Minima Cardiniana 90

Domenica 23 agosto, XXI domenica del Tempo Ordinario

l43-franco-cardini-120402215650_bigLAUDATO SI’

“Altissimu, onnipotente, bon Signore, Tue so’ le laude, la gloria, l’honore et onne benedictione, ad Te solo, Altissimo, se konfàno et nullu hono ène dignu Te mentovare”.

E’ la più bella composizione poetica di tutto il mondo e di ogni tempo. E’ la più bella perché la sua è una bellezza assoluta, cosmica, totale, che penetra tutto il creato e che arriva quasi a lambire l’ineffabilità di Dio. Nemmeno il Salomone del Cantico dei Cantici che pure per tanti versi gli somiglia e al quale senza dubbio Francesco si è ispirato, nemmeno il Dante della “Preghiera di san Bernardo a Maria” (“Vergine Madre, Figlia del Tuo Figlio”) sono arrivati tanto in alto e così in profondo. 

Era il 1224: Francesco giaceva ammalato su un lettuccio del suo San Damiano, la chiesetta diroccata dove una ventina di anni circa prima aveva ricevuto dal Cristo crocifisso il messaggio che aveva cambiato la sua vita e presso la quale erano adesso insediate Chiara e le sue sorelle, le “povere dame” ch’egli tanto amava e un po’ perfino temeva. I grandi interpreti del Povero d’Assisi – da Raoul Manselli a Giovanni Miccoli, da Chiara Frugoni e Jacques Dalarun, da Jacques Le Goff a Grado Giovanni Merlo, da Claudio Leonardi ad André Vauchez (per non ricordarne che alcuni) – hanno scritto molto su di lui, sugli ultimi anni della sua giornata terrena, sul suo rapporto con Chiara e le altre; e su quegli stessi pochi, ispirati, altissimi versi. L’esegesi è per definizione infinita; eppure abbiamo la sostanziale impressione, al di là del legittimo anzi benemerito lavoro degli specialisti che continuerà a svilupparsi, di sapere su ciò tutto quello che c’è che si può sapere e, soprattutto, umanamente comprendere.

 

Ma lasciamo da parte tutta quella scienza. Sforziamoci invece d’immaginarlo, quel povero piccolo omiciattolo smagrito dopo una notte di dolore e di pena, tra i rumori dei topi sotto il pavimento che non lo hanno lasciato dormire, quando il sole nascente dell’alba ferisce i suoi occhi malati (è il tracoma preso cinque anni prima in Egitto, alla crociata) e glieli fa lacrimare. Sforziamoci di veder il mondo – le povere suppellettili di quella stanzetta, la luce incerta eppur abbagliante – attraverso quegli occhi ormai in grado di distinguere forse appena poco più che delle ombre. E scrive: o meglio detta, perché lo scrivere non gli è mai stato familiare e di farlo non ha ormai più la forza. Non sappiamo a chi stia dettando. E detta di getto parole che gli salgono direttamente dal cuore: amiamo credere che da allora sin a quando sul punto di lasciare questa terra detterà la quartina finale su “nostra sora Morte corporale dalla quale nullo homo vivente po’ skappare” egli non abbia cambiato nulla di quel capolavoro, di quel perfetto canto d’amore.

Si sono versati fiumi d’inchiostro e scritte biblioteche intere su quei pochi versi. Ma nella loro luminosa chiarezza essi appaiono ineffabili come Colui in onore del Quale sono stati scritti. Nessuno può gloriarsi di averli sul serio decifrati sino in fondo. Lo Spirito soffia dove vuole: e quella mattina ha soffiato su quel povero frate e sui suoi occhi arrossati che hanno finalmente visto il Mistero dell’universo.

L’esegesi di quei pochi, brevi versi non finirà mai, proprio come il mistero della creazione; e quello di Dio. Papa Francesco ha voluto dedicare a quella lode infinita a Dio creatore e al creato la sua enciclica Laudato si’, promulgata il 18 giugno del 2015, per ricordarci che l’uomo – proprio secondo la lettera e lo spirito del Genesi – non è il padrone dell’universo (Uno solo è il Padrone), ma che ne è il guardiano, il custode, cioè il responsabile; che se ne è vista affidare per delega la signoria e può goderne pertanto i legittimi frutti, ma di quel suo governo è appunto chiamato a rispondere; e che alla fine dei tempi, come ciascuno di noi dovrà riconsegnare a Dio la sua anima affidatagli immacolata e da lui più volte macchiata e strappata, rilavata e ricucita, l’umanità dovrà riconsegnarGli il creato. Il quale è stato concesso all’uomo per goderlo in tutta la sua bellezza e nella varietà infinita delle sue luci, dei suoi profumi e dei suoi sapori; ma che non gli è stato affatto lasciato in balìa come un osceno balocco da violare e da prostituire, come un’immonda merce da vendere e da comprare e su cui lucrare e speculare. Il creato che appartiene a tutti gli esseri umani: e soprattutto agli Ultimi della Terra che, come sta scritto, la erediteranno.

Dal canto mio, intendo dedicare all’enciclica Laudato si’ solo poche semplici parole di gratitudine: è un raggio di sole nella nebbia postmoderna, una rosa sbocciata nel deserto dell’egoismo e dell’ipocrisia nel quale ci sembra ormai di esserci definitivamente sperduti quando leggiamo dei buoni cristiani che desertificano e inquinano il mondo per fame e sete di profitto, dei rispettabili banchieri (cristiani anch’essi) che preferirebbero strangolare un popolo intero piuttosto che concedergli ancora qualche mese di dilazione per consentirgli di pagare i suoi debiti, degli inossidabili difensori della Civiltà Cristiana che auspicano naufragi di massa di migranti nel Canale di Sicilia.

Molti (oggi viviamo in una società atea ma stranamente piena di Padreterni) hanno osservato che l’inizio dell’enciclica sia fatto del solito incitamento alla carità e alla fratellanza: parole deludenti in quanto ovvie, banali, piene di cose risapute eccetera, in tutto degne del mediocre livello delle prediche che papa Bergoglio pronunzia ogni mattina dal pulpito di Santa Marta. Ebbene, Dio benedica quest’ovvietà, questa banalità. Dio conceda ch’essa sappia trasformarsi in progetto sociale e in programma politico. Dio voglia che, dopo aver goduto della fortuna di essere governati per decenni da imprenditori, banchieri, tecnocrati, managers, e dai governi che sono diventati ormai loro comitati d’affari, riusciamo alla fine a guardar oltre la loro avida miopìa e a riacquistare la coscienza della nostra autentica identità – oggi che di “identità” tanto si parla -, quelli di custodi d’un bene che non ci appartiene ma del quale siamo responsabili, di un pianeta nel quale tutti possiamo e dobbiamo vivere con quel minimo di dignità per tutti che nasce da una ragionevole condivisione, d’un mondo nel quale sia possibile svilupparsi anche senza ricorrere a strumenti di costrizione e di corruzione come la tirannia, la guerra e la droga.

Laudato si’ è un documento alto, profondo, intenso, ambizioso. E’ la prima enciclica pontificia che sia stata diffusa originariamente in italiano, quasi a sottolineare il ruolo primario da papa Bergoglio rivendicato, quello di vescovo di Roma che si esprime nell’idioma corrente del suo popolo; e a rivolgere anche per mezzo della lingua usata un ulteriore profondo omaggio al suo ispiratore, il santo che di solito scriveva in latino ma che talvolta ebbe il coraggio e l’originalità di esprimersi per iscritto in un linguaggio “volgare” che non aveva ancora un suo definitivo statuto, una sua autorevolezza letteraria.

Il Cantico esprime la lode e il ringraziamento dell’uomo a Dio per tutte le Sue creature, attraverso lo stupore per la loro bellezza e da parte di esse stesse quasi che esse – per bocca dell’uomo – Lo ringraziassero per aver ricevuto la vita. Ma Francesco viveva in un mondo nel quale la natura poteva anche presentarsi come hyle, realtà selvaggia e invadente, ostile e pericolosa: era la natura delle foreste e della paludi ch’era necessario disboscare, bonificare, prosciugare con un lavoro durissimo che di continuo rammentava all’uomo le conseguenze del Peccato originale imponendogli quel labor, quella fatica, che si voleva parola originata da labes, la caduta appunto dei progenitori. All’uomo peccatore il creato aveva risposto negandogli quell’amicizia e quella mansueta sottomissione alle quali Dio lo aveva originariamente disposto.

Oggi, nove secoli più tardi, non è però più così. La natura può certo ancora dispiegare intatta la sua terribile maestà, può atterrirci e sconvolgerci con le eruzioni, i terremoti, gli uragani dinanzi ai quali ancora ci sentiamo deboli e impotenti. Eppure per molti aspetti e da molti punti di vista essa è stata non solo soggiogata bensì umiliata, sfruttata, violata. “Sora nostra madre terra” ha sofferto da parte dei suoi figli le più abominevoli forme di stupro incestuoso: e, se la sua violazione si è risolta in uno svantaggio anche per la stragrande maggioranza degli stessi esseri umani, è stato solo un pugno di essi a trarne vantaggi che peraltro si stanno rivelando a loro volta di breve durata e forieri di nuovi ancora sconosciuti pericoli.

Il Povero di Assisi contemplava un mondo nel quale la crudeltà della natura infieriva ancora, con gli eccessi del clima, le catastrofi naturali e gli incidenti climatico-atmosferici che ora portavano malattie, ora procuravano annate agricole cattive e quindi carestie. Anche per questo, guardando all’uomo che si presenta verso la fine del Cantico, prometteva la massima ricompensa divina per tutti coloro che avessero sostenuto in pace le offese, le malattie, le tribolazioni d’ogni sorta: era in attesa di quella ricompensa che i Frati Minori vivevano; era ad essa che miravano, nel nome di essa che la sofferenza sopportata in pace e in allegrezza si trasformava in Perfetta Letizia. Oggi il papa si rivolge senza dubbio ancora al genere umano, ma le sue parole ammonitrici si dirigono soprattutto a una umanità diversa, quella di chi ha creduto di poter impunemente piegare il creato ai suoi voleri e alla sua avidità, quella che ha usurpato la sovranità divina dimenticando che il potere delegato del quale essa godeva nel e sul mondo era quella del provvido e fedele amministratore, non dello sfruttatore e del devastatore senza scrupoli. L’enciclica Laudato si’ va senza dubbio letta nella direzione del confronto con il Cantico, ma non vanno dimenticate al riguardo le due pagine, l’una iniziale l’altra finale della Bibbia cristiana, nelle quali il suo messaggio va inquadrato: il Genesi, dove Dio affida il creato al dominio dell’uomo (Gen., 1, 26-31) e l’Apocalisse, dove si parla della ricompensa che attende i giusti, della condanna che spetta agli altri e soprattutto di quella “seconda morte”, quella stessa alla quale Francesco assicura che scamperanno tutti coloro che hanno fatto la volontà di Dio (Apoc., 20, 1,36). Questo carattere normativo e ammonitore della Laudato si’ non è stato per nulla oggetto di valutazione da parte di quanti ne hanno sottolineato quella che a parer loro ne è la “banalità”, l’”ovvietà”, come in genere loro appaiono banali e ovvi i precetti divini e il magistero della Chiesa.

Invece papa Francesco è molto preciso: implacabilmente preciso. Egli non si limita ad ammonire: formula denunzie, scaglia accuse, indica responsabilità. Sul futuro del mondo, prima di tutto: si rileggano i capitoli 13-19, nei quali torna energico il tema, così tipicamente bergogliano, della cultura “dello scarto” e “dell’indifferenza”. Torna il tema della carità e della misericordia, da indirizzare in questo caso a una categoria particolare di “deboli”, di “Ultimi”: quella anagrafica, quella costituita oggi da chi è troppo piccolo o troppo giovane o addirittura non è ancor nato e non può quindi far niente per impedire oggi delle violenze che vengono perpetrate da adulti ma che sarà lui, nel futuro, a dover scontare e pagare. Essenziale, per organizzare un nuovo modo di pensare e di vivere, abbandonare il dogma irrazionale nella fiducia indiscriminata e totale nel progresso e insistere invece sul dovere delle generazioni presenti di garantire un futuro vivibile a quelle future. Questo è un altro elemento tipico del magistero bergogliano: la responsabilità dell’uomo, il suo ruolo – affidatogli nel Genesi – non di padrone assoluto della terra, bensì di suo custode al quale Dio chiederà conto.

Ambiente, clima, inquinamento, acqua potabile, rispetto per tutti gli esseri viventi: sono i grandi elementi di un discorso di “ecologia globale” che tuttavia non deve creare equivoci. Questa è una grande enciclica “ecologica”: ma solo nella misura nella quale i problemi ecologici riguardano appieno la vita dell’uomo sulla terra, quindi i rapporti tra gli uomini. Tutti i rapporti: in primis quelli di potere, di proprietà, di produzione. Attento alla “biodiversità”, papa Francesco lo è altrettanto all’equità e alla giustizia sociale: perché tali temi sono legati strettamente fra loro. Questa è una grande enciclica soprattutto, essenzialmente, sotto il profilo sociale e antropologico. Qui si è davanti a una durissima requisitoria, a un irremissibile atto d’accusa contro l’arroganza e la violenza di chi spoglia il mondo dei suoi beni incurante delle sofferenze dei poveri (vale a dire di almeno i quattro quinti dell’umanità) e dell’avvenire del pianeta: dalla foresta pluviale amazzonica al sottosuolo del continente africano, tutte le infamie dello sfruttamento indiscriminato a vantaggio di pochi sono messe a nudo.

E tutto si riassume in una semplice, lineare lezione evangelica. Chi svuota il suo cuore da Dio, lo riempie di innumerevoli falsi dei: il denaro, i beni, le cose. In questo modo si perde ogni limite e ogni misura, ci si disumanizza. Per questo è necessario temere quel che può accadere in caso di catastrofi naturali ed evitare di provocarle mediante errori tecnologici; ma più necessario ancora temere che cosa può accadere in una società destabilizzata dal vizio e dall’egoismo, dove si sia perduta quella nozione di “bene comune” che ormai non può non riguardare la società umana tutta intera, nel suo complesso.

Papa Francesco ha tracciato in questa sua monumentale enciclica un disegno grandioso, che partendo dall’ecologia e di lì passando alla socioantropologia giunge alla politica e al “bene comune” per tornare al centro, al cuore di tutto: il rapporto tra Dio e l’uomo, fra il Creatore e la creatura privilegiata che nondimeno resta sorella di tutte le altre, loro responsabile e custode.

Le parole illuminate e illuminanti del papa delineano sinteticamente alla perfezione il bonum certamen che attende chiunque voglia continuare a dirsi cristiano cattolico. Qui sta l’impegno che il papa si è assunto e per il quale intende impiegare il tempo che ancora gli è concesso sulla terra. Se lo caccino bene in testa i tartuffes, i sepolcri imbiancati e le razze di vipere che vorrebbero scorporare la lotta per la famiglia e quelle contro l’aborto e l’eutanasia da quella per la dignità umana contro lo sfruttamento e l’indifferenza. Se lo caccino bene in testa quelli che amano ostentare la loro fede magari adornandola di rilucenti orpelli teologici e liturgici e ritenere che il razziare e il devastare continenti e popoli interi nel nome della “libertà economica”, del “progresso”, della “produzione di ricchezza” (ma a favore di chi?) e delle “ferree (?) leggi del mercato” sia una decorosa attività finanziaria e imprenditoriale che ben si concilia con un po’ di beneficenza chic a qualche ONG e che permette di occupare a testa alta e con tanto di decorazioni (magari pontificie) all’occhiello i primi posti nelle chiese, come facevano i farisei nel Tempio quando ringraziavano Dio di non essere spregevoli come i pubblicani. La Chiesa cattolica rigurgita ancora di questi  inner enemies travestiti da autorevoli credenti, spesso ben peggiori degli “atei devoti” che sono del resto loro complici. Contro di loro il Maestro ha già usato una volta la frusta, nel cortile del Tempio. Anche in ciò, il Suo insegnamento non passa.

Franco Cardini

FRATE FRANCESCO, PAPA FRANCESCO E L’ECOLOGIA

“L’ecologia studia le relazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente in cui si sviluppano”. Questa limpida, semplice definizione di ecologia è richiamata all’inizio del capo 138 della Laudato si’. E ha provocato varie critiche: banalità, adesione acritica alle “mode ecologiche” vigenti, conformismo culturale.

Temo in realtà che il testo della Laudato si’ corrisponda a qualcosa di tanto spesso (fin troppo) ricordato, citato e ovviamente criticato quanto poco o nulla veramente consultato e tantomeno letto. Perché chiunque l’abbia sia pur superficialmente avvicinata si è reso conto non solo della ricchezza e della complessità del suo testo – al di là del suo carattere sintetico, che dovrebb’essere oggetto di studio, esegesi e annotazione analitica densissimi – bensì anche, e soprattutto, del suo carattere ch’è anzitutto sociale e antropologico. Non solo: si tratta di un testo rigoroso, durissimo, che formula accuse tanto pesanti quanto precise nei confronti degli autentici responsabili dell’inquinamento, della desertificazione, della distruzione della biodiversità, del surriscaldamento, dell’accumulo dei rifiuti (compresi quelli tossici e quelli radioattivi) e del loro scorretto smaltimento, della crisi dell’acqua potabile. Tutti i problemi che ci riguardano e ci preoccupano, a cominciare dalle migrazioni sempre più imponenti di masse umane dall’Africa e dall’Asia alla volta dell’Europa, sono conseguenze di quei problemi, suscitati da chi ha interesse a gestire un “progresso” disordinato e nocivo per la stragrande maggioranza del genere umano. Basti pensare alla produzione e al traffico di armi e di droga: a chi giova, chi ci guadagna, chi ne è vittima.

Se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU assumesse per un solo anno come guida per le sue risoluzioni (sospendendo ovviamente il diritto di “veto” da parte dei suoi membri permanenti) quest’enciclica ed agisse secondo le sue indicazioni, gran parte dei problemi del pianeta sarebbero risolti o quantomeno perfettamente identificati e avviati sulla strada della scomparsa. Il che ovviamente non potrà mai avvenire, dal momento che il mondo è in mano a organizzazioni finanziarie tecnologiche le quali mirano soltanto al profitto immediato di pochi, con nessun rispetto sostanziale (a parte le chiacchiere retoriche) né per i diritti umani, specie quelli dei più poveri, né per i problemi delle generazioni future.

Ciò premesso, va aggiunto che il problema del deterioramento dell’ambiente e dell’ecosistema, che negli ultimi decenni ha raggiunto livelli di guardia irreversibili e allarmanti, non è affatto una cosa nuova. Chi conosce i testi giuridici prodotti dagli esseri umani, da Hammurabi fino agli statuti delle nostre città medievali, sa bene che la tutela dell’ambiente e la preoccupazione per il suo deterioramento vi sono costanti. Certo, con la fine della Modernità tutto è radicalmente, qualitativamente mutato.

Frate Francesco viveva in un mondo nel quale l’uomo, esattamente come oggi, si sentiva il padrone assoluto del pianeta: e una lettura errata della Bibbia sembrava dargli ragione (è la lettura che la Laudato si’ corregge: l’uomo non è padrone assoluto bensì custode, guardiano della natura). Ma allora (a differenza di oggi, a parte alcune aree dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina che si vanno restringendo) la natura si presentava come ostile, come invadente: andava continuamente tenuta a bada. Ai tempi di Francesco bisognava lavorare per difendersi dal creato; oggi – a parte i grandi cataclismi nei quali esso mostra ancora la sua potenza – essa va aiutata e tutelata. Frate Francesco, come dimostrarono meravigliosamente Henry Thode e Giovanni Gentile, è alla base della sensibilità per il mondo circostante che apre le porte alla grande arte rinascimentale: dopo di lui, il mondo occidentale tornò all’ammirazione per il creato che del resto già esisteva nella cultura antica. Papa Francesco si situa alla fine di questa parabola: il rapporto con il creato è divenuto talmente familiare, l’essere umano si è talmente assuefatto all’inesauribilità delle sue risorse e all’idea di esserne padrone, che è fondamentale restaurare al tempo stesso sia il rispetto per la legge divina che, nel Genesi, ha precisato natura e limiti di questo possesso, sia la meraviglia per la sua bellezza alla quale ci siamo talmente assuefatti dal non vederla più e quindi dal lasciare con indifferenza ch’essa venga violentata e distrutta, sia la consapevolezza che il deterioramento dell’ambiente è parte della politica suicida che la cultura dello sfruttamento ha imposto al genere umano per favorire il potere e l’arricchimento di pochissimi e che reagire ad essa è ormai divenuto tanto meritorio quanto indispensabile.

Siamo per questo ancora all’Anno Zero. Quando questo tipo di consapevolezza sarà divenuto parte fondamentale dell’insegnamento e dell’apprendimento scolastico, avremo compiuto un piccolo ma sostanziale passo avanti. Questo dovrebb’essere un primo obiettivo: docenti, studenti e famiglie dovrebbero esservi coinvolti. A che punto siamo? Che cosa stanno facendo i politici per consentirlo, nella consapevolezza che le forze finanziarie, industriali e imprenditoriali ben decise a impedirlo sono molte e ben agguerrite?

Franco Cardini

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