ancor oggi commuove.

Ma perché? In pratica, in concreto, di preciso, che cosa ricordiamo di quella parola, di quel luogo, di quell’evento a trent’anni dagli eventi? Come spesso succede, ci capita di venir  chiamati a commemorare o celebrare fatti dei quali abbiamo solo una vaga memoria, e a proposito dei quali vengono fornite informazioni molto generiche se non addirittura fuorvianti. Quanti ricordano qualcosa di più specifico a proposito degli eventi di quei giorni (o per meglio dire di quei mesi, visto che proteste e repressione non avvennero certo nell’arco di 24 ore) certamente hanno in mente l’immagine che sempre viene riprodotta: quella di un uomo, forse uno studente, che impedisce a un carro armato di passare, spostandosi mentre il veicolo prova a schivarlo. Se è solo quel fotogramma che ricordate, si può aggiungere che l’episodio fortunatamente non ebbe esito drammatico: l’uomo salì sul carro per parlare con i soldati, poi venne fatto allontanare da altri manifestanti. Oltre alle immagini, aleggia un vago ricordo di studenti che protestavano, in modo generico, per “la libertà”. Continua a leggere

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Minima Cardiniana 250/2

Domenica 9 giugno 2019. Pentecoste

IL MARCO FURIOSO. TARCHI RECENSISCE CARDINI

“Diorama letterario”, 348, marzo-aprile 2019, pp. 17-20.

Franco Cardini, «L’Islam è una minaccia». Falso!, Roma-Bari, Laterza  2016, pagg. 216, euro 10.

Che «la nostra sola e vera identità ormai, come la globalizzazione con i suoi molti pregi e difetti ci ha obbligato a tener sempre presente, è […] l’appartenenza al genere umano» non è, di questi tempi, una affermazione particolarmente originale. Ce lo ripetono da anni intellettuali, politici, papi, giornalisti, animatori di talk show, attori e cantanti in veste di opinionisti, moralisti di varia estrazione. Quegli stessi che fustigano anche «l’insorgere in Europa di nuovi nazionalismi, tanto più anacronistici in una società globalizzata nella quale, piaccia o no, tutti dipendono da tutti e nessuno può chiamarsi fuori». Non ci sarebbe quindi di che stupirsi nel trovarsi fra le mani un volumetto nel quale le parole citate accompagnano un’accorata requisitoria su uno dei tanti conflitti che scuotono le odierne società europee.

Quello che non ci si aspetterebbe è che le parole in questione e il libro che le contiene rechino la firma di Franco Cardini. Uno studioso — e un commentatore di fatti politici e sociali — che aveva abituato i suoi lettori a ben più profonde dissonanze dallo spirito del tempo presente. Ma cosi stanno le cose, e bisogna prenderne atto.

E nota l’antica massima Amicus Plato sed magis amica veritas. Espressione che si può rendere cosi: per quanto affetto si possa avere per un amico, non ci si può — e non ci si deve — astenere dal criticarlo quando si reputa che sia in errore. La prima parte di quella frase ci ha indotto tre anni fa, lette le prime decine di pagine del pamphlet, a fermarci lì e a non esternare le nostre reazioni, per non incrinare un sodalizio che ha toccato ormai i quattro decenni. La seconda ci ha imposto poco tempo fa di riprendere in mano il testo, rileggerlo da capo ed ora a recensirlo, perché nel frattempo Cardini è tornato in più occasioni a ribadire le opinioni lì espresse, facendo sì che tacere che cosa ne pensiamo potrebbe essere inteso come un acconsentire a quelle prese di posizione. Il critico quindi è ora chiamato a prendere il posto che gli spetta, per dire con franchezza all’amico quel che pensa di un libro che gli appare poco felice, discutibile e per certi versi persino inopportuno. Un giudizio così severo obbliga, ovviamente, ad un’articolata esposizione delle motivazioni che spingono ad adottarlo. Ed è a questo compito che è destinato quanto scriveremo. Continua a leggere

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