Lettera aperta a Matteo Renzi (MC – Edizione straordinaria)

Caro Matteo,

non so che cosa tu stia combinando e che intenzioni tu abbia, ma sotto il profilo storico la tua operazione è molto significativa. Dal momento che hai intenzione di tirarti dietro più pezzi di PD che puoi e magari qualche pentastellato stufo della “libera uscita” e al tempo stesso di dar vita a un Nazzareno “magari implicito e sotterraneo”, sei sulla linea di Cavour, di Giolitti, di Vittorio Emanuele e di Garibaldi, di Mussolini, di De Gasperi, di Craxi e di Berlusconi lungo un secolo e mezzo di storia italiana. È la tipica linea italiana. Nei momenti di crisi, tutti i grandi paesi occidentali a un certo momento si sono spaccati in due: l’Inghilterra a fine Seicento, la Francia a fine Settecento, gli Stati Uniti fra 1861 e 1885, il Messico negli Anni Sessanta-Settanta dell’Ottocento e poi di nuovo nel 1917, la Svizzera a metà Ottocento, la Russia nel 1917-21, la Spagna a metà Ottocento e poi nel 1936-39, il Portogallo almeno tre volte nel corso del XX secolo, l’Austria, la Baviera e l’Ungheria subito dopo la prima guerra mondiale, Cuba, l’Argentina e il Cile a più riprese; la Germania ha evitato la guerra civile, ma i vincitori di Yalta l’hanno comunque obbligata a scindersi. Unica, l’Italia ha sempre evitato scismi frontali e guerre civili (a meno che non si vogliano considerare “rivoluzioni” il “Risorgimento”, la “Rivoluzione fascista” e la “Resistenza”, magari grandguignolesche e trucide quanto si vuole, tragiche in qualche loro pagina, ma come rivoluzioni e guerre civili nel loro fondo alquanto ridicole). Gli italiani, nel momento del bisogno, della paura o delle grandi scelte, optano per il trasformismo e l’ammucchiata: e “serrano al centro”. Che la tua ambizione ultima fosse il rifondare la DC facendo saltare il PD era chiaro fino da quando ne assumesti la segreteria. Ma il tuo piano era addossare la colpa della necessaria scissione agli altri: che uscissero da sinistra e ti lasciassero legittimamente al centro. I buoni Vannino Chiti e Corradino Mineo ci erano cascati, ma non avevano la stoffa. E ora, è un po’ di tempo che spezzoni più o meno numerosi e autorevoli di Santa Romana Chiesa e di mondo cattolico rilanciano più o meno distrattamente il tema del “ritorno di una presenza cattolica alla politica”. Queste cose tu ed io, da buoni fiorentini, le conosciamo bene. Visto che gli altri la scissione “a sinistra” non la facevano, hai deciso tu di abbandonare la barca: tantopiù che di stare a sinistra non ci tieni proprio. Certo, se la responsabilità della scissione se la prendevano gli altri era meglio: ma qualcuno che la facesse ci voleva e tu sei schmittianamente decisionista (cosa che a me piace). Insomma, Matteo, chiediamocelo: che conti hai fatto? Poco in pubblico, ma molto in privato, Berlusconi lo va dicendo da tempo che l’unico autentico suo erede non puoi essere che tu: e non a caso in queste ore sta alacremente lavorando per approfondire la crepa – che sta diventando fossato – fra lui e il tuo omonimo Salvini. È evidente che i cattolici moderatamente di sinistra (non i cattocomunisti) sono con te, quelli di centrodestra che in Forza Italia si trovano a disagio con il laicume di varia estrazione non vedono l’ora di accomiatarsi dal Vecchio di Arcore per convolare col Giovane di Rignano. Che debbo dirti? Buona Fortuna con la nuova DC dal nome vagamente ecologico-termale. Per il bene che ti voglio, verrei volentieri a darti una mano. Ma ti farei peggio della grandine: sono notoriamente un “fasciocomunista”, che tu definisci anzi un “nazifascista di sinistra”, come dicesti nel 2012 davanti a migliaia di fiorentini, quando generosamente organizzasti per il mio passaggio all’emeritato universitario quella splendida festa nel Salone dei Dugento che ricordo ancora con commozione: e scherzando dicevi esattamente quello di cui eri convinto, come spesso succede quando si scherza. Qualcuno ti rimproverò quella definizione estrema e paradossale: non io, che i paradossi li amo. Dal canto tuo, peraltro, sei rimasto boy scout e uomo della Margherita: per i miei gusti sei troppo liberista e troppo atlantista, al tuo “Jobs Act” continuo a preferire la “Carta del Lavoro” del ’27 e alla tua fedeltà all’alleanza occidentale le prospettive aperte dalla Conferenza di Shanghai e dal “One Belt One Road Project”. Tuttavia magari, prima che le tue scorte diventino davvero soffocanti impedendoti ogni movimento, cerca di ritagliarti una sera per andar insieme a cena dall’amico Fabio Picchi. Questa è una missiva molto personale ma, dal momento che non è per niente indiscreta e credo possa offrire a molti comuni amici buoni spunti di riflessione, l’affido per la cerchia dei nostri aficionados agli amici Antonio Musarra e David Nieri che curano i miei “Minima cardiniana”, attualmente in vacanza sino all’inizio dell’Avvento ma dei quali ogni tanto lascio cadere qualche piccola edizione straordinaria. Tu ne meriti senza dubbio una: e io li prego di approntarla. Come hai visto il mio vecchio e caro amico Massimo Cacciari ha benedetto la tua mossa con argomenti in ultima analisi non lontani dai miei: dunque, ad maiora (e, ti e mi e ci auguro, ad meliora). Che poi tu ti sia proclamato garante del nuovo governo PD-M5S, oltre a mettermi di buon umore, mi rassicura. Sono certo che appunto per questo può “star sereno”: non durerà a lungo. Con molti sinceri auguri e stagionata, robusta, forte amicizia. Ovvìa. FC

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MC – Edizione straordinaria

EDITORIALE

Ormai, quando posso vivo a Parigi. Durante l’anno accademico, nonostante io sia pensionato (in linguaggio aulico accademico si dice “Emerito”), dispongo di una sorta di Buen Retiro presso Firenze con un discreto comfort: libri, piccola ma fornita cantina, figlie, nipoti, gatto. Parigi però, per vivere stando aggiornati, andare alle mostre e a teatro, perfino studiare – per quel poco che riesco ancora a fare: forse per colpa mia, troppi impegni: qualche amico me lo rimprovera, e me lo rimprovero anch’io – è incommensurabilmente meglio, anche se un po’ cara (non troppo più che Firenze, tuttavia). Lo sapete che a Parigi ci sono ancora le librerie? Quando lo racconto a Firenze non ci vogliono credere: loro sono così fieri dei loro ben due maxinegozi di Feltrinelli…

Stando qui, da parecchie settimane vengo deliziato dai Gilets Jaunes: e ho il sospetto che, se fossero in grado di esporre in ordine e con pacatezza le loro ragioni, sarei in gran parte d’accordo con loro. Il fatto è che, ad esempio, la folla che da qualche mese si automobilita a Hong Kong riesce ad esprimersi con molta più chiarezza di loro. Quel che tuttavia non arrivo a capire come media e opinione pubblica, i quali di solito non esitano a denunziare le violenze dei manifestanti di Parigi passando sopra le risposte poliziesche ispirate a una violenza che non appare sempre necessaria o giustificabile, siano poi così certi che a Hong Kong tutto accede in modi molto diversi e la polizia, facendo più o meno le stesse cose che fa qui, là mette regolarmente in pericolo i diritti umani. Ho provato a fare per quel che mi riguarda un po’ di chiarezza dopo aver assistito, sabato 31 giugno, per strada e alla TV, a due situazioni parallele e averne confrontato la diversità di giudizio  generalmente espressa. Che cosa c’è che non va nel mio artigianale sistema di valutazione? Continua a leggere

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Intervista rilasciata su sua richiesta al dottor Adolfo Durazzini (MC – Edizione straordinaria)

Intervista rilasciata su sua richiesta al dottor Adolfo Durazzini (28 agosto 2019)

Alla luce dei cambiamenti globali e delle ricerche identitarie dei popoli europei all’interno di un vettore populista e sovranista, che ruolo, oggi, dovrebbe ricoprire l’Islam in Italia?

Il vettore populista e sovranista incontra due ostacoli a tutt’oggi insormontabili: quello finanziario dei “poteri forti” mondiali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea) che difficilmente consentirebbe la nascita di nuove valute o il ripristino di vecchie, e quello politico-militare della NATO, che s’impadronirebbe immediatamente di un paese che riuscisse a recuperare la “sovranità” nel senso che oggi viene inteso dai sovranisti e lo assoggetterebbe ancora di più alla sua politica. La mancanza o la carenza di sovranità politico-diplomatica di tutti i paesi europei (a cominciare sull’Italia) risiede nella loro mancanza di sovranità militare-territoriale. Quanto all’Islam, non esiste un Islam unico: esistono varie comunità di credenti, ciascuna delle quali ha un rapporto diverso con questa o quella potenza musulmana. Per esempio, quelle comunità musulmane italiane che per qualunque ragione abbiano troppo intensamente approfittato dell’appoggio economico-finanziario di paesi come l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi Uniti, non possono guardare al mondo europeo se non in una prospettiva condizionata dall’egemonia statunitense o da quello che ne resta. Quanto alla nascita di un “Islam europeo”, nel senso ad esempio teorizzato ed auspicato da Tariq Ramadan, mi pare che il progetto sia fermo

Si può parlare di tanti Islam, uno in particolare potrebbe essere il fulcro iniziale per un dialogo inter-mediterraneo, quello che vide un San Francesco incontrare esponenti musulmani e cercare una sintesi; questa sintesi è tuttora possibile?

La sintesi sta nel confronto tra le religioni e nella ricerca di quello che le unisce. Ho detto confronto, non dialogo: le religioni, nella misura in cui sono manifestazioni diverse dell’Assoluto, non possono “dialogare”. Ma gli esseri umani appartenenti a sistemi religiosi diversi possono dialogare fra loro e cooperare all’attuazione di progetti condivisi nel comune interesse: una più equa ridistribuzione della ricchezza mondiale, la ricerca della convivenza, la lotta contro l’inquinamento e il degrado del pianeta, la prospettiva del raggiungimento di una pace duratura che però non si può impiantare in un mondo fondato sull’ingiustizia.

Si parla di sufismo, di metafisica e di misticismo islamici, di retaggio sapienziale arcaico nel quale anche un europeo si ritrova. L’Islam porta in sé conoscenza che in Occidente si è persa nuovamente come alla caduta dell’Impero romano. Possiamo considerare un rinnovamento intellettuale europeo e mondiale prendendo spunti da un Islam sapienziale?

Il punto è che il mondo cosiddetto “occidentale” non conosce se non pochissimo dell’Islam e ne ha un’idea del tutto generica e inadeguata, come di un blocco unico di pensiero e di atteggiamenti rituali nel quale si guarda solo al passato e si tende a respingere qualunque idea d’innovazione, di libertà, di giustizia: anche su temi come il sufismo o il cosiddetto “fondamentalismo” le idee sono poche, generiche, conformiste oppure confuse. L’Islam ha sempre sviluppato una forte dialettica interna, anche se ha conosciuto momenti di crisi, e al suo interno le élites politiche e intellettuali conoscono in genere piuttosto bene la Modernità occidentale: mentre non è affatto vero il contrario. Per esempio, che l’opinione diffusa secondo la quale l’Islam non conosce distinzione tra fede e politica sia del tutto falsa, è un dato di fatto per nulla noto. Gli occidentali oggi conoscono male, ancora, il concetto di fitna, ma lo interpretano appiattendolo sulla sola dimensione della “guerra civile”. Gli occidentali ignorano che cosa sia stato il movimento della nahda, non sanno nulla o quasi di pensatori straordinari come Jamal ad-Din Afghani (1838-1897), che si può considerare il “padre” del modernismo musulmano, del grande teorico del movimento salafita Muhammad ‘Abduh (1849-1905), uno dei principali trattati del quale è pur stato ben tradotto in italiano da Giulio Soravia nel 2003, dei suoi allievi (molto “laici”) Qasim Amin e Lufti al-Sayyid, di quello straordinario pensatore che è stato Rashid Rid (1865-1935) con la sua rivista “Al Manar” (“Il Faro”), nella quale si poneva mano a un coraggioso e innovatore commento del Corano. Non sanno nulla del sudanese Muhammad Mahmud Taha (m. 1985), l’esegesi coranica del quale apre le porte all’interpretazione di un “secondo messaggio” contenuto nell’Islam (quello delle sure composte nel periodo medinese che, dopo quelle meccane propriamente legate all’Islam come rivelazione divina, hanno un carattere più storico e giuridico) e aperto al concetto di libertà individuale e di uguaglianza sociopolitica. Molte di queste cose dovrebbero essere notissime da noi almeno da quando, nel 1983, A. Hourani ha pubblicato per la Cambridge University Express il suo solidissimo saggio Arabic Thought in the Liberal Age, 1798-1939; oppure basterebbe ricorrere al bel libro di A. Laroui, Islam e Modernità, che elimina molti luoghi comuni. Insomma, gli strumenti cognitivi ci sarebbero, e qualcuno anche alla portata di molti: ma politici, pubblicisti e frequentatori del web, e persino qualche “intellettuale”, preferiscono dare ascolto alla facile “vulgata” loro offerta dai vari ambienti islamofobi ordinariamente riuniti in tre gruppi: gli ignoranti, i disonesti e coloro che sono entrambe le cose.

Max Weber parla di disincanto della società, Marc Augé di non-luoghi di spazi tristi, di società liquida per Bauman, Pierre Rabhi di decrescita felice, mentre l’Islam parla di sacralità in termini di Barakah e di Subhan’Allah. Stando a questi termini, la visione olistica del creato sta alla base dell’Islam, potrebbe essere anch’esso uno spunto per re-incantare il nostro mondo?

Ignoro se il nostro mondo vada reincantato. Quel ch’è certo è che l’Islam, non diversamente dal cristianesimo, si fonda su una sorta di “utopìa rovesciata”, quella secondo la quale la società perfetta non sta nel futuro, bensì semmai nella futura ripresa di un modello archetipico: che per il cristianesimo resta quello della sequela Christi e del cristianesimo della prima Chiesa di Gerusalemme descritta negli Atti degli Apostoli, per l’Islam nella vita e nell’esempio del Profeta nonché, per i sunniti, nel modello degli Ansar e dei califfi “ben guidati”, nel certamente platonico (e forse sciita) al-Farabi, cioè nel suo trattato La città virtuosa, nella Parusia del Mahdi. Un analogo concetto si rileva nel “filosofo della storia” trecentesco Ibn Khaldun, come ha lucidamente proposto un altro grande pensatore musulmano contemporaneo, Muhammad ‘Abid al-Jabiri, nel suo trattato sull’eredità filosofica araba ch’è stato tradotto purtroppo solo in spagnolo nel 2001, ma del quale ampiamente tratta Massimo Campanini in un prezioso libretto, Ibn Khaldun e la Muqaddima (Viareggio, La Vela, 2019). Secondo lo splendido libro di Ibrahim Abu Rabi’, Contemporary Arab Thought. Studies in Post-1967 Arab Intellectual History (London, 2000), in al-Jabiri come in Antonio Gramsci coesistono un pessimismo della ragione e un ottimismo della volontà (…ma noi continuiamo a parlare di un Islam immobile e arretrato!…). La tesi di un recupero nel futuro della “società perfetta” dell’Islam delle origini, in una prospettiva che noi potremo definire escatologico-messianica, è sostenuta da Sayyd Qutb (1906-1966), il più lucido teorico dell’Islam radicale sunnita.

Infine l’Italia, paese europeo di millenaria storia, ha sempre interagito con i popoli mediterranei dei quali è parte integrante. Abbiamo creato e saputo ricreare miti anche attraverso l’attuale possibile via delle spezie e della seta. Ha senso oggi volgere più che sguardo, azione, via un prisma mediterraneo di avvicinamento con gli altri popoli del mare nostrum e in particolare l’Africa?

Avrebbe senso riprendere un cammino già più o meno approssimativamente o superficialmente tentato anche dal punto di vista politico (quello che allora parve “terzomondismo” e “tentazione dei non-allineati”: da Mattei a Craxi ad Andreotti…) e che fu duramente avversato sia dai politici del centro e della destra asserviti agli USA e inquadrati nel progetto NATO, sia dal PCI e anche da molti che sarebbero stati spiriti liberi ma erano prigionieri del falso schema della “guerra fredda”. Mi sembra che oggi, in modo ancora più grossolano e volgare, si stia tornando a schemi analoghi a quelli, con l’aggravante del populismo-sovranismo che riscopre un patetico micronazionalismo del passato ovviamente epurato dal fascismo (che invece al riguardo alcuni spunti innovativi dimostrò di averceli, specie nelle sue “fronde”) ma ancorato alla nostalgia per i miti dell’Italietta e persuaso della possibilità di riciclarli. In questo senso, in un passato recentissimo e purtroppo in un contesto politico negativo e confuso, l’attenzione italiana per il progetto cinese One Belt, One Road e il rifiuto di partecipare a future azioni militari NATO in Siria con proprie forze armate sono stati buoni segnali: si avrebbe potuto fare di più, ad esempio opponendosi con maggiore energia all’acquiescenza italiana dinanzi ai demenziali progetti di embargo contro la Russia e la Cina e accordando attenzione a quanto stanno facendo i paesi eurasiatici riuniti nella “Conferenza di Shanghai”. Ma nel panorama di una politica italiana totalmente distrutta, come quello che si presenta adesso nell’estate del 2019, tutte queste prospettive non sono neppure fantastoriche.

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Denuncia per crimini all’Umanità (MC – Edizione straordinaria)

Carissimi utenti abituali dei MC,
pur costretto a tacere fino a tutto il novembre prossimo, non posso evitare di farVi avere di quando in quando qualche nota anche in relazione alle Vostre richieste o sollecitazioni. Stavolta mi limito a diffondere un documento generoso e coraggioso del sindaco di Barceto in provincia di Parma, che credo rappresenti bene quel che molti di noi pensano; a seguire, il testo di una mia intervista al giornalista dott. Durazzini, dove ho creduto bene allegare a considerazioni sull’Islam che ormai sarebbero scontate qualche non inutile indicazione bibliografica. Grazie e a presto. FC
Oggetto:   Denuncia per crimini all’Umanità.
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