Minima Cardiniana 270/4

Domenica 22 febbraio 2020, San Policarpo
VII Domenica del Tempo Ordinario

IN MEMORIAM
Flavio Bucci lo ricordiamo tutti. È stato un indimenticabile Ligabue, un formidabile prete-brigante della Campagna Romana nel Marchese del Grillo, accanto ad Alberto Sordi e non meno grande di lui. Certo, in un modo o nell’altro interpretava e qualche volta perfino satireggiava solo se stesso. Ma questo pare sia caratteristico di tutti gli artisti di cinema e di teatro: lo facevano anche Totò, Gassman e Tognazzi, per non parlar dei Mostri Sacri quali Sir Lawrence Olivier e Sir Alec Guinness. E poi dall’autobiografia non si scappa, qualunque cosa si faccia e qualunque mestiere si eserciti.
Flavio Bucci era tutto Genio e Sregolatezza, tutto Istinto e Immoralità. Immenso Istinto, sublime Immoralità. In questo basso mondo fatto di minima immoralia e di piccoli immoralisti che non vanno al di là del furto di galline e dell’onanismo esercitato in fretta quando mamma non vede, Flavio Bucci ci manca.

DAVID NIERI
FLAVIO BUCCI (1947-2020)
A suo modo, è stato un gigante. E quando i “grandi” se ne vanno – soprattutto in un’epoca, quella attuale, dove manca il cosiddetto “ricambio” – ci sentiamo un po’ più soli.
Flavio Bucci il mestiere di attore se l’era guadagnato a suon di sudore e gavetta; la sua scuola, il Teatro Stabile di Torino, dov’era nato da genitori di origini molisano-pugliesi, emigrati al nord in cerca di una vita migliore. All’inizio degli anni Settanta Elio Petri lo notò e, senza esitare, lo mise sotto contratto: La classe operaia va in paradiso (1971) e La proprietà non è più un furto (1973) diventeranno, nel corso degli anni, due pietre miliari nella storia del nostro cinema. Genio e sregolatezza, carattere difficile, Bucci compì il grande passo grazie alla televisione e alla straordinaria stagione degli sceneggiati. Fu Salvatore Nocita a offrigli la grande occasione cucendogli addosso i panni (scomodi) di Antonio Ligabue: un’interpretazione magistrale che, nel 1977, lo consacrò definitivamente. Ligabue, ovviamente con le dovute differenze, somiglia un po’ al Pinocchio di Luigi Comencini: un’alchimia perfetta di regia, fotografia, sceneggiatura, musica – nel caso in questione, di Armando Trovajoli – e interpreti contribuì a rendere queste due opere immortali e inarrivabili. Certo, Bucci doveva condividere intimamente più di qualcosa con il “Toni” pittore; quel tratto un po’ naïf e ingenuo unito, al tempo stesso, a un’incredibile capacità di rappresentare l’ignoto, la forza e la violenza della natura che spesso riusciva a placare il suo turbinìo interiore. Fu perfetto, in tutti i sensi: i panni scomodi gli calzarono a pennello.
Quando si pensa a Bucci, è proprio quella meravigliosa interpretazione a contraddistinguerne – più delle altre – lo spessore, anche se il grande Flavio non è stato solo Ligabue, né tantomeno un “semplice” attore, ma anche un grandissimo interprete di teatro e un doppiatore eccelso. In pochi probabilmente sanno che è sua la voce del Tony Manero (John Travolta) de La febbre del sabato sera (e quella del Travolta di Grease nel suo primo doppiaggio); oppure la voce di Anson Williams (“Potsie”) nelle prime due stagioni di Happy Days. E come dimenticare il prete ribelle e brigante – Don Bastiano – ne Il marchese del Grillo di Mario Monicelli: la scena del patibolo è uno dei momenti più alti della commedia italiana.
La sua vita privata, decisamente burrascosa, può essere perfettamente riassunta in due frasi tratte da una recente intervista al “Corriere della Sera”: “In teatro sono arrivato a guadagnare anche due milioni di lire al giorno. Ho speso tutto in vodka e cocaina, solo di polvere avrò bruciato 7 miliardi, mi sparavo 5 grammi al giorno. Poi scarpe e cravatte che non mettevo mai. E le donne, anche se per loro non così tanto, me la davano gratis […] Io non mi pento di niente, ho amato, ho riso, ho vissuto. Mi chiedono spesso se l’alcol mi ha distrutto. Ubriacarsi è bellissimo, al di là dei discorsi di morale, che io non ho. E poi cos’è che fa bene? Lavorare dalla mattina alla sera per arricchire qualcun altro?”.
Gli ultimi anni della sua vita, Flavio li ha trascorsi in una casa famiglia a Passoscuro, a due passi da Fregene, ridotto in povertà. Strano destino, il suo, seppur “condiviso” da molti altri artisti dotati di una luce particolare, che impedisce di scendere a compromessi con la quotidianità.
Personalmente, mi sento di annoverarlo tra i grandi, anche se forse non basta. Il suo è un posto riservato ai maestri di un’epoca forse irripetibile, quando nell’arte riluceva una forza magica che le consentiva di rappresentare l’universale nel particolare; quando la cultura popolare era ancora degna di chiamarsi tale e chi la proponeva non esitava a farsi beffe del potere e del perbenismo ipocrita di una società ormai diventata “del benessere”.
Oggi la “cultura di massa” col potere sembra andare d’accordissimo. E il politicamente corretto ne traccia quasi sempre i contorni. Anche per questo, la vita spericolata di Flavio Bucci ci mancherà molto.

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Minima Cardiniana 270/3

Domenica 22 febbraio 2020, San Policarpo
VII Domenica del Tempo Ordinario

LIBERTÀ D’INSEGNAMENTO E LIBERTÀ DI PENSIERO
Ricorderete che nel MC 269, quello della scorsa settimana, si è brevemente esposto quanto accaduto in una scuola marchigiana dove alcuni ospiti – studiosi, giornalisti o politici che fossero – si sono permessi di far sulla voce a un docente dell’istituto che li ospitava e che, al termine di una riunione da loro gestita (presumibilmente appunto su invito della scuole) e in presenza degli studenti si era limitato a chiedere l’apertura di un dibattito. Può darsi l’abbia fatto in maniera dura o magari perfino scortese: non lo so, non ero presente. Ma la reazione dei suoi interlocutori, e quindi addirittura le misure disciplinari a quanto pare assunte contro di lui in sede scolastica, sono state non dico eccessive e inadeguate, ma semplicemente intollerabili e inaccettabili. Si sono superati i limiti oltre i quali si è costretti a parlare di attentato alla libertà d’insegnamento e alla stessa libertà di pensiero, oltre alla grave offesa portata alla dignità non solo del docente interessato, ma dello stesso istituto scolastico; e al pessimo esempio dato agli studenti costretti ad assistere allo spettacolo.
La cosa non poteva finire così e non può fermarsi qui. Il professor Simonetti, sospeso dall’insegnamento (!), ha intanto ottenuto un riconoscimento dell’Università di Salamanca (che forse non è meno decorosa di una scuola media superiore marchigiana) e si appresta a partire per uno “stage”. Ma il discorso deve andare avanti e tutti i colleghi insegnanti che seguono i “Minima Cardiniana” sono chiamati a collaborare liberamente affinché sull’episodio si faccia piena luce. Cominciamo col pubblicare una semplice autoscheda del professor Simonetti, dalla quale avrete agio di porvi il problema se a un docente di quel livello e con quel curriculum si può ritenere sia il caso di comminare sanzioni e sospensioni solo per aver chiesto, entro le mura dell’istituto nel quale insegna, che alcuni ospiti esterni accettassero un libero scambio d’idee.

DICHIARAZIONE DEL PROFESSOR MATTEO SIMONETTI
Ho 48 anni, sono laureato in Filosofia, diplomato in pianoforte, ho una abilitazione all’insegnamento (Tfa), un master in didattica delle materie umanistiche, ho ottenuto il master “E. Mattei” sul Vicino e Medio Oriente dell’Università di Teramo, con cui poi ho collaborato come docente per 2 anni. Sono stato cultore della materia in Filosofia dei linguaggi, presso l’Università di Macerata, e in Storia delle relazioni internazionali, presso l’Università di Teramo, esaminando anche candidati. Sono giornalista pubblicista dal 2003 con oltre 200 articoli di terza pagina su testate e riviste nazionali, tra le quali “Il Secolo d’Italia”, “l’Indipendente”, “Il Borghese”, “Percorsi di cultura politica”, “L’Uomo libero”. Ho pubblicato diversi saggi di natura storico-filosofica: Stasera dirige Nietzsche. La musica tra filosofia e politica, Pantheon; Demonocrazia. Critica all’inganno democratico, Solfanelli; Hannah l’antisemita. Gli ebrei sull’ebraismo e l’antisemitismo, All’Insegna del Veltro; Kalergi. La prossima scomparsa degli europei, Nexus; I quaderni neri di Heidegger. Una lettura politica, Idrovolante, con la prefazione di Diego Fusaro. Diversi miei libri sono stati recensiti a piena pagina su quotidiani nazionali, come “Il Secolo d’Italia”, “Libero” e “La Verità”. Ho collaborato inoltre con vari siti internet, tra cui “Il giornale del ribelle”, e sto da diversi anni girando l’Italia come conferenziere su tematiche attinenti i miei libri o l’attualità politica e sociale. Come musicista ho insegnato pianoforte e propedeutica musicale per circa 15 anni, ho tenuto diversi concerti e come compositore ho da poco terminato una raccolta di lieder su testi di Hoelderlin e Leopardi che verranno eseguiti in prima assoluta a maggio a Recanati e poi in varie località europee, con cantanti di fama mondiale. Ho insegnato con progetti di vario tipo in tutti gli ordini e gradi delle scuole italiane, dalla Scuola per l’infanzia al Master Universitario. Sono divenuto professore di ruolo tramite il concorso ordinario 2012 e ho ottenuto la cattedra terminando l’anno di prova nel settembre 2016. Nel 2019 ho vinto un dottorato in Filosofia di durata triennale con un progetto proprio su un confronto Heidegger-Unamuno e sul rapporto dell’intellettuale con il potere politico. Il dottorato presso la prestigiosa Università di Salamanca non ha borsa di studio, quindi resto dipendente del Miur con il congedo straordinario per dottorato, ed è un dottorato di ricerca puro, quindi senza obbligo di assidua frequenza.
Partito da un approccio più filosofico, mi occupo da diversi anni della storia e della storia del pensiero europei nel periodo 1920-1950.
Dal punto di vista didattico metto in pratica da sempre metodi innovativi centrati sullo studente, nel rispetto della sua autonomia critica: adotto valutazione tra pari e autovalutazione, classe rovesciata, dibattiti filosofici, totale programmazione per competenze, non storico-filosofica in senso cronologico ma per ampie aree tematiche. Ho ricevuto sempre elogi per questo approccio e per i suoi risultati, sia dal dirigente scolastico, sia da molti colleghi, ma soprattutto ho ricevuto vari encomi dalle mie classi, con commoventi lettere di sostegno e di stima, sia dai miei attuali alunni, sia dalle precedenti classi.
Veniamo alla questione Anpi: il 28 novembre 2019 l’Anpi, presso il liceo di Civitanova dove insegno, ha organizzato una conferenza sulla storia dell’epurazione dei fascisti nel dopoguerra e sulla resistenza. Tutte le quinte classi sono state portate nell’auditorium. Si è trattato di un’esposizione a senso unico di tre ore e le classi man mano se ne sono andate. Al termine ho invitato l’Anpi a un futuro incontro per un contraddittorio con chi della resistenza ha un’idea diversa rispetto all’Anpi stessa. Si è scatenato il pandemonio, con gente dell’Anpi che invitava a censurarmi, politici che mi sono venuti incontro offendendo, fino a che mi si è strappato il microfono di mano. La vicenda è finita sui giornali locali e nazionali con diffamanti falsità a me rivolte: avrei fatto apologia di fascismo, avrei provocato, avrei negato la costituzione, avrei fatto negazionismo, avrei portato via le classi. Vengo segnalato dall’Anpi all’ufficio scolastico regionale, mi si accusa politicamente attraverso esponenti del PD, sia al consiglio regionale, sia attraverso senatori. Alla fine vengo sanzionato per un mese con decurtazione dello stipendio, non per le misere accuse riferite a quel giorno, tutte cadute, ma per un post su facebook del 2016, colpevolmente modificato per fargli significare il contrario. Non sono stati ascoltati preside e testimoni che erano a mio favore. Si tratta di un dossieraggio che si appunta su questioni che nulla hanno a che vedere con la vicenda. Farò ricorso al giudice del lavoro ed ho già querelato per diffamazione l’Anpi ed altre persone. Il video di quell’avvenimento è stato girato e depositato come prova contro di me dall’Anpi stessa ed è stato da me pubblicato su youtube a mia discolpa: https://www.youtube.com/watch?v=kh–EPaXkSA. Sto raccogliendo firme con due lettere aperte, una a mio sostegno come docente e l’altra per la libertà di opinione, e dopo 2 giorni siamo a circa 700 sottoscrizioni. Qui il link alla sottoscrizione: https://www.controventoaps.org/. Ciò che mi aspetterei, visto che i colleghi del liceo sono più che pavidi e anestetizzati, è il sostegno di storici e di docenti da altre parti d’Italia. Chi vuole sostenere la causa della libertà di pensiero puoi inviarmi una mail a matteosimonetti@hotmail.com, cercarmi su facebook o chiamarmi al 3289527704.

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Minima Cardiniana 270/2

Domenica 22 febbraio 2020, San Policarpo
VII Domenica del Tempo Ordinario

ANCORA GLI AMERIKANI
Da tempo Manlio Dinucci ci ha abituato alle sue cronache sul tramonto dell’impero americano e sulla sua senile isterìa militare. Convinti come siamo (è una realtà fisica) che gutta cavat lapidem, continuiamo imperterriti a predicare, voce clamantes in deserto, che fare il mestiere degli ascari e dei collaborazionisti degli USA e della NATO è criminale ancor prima di essere idiota; che da Conte a Renzi (non parliamo di Berlusconi, di Di Maio, di Salvini e purtroppo anche di Giorgia Meloni – e di lei mi dispiace –, che ormai sembrano aver fatto una definitiva scelta di campo) i leaders politici debbono convincersi che non si può far la politica dello struzzo su questo punto e parlar sempre d’altro; che qualunque forma di sovranismo è vana e ridicola se non comincia dall’istanza del recupero della sovranità in politica estera e militare.
Diciamo la verità: e parliamoci chiaro una volta per tutte. Viviamo – come europei in generale, come italiani in particolare – in un paese privo di sovranità, assediato, occupato e controllato (Ghedi, la Dal Molin, Camp Darby…): anche se, per il momento, i poveri untorelli refrattari come noi li lasciano parlare, o non hanno ancora deciso se e come tappar loro la bocca. Ma non illudiamoci. Nella lista ci siamo.
E allora, tanto vale: o si chiede scusa e si dichiara che abbiamo scherzato, o si va avanti. Scegliamo l’ipotesi B: compagno Dinucci, sotto col tormentone. È un bell’esercizio artigiano, se si vuole una bella tecnica di precisione, cacciar le pulci nelle orecchie della gente…

Danno per danno e malanno per malanno, sentiamo un po’ al riguardo perfino il famigerato Thierry Meyssan.
Intendiamoci: prendo atto di quanto dice Dinucci e invito a riflettere sui dati che fornisce, anche se non dico che abbia ragione su tutto e che i suoi giudizi siano oro colato. Quanto a Meyssan, spero proprio che sbagli molti calcoli e molte previsioni: ma purtroppo non dispongo al momento attuale né di mezzi, né di argomenti atti a smentirlo. E poi, se non altro, la sua sguaiata campana è pur sempre una voce fuori dal coro. Un coro belante, insopportabile, stonato e fastidioso.

MANLIO DINUCCI
IL FUTURO DELL’AMERICA SEMPRE PIÙ ARMATO
Il “Budget per il futuro dell’America”, presentato dal Governo Usa, mostra quali sono le priorità dell’Amministrazione Trump nel bilancio federale per l’anno fiscale 2021 (che inizia il 1° ottobre di quest’anno).
Anzitutto ridurre le spese sociali: ad esempio, essa taglia del 10% lo stanziamento richiesto per il Dipartimento della Sanità e dei Servizi Umanitari. Mentre le stesse autorità sanitarie comunicano che la sola influenza ha provocato negli Usa, da ottobre a febbraio, circa 10.000 morti accertati su una popolazione di 330 milioni.
Notizia taciuta dai grandi media, i quali lanciano invece l’allarme globale per i 1.770 morti a causa del coronavirus in Cina, paese con 1,4 miliardi di abitanti. Non può non venire il sospetto sulle reali finalità della martellante campagna mediatica, la quale semina terrore su tutto ciò che è cinese, quando, nella motivazione del Budget Usa, si legge che “l’America ha di fronte la sfida proveniente da risorgenti Stati nazionali rivali, in particolare Cina e Russia”.
La Cina viene accusata di “condurre una guerra economica con cyber armi contro gli Stati Uniti e i loro alleati” e di “voler plasmare a propria somiglianza la regione Indo-Pacifica, critica per la sicurezza e gli interessi economici Usa”.
Perché “la regione sia libera dalla malefica influenza cinese”, il Governo Usa finanzia con 30 milioni di dollari il “Centro di impegno globale per contrastare la propaganda e disinformazione della Cina”.
Nel quadro di “una crescente competizione strategica”, il Governo Usa dichiara che “il Budget dà la priorità al finanziamento di programmi che accrescano il nostro vantaggio bellico contro la Cina, la Russia e tutti gli altri avversari”. A tal fine il presidente Trump annuncia che, “per garantire la sicurezza interna e promuovere gli interessi Usa all’estero, il mio Budget richiede 740,5 miliardi di dollari per la Difesa nazionale” (mentre ne richiede 94,5 per il Dipartimento della Sanità e dei Servizi Umanitari).
Lo stanziamento militare comprende 69 miliardi di dollari per le operazioni belliche oltremare, oltre 19 miliardi per 10 navi da guerra e 15 miliardi per 115 caccia F-35 e altri aerei, 11 miliardi per potenziare gli armamenti terrestri. Per i programmi scientifici e tecnologici del Pentagono vengono richiesti 14 miliardi di dollari, destinati allo sviluppo di armi ipersoniche e a energia diretta, di sistemi spaziali e di reti 5G.
Queste sono solo alcune voci di una lunga lista della spesa (con denaro pubblico), che comprende tutti i più avanzati sistemi d’arma, con colossali profitti per la Lockheed Martin e le altre industrie belliche.
Al budget del Pentagono si aggiungono diverse spese di carattere militare iscritte nei bilanci di altri dipartimenti. Nell’anno fiscale 2021, il Dipartimento dell’Energia riceverà 27 miliardi di dollari per mantenere e ammodernare l’arsenale nucleare. Il Dipartimento per la sicurezza della patria ne avrà 52 anche per il proprio servizio segreto. Il Dipartimento per gli affari dei veterani riceverà 243 miliardi (il 10% in più rispetto al 2020) per i militari a riposo.
Tenendo conto di queste e altre voci, la spesa militare degli Stati Uniti supererà, nell’anno fiscale 2021, 1.000 miliardi di dollari. La spesa militare degli Stati Uniti esercita un effetto trainante su quelle degli altri paesi, che restano però a livelli molto più bassi. Anche tenendo conto del solo budget del Pentagono, la spesa militare degli Stati uniti è 3/4 volte superiore a quella della Cina e oltre 10 volte superiore a quella della Russia.
In tal modo “il Budget assicura il dominio militare Usa in tutti i settori bellici: aereo, terrestre, marittimo, spaziale e cyber-spaziale”, dichiara la Casa Bianca, annunciando che gli Stati uniti saranno tra non molto in grado di produrre in due impianti 80 nuove testate nucleari all’anno. “Il futuro dell’America” può significare la fine del mondo.
(il manifesto, 18 febbraio 2020).

THIERRY MEYSSAN
NATO GO HOME
Da due decenni le truppe statunitensi dettano legge nel Medio Oriente Allargato. Interi Paesi sono privi di uno Stato che li difenda. Popolazioni intere sono assoggettate alla dittatura degli islamisti. Vengono perpetrate uccisioni di massa. Si provocano carestie. Il presidente Donald Trump ha imposto il rimpatrio dei propri soldati, ma il Pentagono non desiste, vuole proseguire l’opera con soldati della NATO.
Il presidente Trump dedicherà l’ultimo anno di mandato a riportare a casa i boys. Le truppe di stanza nel Medio Oriente Allargato e in Africa dovranno ritirarsi, ma questo non significherà la fine del dominio USA su queste regioni. Anzi, accadrà il contrario.

La strategia del Pentagono
Dal 2001 gli Stati Uniti hanno adottato in segreto la strategia formulata da Donald Rumsfeld e dall’ammiraglio Arthur Cebrowsky – ed è questa una delle principali ragioni degli attentati dell’11 Settembre. Strategia menzionata due giorni dopo gli attentati dal colonnello Ralph Peters sulla rivista dell’esercito, nonché confermata cinque anni più tardi dalla pubblicazione della mappa del nuovo Medio Oriente dello stato-maggiore. Thomas Barnett, assistente dell’ammiraglio Cebrowski, l’ha dettagliata in un libro destinato al grande pubblico, The Pentagon’s New Map (“La nuova mappa del Pentagono”).
Il piano consiste nell’adattare le missioni delle forze armate USA a una nuova forma di capitalismo, dove la Finanza ha il primato sull’Economia. Il mondo deve essere diviso in due. Da un lato gli Stati stabili, integrati nella globalizzazione (requisito che possiedono anche Russia e Cina); dall’altro una vasta zona di sfruttamento delle materie prime. Per questo motivo, conviene indebolire notevolmente – in linea ideale annientare – le strutture statali dei Paesi della zona e impedire con ogni mezzo che risorgano. Un “caos distruttore” – secondo l’espressione di Condoleeza Rice – che non deve essere scambiato con l’omonimo concetto rabbinico, benché i partigiani della teopolitica abbiano cercato in tutti i modi di seminare confusione. Non si tratta di distruggere un ordine cattivo per costruirne un altro migliore, bensì di distruggere ogni forma di organizzazione per impedire qualunque resistenza e permettere ai transnazionali di sfruttare la zona senza intralci politici: un progetto coloniale nel senso anglosassone del termine (da non confondere con una colonizzazione di popolamento).
Iniziando ad attuare la strategia Rumsfeld/Cebrowski, il presidente George Bush figlio parlò di “guerra senza fine”: non si tratta più di vincere guerre e sconfiggere avversari, bensì di far durare i conflitti il più a lungo possibile. Una guerra lunga “un secolo”, disse Bush. È stata, nei fatti, la strategia applicata in Medio Oriente Allargato, una zona che si estende dal Pakistan al Marocco e copre l’intero teatro operativo del CentCom nonché la parte settentrionale di quello dell’AfriCom. In passato i GI’s garantivano agli Stati Uniti l’accesso al petrolio del Golfo Persico (dottrina Carter). Ora i soldati statunitensi sono presenti in una zona quattro volte più vasta, con l’obiettivo di distruggere qualsiasi forma d’ordine. Le strutture statali dell’Afghanistan (dal 2001), dell’Iraq (dal 2003), della Libia (dal 2011), della Siria (dal 2012) e dello Yemen (dal 2015) non sono più in grado di difendere le popolazioni. Contrariamente alla versione ufficiale, lo scopo non era rovesciare governi, ma distruggere Stati e impedirne la ricostruzione. Un esempio per tutti: la situazione delle popolazioni dell’Afghanistan non è migliorata con la caduta dei talebani, avvenuta 19 anni fa, anzi peggiora di giorno in giorno. Il solo controesempio potrebbe essere la Siria che, fedele alla propria tradizione storica, nonostante la guerra ha conservato uno Stato, assorbito i colpi e, sebbene in rovina, superato la tempesta.
Si noti, en passant, che il Pentagono non ha mai considerato Israele uno Stato medio-orientale, bensì europeo. Lo sconvolgimento non investe perciò Tel Aviv.
Nel 2001 il colonnello Ralph Peters assicurava, entusiasta, che la pulizia etnica “funziona!” (sic), peccato però che le leggi della guerra impediscano agli Stati Uniti di praticarla. Ed ecco la trasformazione di Al Qaeda e la creazione di Daesh, organismi che compirono per procura quanto il Pentagono auspicava ma che non poteva intraprendere alla luce del sole.
Per capire bene la strategia Rumsfeld/Cebrowski è opportuno distinguerla dall’operazione “Primavere arabe”, concepita dai britannici sul modello della Grande Rivolta Araba: issare al potere la Confraternita dei Fratelli Musulmani, come fece Lawrence d’Arabia nel 1915 con i Wahhabiti.
In generale, gli occidentali non hanno una visione del Medio Oriente Allargato come regione geografica. Conoscono soltanto alcuni Paesi e li percepiscono isolati gli uni dagli altri. Si convincono così che i tragici avvenimenti che le popolazioni vi patiscono siano determinati da ragioni particolari: qui una guerra civile, là il rovesciamento di un dittatore sanguinario. L’Occidente ha per ciascun paese una storia plausibile che spiega le ragioni del dramma, ma non ne ha mai una che chiarisca perché non si faccia finire la guerra e, soprattutto, non vuole che lo s’interroghi sull’argomento. Gli occidentali denunciano ogni volta “la negligenza degli americani”, incapaci di far finire una guerra, e si dimenticano che, dopo la seconda guerra mondiale, furono in grado di ricostruire Germania e Giappone. Si rifiutano di prendere atto che da due decenni gli Stati Uniti perseguono un piano annunciato da tempo, al prezzo di milioni di morti. Perciò gli occidentali non si percepiscono mai come corresponsabili di questi massacri.
Gli Stati Uniti stessi davanti ai loro concittadini negano di perseguire una tale strategia. Difatti, l’ispettore generale incaricato d’indagare sulla situazione in Afghanistan ha redatto un rapporto in cui si duole delle innumerevoli occasioni che il Pentagono si è lasciato sfuggire per portare la pace, non rendendosi conto che è precisamente la pace che il Pentagono vuole evitare.

L’intervento russo
Per polverizzare tutti gli stati del Medio Oriente Allargato, il Pentagono ha organizzato un’assurda guerra civile regionale, come già aveva fatto con l’insensata guerra tra Iraq e Iran (1980-1988). Allora però il presidente Saddam Hussein e l’ayatollah Khomeini si resero conto che iracheni e iraniani si stavano ammazzando per nulla e, a dispetto degli occidentali, fecero la pace.
Oggi lo strumento è il contrasto tra sunniti e sciiti: da un lato Arabia Saudita e alleati, dall’altro Iran e associati. Poco importa che durante la guerra di Bosnia-Erzegovina (1992-1995) l’Arabia Saudita wahhabita e l’Iran khomeinista abbiano combattuto insieme sotto il comando della NATO, o che numerose truppe dell’Asse della Resistenza non siano sciite (100% della jihad islamica palestinese, 70% dei libanesi, 90% dei siriani, 35% degli iracheni, 5% degli iraniani).
Nessuno sa perché questi due campi si combattano; quel che conta è che si dissanguino vicendevolmente.
Comunque sia, nel 2014 il Pentagono, conformemente alla mappa dei propri obiettivi, si apprestava a far riconoscere due nuovi Stati: il Kurdistan Libero (fusione del Rojava siriano e del Governatorato kurdo d’Iraq, cui si sarebbero poi aggiunti parte dell’Iran e tutta la zona orientale della Turchia) e il Sunnistan (formato dalla parte sunnita dell’Iraq e dall’est della Siria). Distruggendo quattro Stati, il Pentagono avrebbe aperto la strada a una reazione a catena che avrebbe dovuto di rimbalzo distruggere l’intera regione.
La Russia intervenne perciò militarmente per fare rispettare i confini della seconda guerra mondiale. Ovviamente, le frontiere frutto degli accordi Sykes-Picot-Sazonov del 1915 sono arbitrarie e talora difficili da accettare, ma modificarle con il sangue è ancora meno ammissibile.
Il Pentagono ha sempre finto di ignorare quanto fosse in gioco, sia perché non assume ufficialmente la strategia Rumsfeld/Cebrowski, sia perché ritiene l’adesione della Crimea alla Federazione Russa un colpo di mano.

La mutazione dei partigiani della strategia Rumsfeld/Cebrowski
Dopo due anni di lotta accanita al presidente Trump, gli ufficiali generali del Pentagono – pressoché tutti formati personalmente dall’ammiraglio Cebrowski – gli si sono sottomessi con riserva. Hanno accettato: – di non istituire uno Stato terrorista (il Sunnistan o Califfato); – di non modificare i confini con la forza; – di ritirare le truppe USA dai campi di battaglia del Medio Oriente Allargato e dell’Africa. In cambio hanno ordinato al fedele procuratore Robert Mueller, che già utilizzarono contro il Panama (1987-89), la Libia (1988-92) e per gli attentati dell’11 Settembre (2001), di insabbiare l’inchiesta sul Russiagate.
Da allora l’ingranaggio ha funzionato alla perfezione.
Il 27 ottobre 2019 il presidente Trump ha ordinato l’esecuzione del califfo Abou Bakr al-Baghdadi, principale figura militare del campo sunnita. Due mesi dopo, il 3 gennaio 2020, ha ordinato l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, figura di maggiore spicco dell’Asse della Resistenza.
Avendo così dimostrato che il presidente Trump, eliminando le personalità-simbolo dei due campi e rivendicando la paternità delle azioni senza incorrere in reazioni significative, continuava a condurre il gioco, il 19 gennaio, al Cairo, il segretario di Stato Mike Pompeo ha svelato lo strumento risolutivo: la prosecuzione della strategia Rumsfeld/Cebrowski non più con le forze armate USA, ma con quelle della NATO, allargate a Israele e Paesi arabi.
Il 1° febbraio la Turchia ufficializzava la rottura con la Russia assassinando a Idlib quattro ufficiali dell’FSB. Il presidente Erdogan è poi andato in Ucraina, dove ha scandito il motto dei Banderisti (i legionari ucraini del III Reich che si battevano contro i sovietici) insieme alla Guardia Nazionale dell’Ucraina e ha ricevuto il capo della Brigata Islamista Internazionale (i tatari anti-russi), Mustafa Djemilev (detto Mustafa Kırımoğlu).
Il 12 e il 13 febbraio i ministri della Difesa dell’Alleanza Atlantica hanno preso atto del ritiro ineluttabile delle forze USA e della prossima dissoluzione della Coalizione Internazionale contro Daesh. Pur sottolineando che non avrebbero dispiegato truppe combattenti, hanno deciso di inviare soldati per addestrare gli eserciti arabi, ossia per supervisionare i combattimenti sul campo.
Gli istruttori della NATO saranno dispiegati prioritariamente in Tunisia, Egitto, Giordania e Iraq.
In tal modo la Libia sarà accerchiata a oriente e occidente. I due governi rivali di Fayez al-Sarraj – sostenuto da Turchia e Qatar, nonché da 5 mila jihadisti arrivati dalla Siria attraverso la Tunisia – e del maresciallo Khalifa Haftar – sostenuto da Egitto ed Emirati – potranno perpetuare il reciproco massacro. La Germania, felice di ricoprire il ruolo internazionale di cui è stata privata dopo la seconda guerra mondiale, farà la mosca cocchiera dissertando sulla pace per sovrastare i gemiti degli agonizzanti. La Siria sarà accerchiata da ogni parte. Israele è già di fatto membro dell’Alleanza Atlantica e bombarda chi e quanto vuole. La Giordania è già il “migliore partner mondiale” della NATO. Il 14 gennaio Re Abdallah II si è intrattenuto a lungo a Bruxelles con il segretario della NATO Jens Stoltenberg e ha partecipato a una seduta del Consiglio Atlantico. Israele e Giordania hanno già un ufficio permanente nella sede dell’Alleanza. Anche l’Iraq beneficerà di istruttori NATO, benché il parlamento abbia votato il ritiro delle truppe straniere. La Turchia è già membro dell’Alleanza e controlla il Nord del Libano grazie alla Jamaa Islamiya. Insieme, potranno fare applicare la legge statunitense “Caesar”, che vieta a qualsivoglia impresa, di qualunque provenienza, di partecipare alla ricostruzione del Paese.
Così il saccheggio del Medio Oriente Allargato, iniziato nel 2001, andrà avanti. Le popolazioni martiri della regione, il cui solo torto è essersi divise, continueranno a soffrire e morire in massa. Gli Stati Uniti terranno a casa al calduccio i loro soldati, preservando la propria innocenza; gli europei invece dovranno assumersi la responsabilità dei crimini dei generali USA.
Secondo il presidente Trump l’Alleanza potrebbe cambiare denominazione e diventare la NATO-Medio Oriente (NATO-MO/NATO-ME). La sua funzione anti-Russia passerebbe in secondo piano, a profitto della strategia di distruzione della zona non-globalizzata.
Resta da vedere come Russia e Cina reagiranno a questa redistribuzione delle carte. La Cina ha bisogno per il proprio sviluppo dell’accesso alle materie prime del Medio Oriente. Dovrebbe quindi opporsi al dominio occidentale, benché abbia una preparazione militare ancora incompleta. La Russia e il suo immenso territorio sono autosufficienti. Mosca non ha motivazioni materiali per battersi. I russi potrebbero essere addirittura alleggeriti dal nuovo orientamento della NATO. È però probabile che, per ragioni morali, non abbandoneranno la Siria e forse sosterranno altri popoli del Medio Oriente Allargato.
(www.voltairenet.org, 18 febbraio 2020, traduzione di Rachele Marmetti)

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Minima Cardiniana 270/1

Domenica 22 febbraio 2020, San Policarpo
VII Domenica del Tempo Ordinario

EDITORIALE
Tempi eccezionali, come vediamo: si parla di restrizioni nella mobilità, nella vita pubblica, nei servizi… addirittura dell’intervento delle forze armate. Nelle sue ultime sedute, il nostro governo ha smesso di dar l’impressione di essere un tavolo di contrattazione tra gente che pensa solo a come accaparrarsi voti futuri per legittimare la lottizzazione di future poltrone e ha recuperato il linguaggio dei governi-che-governano. Se questo è il prezzo, ebbene sì, viva le emergenze.
E con l’epidemia alle porte, sia o no un vero pericolo (questo lo vedremo), il linguaggio dell’emergenza è doveroso e necessario. È saggio usare la massima prudenza e ricorrere al massimo della disciplina preventiva possibile, nell’interesse di ciascuno di noi stessi e di noi tutti: su ciò, nessun dubbio. Ma attento a te, popolo dei
blogs e dei facebooks: è altrettanto saggio abbandonarsi al pànico, diffondere indiscriminatamente tutti i cries de la rue che càpitano sottomano, come troppi stanno già facendo? Tutto ciò, fra l’altro (potenza dei simboli), si verifica nella settimana del passaggio tra il Carnevale e la Quaresima. Il coronavirus rischia di guastare le feste, da Venezia a Viareggio. Quanto ai credenti, chi può il 26 prossimo faccia un salto in chiesa: sarà il Mercoledì delle Ceneri. Un po’ di meditazione e di umiltà fa bene a tutti.

DI NUOVO L’ANTICA COMPAGNA…
A peste, fame et bello – libera nos domine…
è un verso di un’antica sequenza liturgica, in realtà una litania popolare con cui il buon popolo cristiano pregava il Signore di tener lontani da lui una serie di flagelli, dalle tempeste alle invasioni delle locuste alle incursioni saracene: ma le minacce più orribili erano sempre loro, i “quattro cavalieri dell’Apocalisse”. La guerra, la fame, la peste e infine la morte, esito fatale delle altre tre. In effetti, come ha insegnato anche la storiografia moderna da Michel Mollat a Jean Delumeau, fra esse si stabiliva una tragica concatenazione. Era spesso il passaggio degli eserciti a recare ai popoli dei territori da loro attraversati qualche tragica malattia contagiosa; inoltre i saccheggi e le rapine alle guerre connessi comportavano la fame, e sugli organismi da essa indeboliti s’insediava il morbo. Ma non era nemmeno necessaria la guerra: nella lunga età preindustriale del mondo le carestie erano ricorrenti: e su corpi malnutriti e igienicamente trascurati i germi o i virus prosperavano.
E allora, i millenni passano e, ciclicamente, eccoci di nuovo qua.
Siccome ognuno di noi ha diritto alle sue manìe professionali, lasciate a me che faccio o cerco di fare il professore di storia il diritto di ricordare l’Antica Compagna per eccellenza della nostra civiltà: dai tempi di Pericle, di Giustiniano, del Boccaccio.
Nel 1346 la peste, proveniente dall’Asia centrale – pare dall’area del lago Balkhash –, aveva colpito Tabriz e Astrakan; da quest’ultimo centro, risalendo il Volga e raggiungendo quindi il Don per ridiscendere verso il Mar Nero, arrivò ad invadere la penisola di Crimea. Nel 1347 i mongoli del khanato dell’Orda d’Oro all’attacco della città di Caffa, oggi Feodosija, importante emporio commerciale genovese, gettarono corpi di appestati oltre le mura, inventando senza saperlo la guerra batteriologica. In questo caso, non c’era bisogno che la città fosse invasa dai ratti: bastava che i morti usati come bomba batteriologica fossero abbastanza recenti: difatti la pulce in grado d’inoculare il bacillo non abbandona i cadaveri prima che la loro temperatura corporea sia scesa al di sotto dei 28 gradi. Alla fine di quello stesso anno 1347, la peste aveva raggiunto Messina e poi Marsiglia e Genova, mentre stava infuriando già nell’Isola di Cipro, ad Alessandria e al Cairo; un anno dopo, stava devastando le città interne del mondo mediterraneo e aveva già invaso i porti atlantici francesi, inglesi, danesi. Tutta l’Europa fu praticamente interessata al contagio: dalla penisola iberica all’Inghilterra e dalla penisola scandinava alla Moscovia (per quanto riguarda tutta l’area europea orientale resta il dubbio relativo alle linee seguite dal contagio, se attraverso i grandi fiumi russi oppure risalendo dal Mediterraneo). Fu comunque dal Mar Nero o dai porti del Mediterraneo settentrionale che la peste arrivò al delta del Nilo da dove risalì il fiume verso sud, mentre si estese anche in Siria e in Palestina. Si calcola che le regioni interessate dal contagio persero circa dalla metà ai due terzi dei loro abitanti. Fra 1351 e 1354 venne infine colpita la Cina: anche in quel caso resta dubbio se l’epidemia sia stata trasmessa direttamente dall’Asia centrale o sia arrivata fin là dal Mar Nero oppure dalla Siria lungo la Via della Seta. La peste in Cina fu comunque violentissima, probabilmente soprattutto data la densità demografica di quel paese.
Non tutta l’Europa venne comunque devastata dal morbo. Aree anche ampie ne restarono immuni: l’Alvernia in Francia, l’Italia settentrionale, la Fiandra, la Franconia, l’Europa centrale. Si è osservato che esse coincidevano con regioni mancanti del “sostrato murino”, nelle quali cioè non era diffuso il cosiddetto “topo nero”, il Rattus rattus, o topo di città, che ama i granai e i solai, le zone tiepide e secche, ma accetta volentieri di venir ospitato anche a bordo delle navi ed è considerato l’ospite per eccellenza della pulce portatrice del bacillo pestoso, la Xenopsylla cheopis, ma non sempre e non chiaramente distinguibile dal Rattus norvegicus Berkenhout, il “topo grigio”, o topo di campagna che a partire dal XVIII secolo sembra averlo soppiantato e ch’è portatore di un altro tipo di pulce, il Ceratophyllus fasciatus. Non mancano tuttavia altre spiegazioni: si è proposto che l’immunità di quelle aree sia dipesa dal fatto che in esse abbondavano gli esseri umani portatori di sangue di tipo B e di fattore Rh negativo, molto diffuso specialmente in Ungheria, mentre il sangue di tipo 0 sarebbe quello più vulnerabile da parte del bacillo della peste; le ipotesi relative all’isolamento geografico o alla minore densità demografica sono ancor meno convincenti.
Parlare di una speciale epidemia, la cosiddetta “Morte Nera” che infuriò in tutto il macrocontinente asiatico tra 1346 e 1352 richiamerà senza dubbio in molti anzitutto la memoria di un grande capolavoro della letteratura italiana: il Decameron di Giovanni Boccaccio. Quel flagello, placandosi nel biennio ’51-’52, lasciò dietro di sé una terribile scia di conseguenze immediate e remote e continuò a circolare nella medesima area, in forma endemica, riproponendosi con drammatici ritorni periodici del picco epidemico almeno fino alla pandemia del 1630, quella descritta appunto dal Manzoni. Ma in aree ristrette sopravvisse anche a tale data, ripresentandosi crudelmente in Italia tra 1656 e 1657 e in Inghilterra un decennio più tardi. È stato calcolato che tra la pandemia avviatasi nel 1346 e la peste del 1656-57 il morbo si ripresentò, nella sola Italia, per ben 27 volte successive. Per il Mediterraneo della seconda metà del Cinquecento, Fernand Braudel ha potuto parlare della peste come di una “struttura del secolo”.
A partire dall’ultimo quarto del Seicento, tuttavia, il contagio cominciò a perder anche la residua forza. Si ripresentò a Bari nel 1690-92, sferrò un ultimo duro assalto epidemico a Marsiglia nel 1720 (se ci passate, non mancate una visita al magnifico lazzaretto), ricomparve a Messina nel 1743, poi in forma blanda di nuovo a Marsiglia nel 1720 e nel 1786, quindi a Noja e a Venezia nel 1815-16; casi isolati si verificarono a Parigi nel 1920, nell’ambiente degli straccivendoli o, come diciamo noialtri a Prato (Malaparte insegna) dei cenciaioli; alcuni episodi furono riscontrati ancora in Italia meridionale nel 1945; attualmente essa è ancora endemica in Asia centrale.
La parola, “peste”, è paurosa e terribile: ma il suo impiego nella storia è stato generico, a indicare un’ampia gamma di flagelli a carattere epidemico. I nostri padri definivano con termini come l’ebraico deber, il greco loimòs e il latino pestis affezioni contagiose di tipo diverso come le epidemie di tifo esantematico e il vaiolo: con le quali il pur temibile bacillo della Pasteurella pestis, scoperto da Alexandre Émile Jean Yersin durante l’epidemia di Hong-Kong nel 1894 e chiamato per questo anche Yersinia, non ha nulla a che vedere.
Nella storia generale dell’umanità, si è usi ricordare come “pesti” alcuni grandi flagelli d’origine in realtà eterogenea: dalle “pestilenze” ricordate dalla Bibbia a proposito delle “piaghe d’Egitto” o dell’epidemia che decimò l’esercito dei filistei dopo che essi si furono impadroniti dell’Arca dell’Alleanza fino alla grande “peste” di Atene del 429 a.C., descritta da Tucidide, e ancora alla “peste” di Roma del 66 d.C. di cui ci ha parlato Tacito, a quella scoppiata nel II secolo d.C. dinanzi alla quale fuggì anche il grande medico Galeno, sino alla “peste di Giustiniano” sulla quale c’informa Procopio da Cesarea relativamente all’anno 542, quand’essa giunse a Costantinopoli, a quella del 1347-50 da cui parte appunto il Decameron del Boccaccio fino a quella del 1630,della quale com’è noto diffusamente tratta il Manzoni nel saggio storico su La colonna infame, oltre che – naturalmente – ne I promessi sposi. Nei casi descritti da Tucidide e da Galeno si tende oggi a ritenere che si trattasse piuttosto di epidemie di vaiolo.
Noi diciamo dunque “peste”, “pestilenza”: ma sono termini vaghi, imprecisi. Tra la peste polmonare, quella setticemica e quella ghiandolare, la “bubbonica”, caratterizzata dai linfonodi ingrossati e dolenti, c’è per esempio una bella differenza. Si tratta di affezioni del tutto diverse; il che non vuol dire che non possano presentarsi assieme, come difatti accadde nell’epidemia del 1347-50: la peste bubbonica viene inoculata attraverso il morso della pulce che è portatrice del relativo bacillo, quella polmonare si trasmette da uomo a uomo.
Insomma, si fa presto a dire peste…
Le malattie contagiose sono antichissime compagne dell’uomo. Ma, se rapida è stata l’intuizione del loro travolgente e tempestoso diffondersi, tardiva viceversa è stata l’elaborazione d’ipotesi sulle loro cause e sulla presenza di agenti patogeni del loro diffondersi. Comune era la sensazione che fosse “l’aria” a trasmetterle e che particolari condizioni di temperatura atmosferica (il “freddo”, il “caldo”) le favorissero.
Il fatto è che, in effetti, come il clima è dominato da una “sinusoide” che grosso modo ogni 500 anni consente il passaggio da una fase di calore più alto possibile (un optimum, come con un certo eufemismo ottimistico si ama dire) a una di massimo raffreddamento (un pessimum), così le grandi epidemie sembrano seguire analoga alternanza. È stato notato ad esempio che quelle in età storica qualificata come “pestilenze” (che non sempre sono però vera e propria “peste”, bubbonico o polmonare che sia) si presentano di solito sì nei mesi estivi, ma durante i periodi di generale peggioramento climatico: cioè ogni millennio circa, a ciascun ritorno del livello del pessimum.
La nostra tradizione c’induce ancora a pensare alla peste quando si tratti di una terribile malattia epidemica e della forza irresistibile del contagio. Ma, come si diceva, il pur temibile bacillo della Pasteurella pestis non ha nulla a che vedere con infinite altre affezioni non meno funeste che si sono abbattute sull’umanità in tempi moderni: o che soltanto allora sono state riconosciute come tali: il colera, il tifo, il vaiolo, la cosiddetta “spagnola”. L’assuefazione o meno poteva essere determinante: ci si “vaccinava” ammalandosi e guarendo, mentre chi non aveva passato tale trafila non ce la faceva. Nell’America latina del Cinquecento una malattia contagiosa tanto poco mortale come il morbillo, che appunto colpiva i bambini e di solito passava (morbillus: “piccolo morbo”), era tollerata con tranquillità dagli spagnoli – che ne erano appunto “portatori sani” –, ma faceva strage tra gli indios. E non parliamo delle coperte infettate dal vaiolo che il governo statunitense faceva distribuire, insieme con generose partite di pessimo whisky, alle tribù dei native Americans che facevano l’errore di fidarsi di lui (come dice in una sua canzone Fabrizio de André ricordando quei vecchi genocidi che sono stati perdonati anzi dimenticati d’ufficio, e dei quali è maleducato parlare, “e al Dio degli inglesi non credere mai”: dove inglese sta, ovviamente, per yankees).
Le capacità di nuocere di queste affezioni, o quella degli esseri umani di resistere o meno ai loro effetti, sono commisurate a differenti fattori: primi fra i quali le difese fisiologiche interne alle strutture fisiche di ciascun individuo, che possono essere valorizzate o compromesse da molteplici fattori esterni: l’età, la salute, le generali condizioni di vita e d’igiene, i livelli di maggiore o minore densità demografica nei quali ciascuno di noi vive; e ovviamente anche i fattori socioeconomici, nel senso che in linea di massima un ricco può alimentarsi meglio e scegliere di vivere in ambienti più salubri mentre un povero dispone ovviamente di minori risorse. Si dice che la morte è uguale per tutti, ed è certo vero che si tratta di un destino comune: ma, così come si vive, càpita anche di morire peggio o meglio.
Quel che comunque colpisce quando una società è colpita da una malattia epidemica, in qualunque società e in qualunque tempo, è il suo caratteristico iter. Il contagio si manifesta sulla prima in maniera incerta e sporadica, e si tende a sottovalutarlo o a negarlo. Poi, mano a mano che si diffonde, si genera nelle aree limitrofe ai luoghi dove si presenta un’ansia sempre maggiore, che può giungere a livelli d’isteria collettiva. In questi casi succede di tutto: gli ammalati vengono fuggiti e lasciati senza cure oppure fatti segno di violenze in quanto ritenuti responsabili della loro affezione; si passa poi facilmente a teorie più o meno complottistiche (gli “untori”, le streghe o i malfattori assoldati da potenze nemiche i quali “ungono le porte” o “avvelenano i pozzi” eccetera): e nascono molte leggende, le quali magari poi si folklorizzano. L’esperienza – empirica prima, scientifica poi (in Europa dal XVIII secolo) – insegna a difendersi: e allora alla farmacopea tradizionale fatta di solito di unguenti e polveri “odorose” atte a “purificare l’aria” succedono i fàrmaci efficaci. Teoria scientifica, ricerca clinica ed esperienza, alleati, finiscono col battere il contagio: anche se con inevitabili danni.
E i risultati? Sulle prime il contagio ha effetti deleteri sia civili sia socioeconomici; poi s’impara a sfruttarlo, spesso anche disonestamente (i sani rapinano gli ammalati, i superstiti s’impadroniscono delle ricchezze e delle eredità dei defunti); infine, magari nelle “medie” o “corte” durate, affiorano anche i lati positivi di tipo strutturale: dalle epidemie si esce immunizzati e irrobustiti, i vuoti lasciati nelle società dai decessi procurano nuovi lavori e abbassano i costi di certi beni specie immobili procurando ricchezza, la terra lasciata riposare a causa della rarefazione degli agricoltori torna a produrre in modo ferace. Insomma, come al solito, non sempre e non tutto il male viene per nuocere. La ricetta, in fondo, è sempre la stessa: se si è sani, cercar di evitare le occasioni di probabile contagio; se si è ammalati, far di tutto per guarire. Come al solito, il pericolo maggiore e il danno peggiore è la perdita di lucidità mentale, di razionalità, di coraggio, di speranza. Tutto passa. Vedrete che passerà anche il coronavirus, pur ammesso che davvero sia la peste del XXI secolo. Ricordate la SARS? Pareva la fine del mondo, ma si rivelò poco più che un’influenza.
Chi vuol saperne di più, ricorra al lungo saggio di Bernardino Fantini edito in “L’Idomeneo”, n. 17 (2014), pp. 9-42.

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