Minima Cardiniana 259/2

Domenica 8 dicembre 2019, II Domenica di Avvento
Festa dell’Immacolata Concezione di Maria

ANCORA LA NATO

In politica, esistono delle priorità. Quella dell’Italia e dell’Europa è sbarazzarsi della NATO. Il paese legale, ben saldo nel controllo di quasi tutti i media, non si pone neppure il problema (nella pratica, è vietato parlarne). Il paese reale è caratterizzato da un’opinione pubblica di qualità politica, etica e culturale tanto scadente da non accorgersene. Non ci resta, vox clamantis in deserto, che seguire l’esempio di Catone: di qualunque cosa si parli, facciamola precedere dal “mantra” Delenda NATO.

In fiduciosa attesa del quasi impossibile [spiegherò la ragione dell’avverbio qui infra, verso al fine di questa rubrica.], cioè che qualcosa si muova, ecco due nuovi contributi del solito Manlio Dinucci: invitiamo ancora chi sa e può farlo a smentirlo, e meglio ancora a querelarlo.

MANLIO DINUCCI

LA NATO NELLO SPAZIO. COSTI ALLE STELLE

Si svolge a Londra, il 4 dicembre, il Consiglio Nord Atlantico dei capi di stato e di governo che celebra il 70° anniversario della NATO, definita dal segretario generale Jens Stoltenberg “l’alleanza di maggiore successo nella storia”.

Un “successo” innegabile. Da quando ha demolito con la guerra la Federazione Jugoslava nel 1999, la NATO si è allargata da 16 a 29 paesi (30 se ora ingloba la Macedonia), espandendosi ad Est a ridosso della Russia. “Per la prima volta nella nostra storia”, sottolinea Stoltenberg, “abbiamo truppe pronte al combattimento nell’Est della nostra Alleanza”. Ma l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico è andata oltre, estendendo le sue operazioni belliche fin sulle montagne afghane e attraverso i deserti africani e mediorientali.

Ora la Grande Alleanza mira più in alto. Al Summit di Londra – preannuncia Stoltenberg – i leaders dei 29 paesi membri “riconosceranno lo spazio quale nostro quinto campo operativo”, che si aggiunge a quelli terrestre, marittimo, aereo e ciberspaziale. “Lo spazio è essenziale per il successo delle nostre operazioni”, sottolinea il segretario generale lasciando intendere che la NATO svilupperà un programma militare spaziale. Non fornisce ovviamente dettagli, informando però che la NATO ha firmato un primo contratto da 1 miliardo di dollari per modernizzare i suoi 14 aerei Awacs. Essi non sono semplici aerei-radar ma centri di comando volanti, prodotti dalla statunitense Boeing, per la gestione della battaglia attraverso i sistemi spaziali.

Certamente quasi nessuno dei leaders europei (per l’Italia il premier Conte), che il 4 dicembre “riconosceranno lo spazio quale nostro quinto campo operativo”, conosce il programma militare spaziale della NATO, preparato dal Pentagono e da ristretti vertici militari europei insieme alle maggiori industrie aerospaziali. Tantomeno lo conoscono i parlamenti che, come quello italiano, accettano a scatola chiusa qualsiasi decisione della NATO sotto comando Usa, senza preoccuparsi delle sue implicazioni politico-militari ed economiche.

La NATO viene lanciata nello spazio sulla scia del nuovo Comando spaziale creato dal Pentagono lo scorso agosto con lo scopo, dichiarato dal presidente Trump, di “assicurare che il dominio americano nello spazio non sia mai minacciato”. Trump ha quindi annunciato la successiva costituzione della Forza Spaziale degli Stati uniti, con il compito di “difendere i vitali interessi americani nello spazio, il prossimo campo di combattimento della guerra”. Russia e Cina accusano gli USA di aprire così la via alla militarizzazione dello spazio, avvertendo di avere la capacità di rispondere. Tutto ciò accresce il pericolo di guerra nucleare.

Anche se non si conosce ancora il programma militare spaziale della NATO, una cosa è certa: esso sarà estremamente costoso. Al Summit Trump premerà sugli alleati europei perché portino la loro spesa militare al 2% o più del PIL. Finora lo hanno fatto 8 paesi: Bulgaria (che l’ha portata al 3,25%, poco al di sotto del 3,42% degli Usa), Grecia, Gran Bretagna, Estonia, Romania, Lituania, Lettonia e Polonia. Gli altri, pur rimanendo al di sotto del 2%, sono impegnati ad aumentarla.

Trainata dall’enorme spesa Usa – 730 miliardi di dollari nel 2019, oltre 10 volte quella russa – la spesa militare annua della NATO, secondo i dati ufficiali, supera i 1.000 miliardi di dollari. In realtà è più alta di quella indicata dalla Nato, poiché non comprende varie voci di carattere militare: ad esempio quella delle armi nucleari USA, iscritta nel bilancio non del Pentagono ma del Dipartimento dell’Energia.

La spesa militare italiana, salita dal 13° all’11° posto mondiale, ammonta in termini reali a circa 25 miliardi di euro annui in aumento. Lo scorso giugno il governo Conte I vi ha aggiunto 7,2 miliardi di euro, forniti anche dal Ministero per lo sviluppo economico per l’acquisto di sistemi d’arma. In ottobre, nell’incontro col Segretario generale della NATO, il governo Conte II si è impegnato ad aumentarla stabilmente di circa 7 miliardi di euro annui a partire dal 2020 (“La Stampa”, 11 ottobre 2019).

Al Summit di Londra saranno richiesti all’Italia altri miliardi in denaro pubblico per finanziare le operazioni militari della NATO nello spazio, mentre non si trovano i soldi per mantenere in sicurezza e ricostruire i viadotti che crollano.

(“Il Manifesto”, 3 dicembre 2019).

MANLIO DINUCCI

SUMMIT NATO, SI RAFFORZA IL PARTITO DELLA GUERRA

Macron ha parlato di “morte cerebrale” della NATO, altri la definiscono “moribonda”. Siamo dunque di fronte a una Alleanza che, senza più una testa pensante, si sta sgretolando per effetto delle fratture interne? I litigi al Summit di Londra sembrano confermare tale scenario. Occorre però guardare alla sostanza, ai reali interessi su cui si fondano i rapporti tra gli alleati.

Mentre a Londra Trump e Macron polemizzano sotto gli occhi delle telecamere, in Niger senza tanta pubblicità lo US Army Africa (Esercito Usa per l’Africa) trasporta con i suoi aerei cargo migliaia di soldati francesi e i loro armamenti in diversi avamposti in Africa Occidentale e Centrale per l’Operazione Barkhane, in cui Parigi impegna 4.500 militari, soprattutto delle forze speciali, con il sostegno di forze speciali Usa anche in azioni di combattimento. Contemporaneamente i droni armati Reaper, forniti dagli Usa alla Francia, operano dalla Base aerea 101 a Niamey (Niger). Dalla stessa base decollano i Reaper della US Air Force Africa (Forza aerea Usa per l’Africa), che vengono ora ridislocati nella nuova base 201 di Agadez nel nord del paese, continuando a operare di concerto con quelli francesi.

Il caso è emblematico. Stati uniti, Francia e altre potenze europee, i cui gruppi multinazionali rivaleggiano per accaparrarsi mercati e materie prime, si compattano quando sono in gioco i loro interessi comuni. Ad esempio quelli che hanno nel Sahel ricchissimo di materie prime: petrolio, oro, coltan, diamanti, uranio. Ora però i loro interessi in questa regione, dove gli indici di povertà sono tra i più alti, vengono messi in pericolo dalle sollevazioni popolari e dalla presenza economica cinese. Da qui la Barkhane che, presentata come operazione anti-terrorismo, impegna gli alleati in una guerra di lunga durata con droni e forze speciali

Il più forte collante che tiene unita la Nato è costituito dai comuni interessi del complesso militare industriale sulle due sponde dell’Atlantico. Esso esce rafforzato dal Summit di Londra. La Dichiarazione finale fornisce la principale motivazione per un ulteriore aumento della spesa militare: “Le azioni aggressive della Russia costituiscono una minaccia per la sicurezza Euro-Atlantica”. Gli Alleati si impegnano non solo a portare la loro spesa militare almeno al 2% del Pil, ma a destinare almeno il 20% di questa all’acquisto di armamenti. Obiettivo già raggiunto da 16 paesi su 29, tra cui l’Italia. Gli Usa investono a tale scopo oltre 200 miliardi di dollari nel 2019. I risultati si vedono. Il giorno stesso in cui si apriva il Summit Nato, la General Dynamics firmava con la US Navy un contratto da 22,2 miliardi di dollari, estendibili a 24, per la fornitura di 9 sottomarini della classe Virginia per operazioni speciali e missioni di attacco con missili Tomahawk anche a testata nucleare (40 per sottomarino).

Accusando la Russia (senza alcuna prova) di aver schierato missili nucleari a raggio intermedio e aver così affossato il Trattato Inf, il Summit decide “l’ulteriore rafforzamento della nostra capacità di difenderci con un appropriato mix di capacità nucleari, convenzionali e anti-missilistiche, che continueremo ad adattare: finché esisteranno armi nucleari, la Nato resterà una alleanza nucleare”. In tale quadro si inserisce il riconoscimento dello spazio quale quinto campo operativo, in altre parole si annuncia un costosissimo programma militare spaziale della Alleanza. È una cambiale in bianco data all’unanimità dagli Alleati al complesso militare industriale.

Per la prima volta, con la Dichiarazione del Summit, la NATO parla della “sfida” proveniente dalla crescente influenza e dalla politica internazionale della Cina, sottolineando “la necessità di affrontarla insieme come Alleanza”. Il messaggio è chiaro: la Nato è più che mai necessaria a un Occidente la cui supremazia viene oggi messa in discussione da Cina e Russia. Risultato immediato: il Governo giapponese ha annunciato di aver comprato per 146 milioni di dollari l’isola disabitata di Mageshima, a 30 km dalle sue coste, per adibirla a sito di addestramento dei cacciabombardieri Usa schierati contro la Cina.

(“Il Manifesto”, 6 dicembre 2019)

A questo punto, dal momento che tra i frequentatori di questo sito vi sono anche uomini e donne di cultura, politici, militari, funzionari pubblici, docenti ecc., mi rivolgo formalmente a tutti loro ponendo un quesito urgente. I casi sono tre:

  1. O il Dinucci è un bugiardo e un provocatore, e allora va denunziato e posto in condizione di non nuocere ulteriormente alla pubblica opinione insieme con il quotidiano che regolarmente ospita i suoi contributi inquinanti;
  2. O il povero Dinucci è un monomaniaco e un mentitore sistematico, e allora nel suo stesso interesse deve essere obbligato a curarsi, mentre il quotidiano che ne ospita gli scritti va diffidato dall’insistere nella sua imperdonabile leggerezza.
  3. O il Dinucci riferisce dati precisi o comunque si dimostra plausibilmente informato, e allora è la NATO che va denunziata all’ONU e al Tribunale dell’Aja come organizzazione terroristica e criminale, mentre è opportuno che gli stati europei finora suoi complici desistano dal collaborare con essa sperperando il pubblico danaro e ponendosi nella poco onorevole condizione di collaborazionisti (cioè di complici).

D’altra parte, come osservavo supra, il quasi è adesso obbligatorio: perché, come diceva il buon vecchio Manzoni, là c’è la Provvidenza. E, dal momento che siamo in vena di citazioni, arricchiamole con una parafrasi ispirata a Erich M. Remarque: e diciamo che, forse, c’è All’ovest, qualcosa di nuovo. Ma per spiegare quello che c’è, bisogna partire da relativamente lontano, e anzi dall’est, dalle profondità dell’Asia Centrale. Là, nella città di Astana nell’Asia centrale, oggi ribattezzata Nur-Sultan e capitale del Kazakhstan, fino dal dicembre del 2016 si riuniscono sia pure non regolarmente i presidenti o comunque i capi di stato di Russia, Turchia e Iran. Un “triangolo magico” geopolitico della massima importanza: è norma appunto geopolitica fondamentale che ordinariamente chi governa a Mosca (o a San Pietroburgo) sia alleato e/o buon vicino di chi governa a Teheran o a Isfahan, e avversario se non nemico di chi governa a Istanbul o a Ankara: cioè, in pratica, Russia e Iran sono per ragioni di territorio, di vie di comunicazione ecc., ordinariamente alleate fra loro e schiarate contro un nemico comune, colui che contende loro l’egemonia nell’area tra Mar Nero, Caucaso e Caspio. Il punto, tuttavia, è che – come abbiamo visto soprattutto nella crisi aperta dall’aggressione francoinglese alla Siria del 2011 dalla fondazione dell’ISIS o Daesh, vale a dire dello “stato islamico” del “califfo” al-Baghdadi –, mentre la Turchia ha aggravato la situazione vicino-orientale con il suo intervento teso fra l’altro a risolvere a suo favore alcune questioni connesse con l’universo curdo, Russia e Iran hanno collaborato fra loro a impedire che la situazione siriana si deteriorasse del tutto e che il presidente Bashar Assad seguisse il destino che le potenze occidentali avevano concordato di assegnargli. A quel punto la Turchia di Erdoğan, in difficoltà nell’area siriana e sentendosi inoltre isolata dopo il tentato, o mancato, o autocostruito colpo di stato ai danni del suo presidente (alibi a sua volta per un gigantesco giro di vite autoritario), ha messo in campo una mossa molto abile per evitare l’isolamento al quale la stavano obbligando i suoi ex-amici europei – congelando la sua ammissione nell’UE, alla quale peraltro il presidente turco aveva ed ha perduto interesse – e perfino i suoi partners della NATO. L’Occidente ha perduto la pedina russa sulla scacchiera del gioco internazionale diplomatico: se ne sono avvantaggiati Iran, e dietro di esso la Russia, e indirettamente la Cina. Quanto ai colloqui di Astana/Nur-Sultan, essi sono molto proficuamente continuati: nel maggio del 2018, a San Pietroburgo, il presidente russo insieme con quello francese hanno appoggiato un avvìo d’intesa fra le tre potenze partecipanti al “gruppo di Astana” (Russia stessa compresa) da una parte e gli stati arabi in qualche modo nemici di Assad, in modo da gestire l’avvìo di un periodo di rinnovata pace nel Vicino Oriente partendo appunto dalla Siria. Ciò ha consentito al presidente francese Emmanuel Macron, nell’agosto successivo, di farsi protagonista di un progetto teso a proporre un nuovo modello di sicurezza europea attraverso la regolamentazione dei “conflitti congelati” (nell’Alto Karabach, nell’Ossezia meridionale, nell’Abkhazia, nella repubblica moldava di Transnistria). Si è trattato della riproposizione di soluzioni già avviate una decina di anni fa da Dmitri Medvdev, ma cadute nel nulla.

Questa ripresa da parte della Francia di una serie di suggestioni russe non ha, in effetti, niente di straordinario: è qualcosa di molto importante, ma di ordinario in quanto programmatico. Resta solo da capire che tutto ciò dipende dal fatto che il presidente francese Macron ha invertito di 180 gradi la rotta imposta dal suo predecessore Hollande in fatto di rapporti con il Cremlino: e, a cominciare dalla visita del presidente Putin al castello di Versailles il 29 maggio del 2017, ha avviato un vero e proprio disgelo diplomatico rispetto alla Russia. Il 13° incontro di Astana/Nur-Sultan, nell’agosto di quest’anno, ha posto più concretamente le basi di una pacificazione vicino-orientale affrontando il problema dei prigionieri, dei deportati, dei profughi.

Tali i precedenti di una battuta-choc di Emmanuel Macron, che ha ripreso peraltro la polemica già aperta da Trump a proposito dei ritardi e delle varie forme d’inefficienza a suo avviso riscontrabili nel funzionamento della NATO e sempre per colpa dei partners europei: alla vigilia del summit del 3-4 dicembre deputato fra l’altro, nelle intenzioni, a celebrare i “fasti” dell’alleanza atlantica, il presidente francese ha parlato di “morte celebrale” dell’organizzazione: e ciò esattamente nel momento in cui i nostri governanti italiani si sbracciavano nell’assicurare che i nostri impegni anche più gravosi e meno vantaggiosi nei confronti di essa (per esempio gli F 35) sarebbero stati onorati, assicurandosi da parte di Trump l’elogio che si deve ai bravi ascari (con tutto il rispetto peraltro dovuto agli ascari, meravigliosi e valorosi combattenti). Leggetevi per credere, nel numero di dicembre de “Le Monde diplomatique”, la lunga e puntuale analisi di Jean de Cliniasty, Un tournant dans la diplomatie française? (p. 8) e, su “Le Monde” del 5 dicembre stesso, p. 29, l’impietoso articolo di Sylvie Kauffman, OTAN: la tempête parfaite (nonché, a p. 3, il ritratto senza sconti del segretario generale della NATO, il norvegese Jens Stoltenberg). Insomma, qualcosa si muove.

Pubblicato in MC

Minima Cardiniana 259/1

Domenica 8 dicembre 2019, II Domenica di Avvento
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A CHE PUNTO È LA NOTTE

A PROPOSITO DELL’EGUAGLIANZA (E DELL’OCCIDENTE)

È difficile esprimere compiutamente il debito che il mondo degli studi ha contratto nei confronti di Aldo Schiavone, che sarebbe senza dubbio molto riduttivo definire uno storico del diritto o dell’età antica; di recente, molto discussi sono stati i suoi saggi dedicati a Ponzio Pilato e a Spartaco, mentre molti suoi scritti recenti e recentissimi riguardano l’Occidente e il futuro della società. Suo è anche il merito di aver fondato, all’inizio di questo secolo, il fiorentino Istituto di Scienze Umane (SUM/ISU), che dopo anni d’intensa attività in una sede prestigiosa come il piano più alto del fiorentino Palazzo Strozzi è confluito, come Istituto di Scienze Umane e Sociali, nella compagine della Scuola Normale Superiore di Pisa.

L’ultimo frutto dell’intenso lavoro intellettuale di Schiavone è un libro che sta facendo molto rumore, Eguaglianza (Torino, Einaudi, p. VIII-384, euri 20). E che in realtà ha l’aria, al tempo stesso, di un rigoroso esame di coscienza, di un duro J’accuse alla “civiltà occidentale” e dell’esame genetico, in termini tanto storici quanto antropogiuridici, di un’utopia. A meno che all’eguaglianza non sia applicabile la stessa definizione proposta da Luciano Canfora, in un altro celebre saggio, per la democrazia. Quella cioè di “ideologia”.

Se per alcuni grandi sistemi filosofici e sociopolitici dell’Occidente sette-novecentesco l’eguaglianza è potuta apparire una magari imprescindibilmente necessaria “mèta” sotto il profilo etico e un “naturale” punto d’arrivo per la società, forse più arduo appare oggi, anche alla luce delle maggiori conoscenze da noi conseguite nei confronti dei sistemi intellettuali diversi da quello che amiamo ancora definire “il nostro Occidente”, guardare ad essa come il “naturale” punto di partenza di una dinamica che ha poi variamente ma implacabilmente teso verso la diversificazione e la diversità. All’originale eguaglianza di tutti gli esseri umani guardarono le utopie medievali, partendo da quella che puntava però sul principio dell’anima immortale di ciascuno e sul presupposto di un’omogeneità che – nella Grecia della seconda metà del V secolo a.C., quando essa apparve – si presentava piuttosto come un’idea d’origine anassagorea connessa con l’aspetto fisico fisiologico; mentre fu Erodoto a formulare per primo l’idea dell’eguaglianza degli uomini dinanzi alla legge, l’“isonomia”, e fu tra l’era di Pericle e quella di Aristotele che si perfezionò il concetto di polis come di “comunità di uguali” dove tuttavia erano la “virtù” e la capacità di giovare alla società a far accedere alle cariche pubbliche, le quali di per sé costituivano pertanto un elemento di distinzione – fondate quindi su un principio fondamentalmente élitario –; mentre la libertà, con il corrispettivo pericleo dell’eguaglianza tra cittadini, riguardava solo gli uomini liberi in una società che d’altronde basava la propria vita e la propria economia sulla fondamentale differenza tra uomini e donne (sottolineata da Aristotele) e su un sistema schiavistico.

Il diritto romano, codificando il principio della libertà come patrimonio del civis Romanus e stabilendo in ciò la differenza fondamentale tra questi e il barbaro soggetto alla servitù, dovette peraltro fare i conti, almeno dall’età imperiale, con l’impiantarsi nella res publica di un diritto di “regalità sacra” d’origine alessandrina ad esso originariamente estraneo e spingersi ad affermare, con Ulpiano, che esisteva un conflitto tra il diritto civile, che ad esempio negava personalità agli schiavi, e quello “naturale” che ne postulava l’eguaglianza rispetto ai liberi secondo un principio difeso, ad esempio, dallo stoico Seneca. Il cristianesimo, con la sua idea di eguaglianza nata dal concetto di fraternità di tutti gli uomini dinanzi a Dio e al loro comune finale destino, giunse a consentire da definizione – con Tertulliano – di persona, in quanto oggetto di creazione divina e soggetto titolare di diritti e di doveri: una dimensione questa che si fondava – appunto nello scambio tra diritti e doveri, regolato dalla legge – sul complesso delle relazioni sociali scandite peraltro lungo i gradini d’una multiforme scala gerarchica (il sesso, l’età, l’appartenenza a sistemi differenziati d’ordine fisiologico, familiare, sociale, economico, culturale).

Secondo Schiavone, dopo la lunga elaborazione antica e medievale e alla luce della “discontinuità” maturata negli ultimi due secoli del medioevo ed emersa con il recupero del pensiero antico, con le scoperte geografiche, con le invenzioni e infine con “l’economia-mondo” egemonizzata dagli europei, è appunto l’idea di eguaglianza quella costitutiva dell’Occidente moderno: che ha elaborato un concetto nuovo – per quanto rivestito di un termine antico, addirittura già agostiniano –, quello di individuo, autentico motore dinamico del mondo moderno con i suoi correlativi strumenti e meccanismi di proprietà, di credito, di produzione, di sviluppo, destinati a passare da un’originaria empiricità a valori sempre più sistemici. D’altronde, se la democrazia moderna si è sviluppata sui due valori di “libertà” individuale e di “eguaglianza” morale, tendenzialmente avviata a divenire anche socioeconomica – tali, insieme con la “fratellanza”, le due componenti del trinomio rivoluzionario francese –, appare necessario (e Schiavone sembra glissare sull’argomento) riflettere su due dati. Primo: la complementarità forse, ma soprattutto l’obiettiva divergenza dei due valori di “libertà” e di “eguaglianza” e delle correnti di energia originate da ciascuno di essi; e, all’interno del primo di essi, la libertà, l’insorgere impetuoso della “volontà di potenza” individuale, che presto si trasferisce anche alle comunità e alle istituzioni (statuali e classistiche soprattutto). Secondo: il fatto che l’eguaglianza affermata concordemente, sia pure con accenti e moduli differenti, dai pensatori politici occidentali è stata sempre da loro concepita in pratica (a parte le formulazioni “universali” di principio) come dato di fatto e patrimonio esclusivo della società occidentale, che essa – nei suoi ceti dirigenti e nella sua politica – ha sempre stentato ad attribuire ad altre culture e che, quando lo si è fatto, ha costituito sempre un cammino percorso con reticenza ed esitazione. In altri termini, la libertà e l’eguaglianza “naturali” e “necessarie” per gli europei – i quali frattanto, almeno tra Sette e Novecento, hanno compiuto anche il “processo di secolarizzazione” che ha spogliato entrambi i valori di qualunque connotazione e giustificazione metastorica e metafisica – sono state variamente negate prima, concesse con limitazioni ed eccezioni poi, ai popoli degli altri continenti. La parabola del colonialismo insegni: e quel decrepito ventre – attenzione! – è ancora gravido; e il sonno della decolonizzazione-neocolonizzazione non ha ancora smesso di generare mostri. Lo stesso Karl Marx, esortando i lavoratori di tutto il mondo a unirsi, pensava certo agli operai e ai contadini europei: e già agli olivocultori toscani e ai pastori greci molto meno che non agli operai tedeschi o inglesi o francesi: ma poco o nulla ai cammellieri arabi, ai montanari afghani e ai pescatori indocinesi.

E non parliamo della libera America che, nella “Dichiarazione d’Indipendenza” dei suoi 13 stati, scandiva: “Noi riteniamo evidente che gli uomini siano stati cerati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili, tra cui i diritti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”. I “neri”, i native Americans, gli “iberici”, gli stessi immigrati dall’Europa negli States fra Otto e Novecento, impararono presto e bene quanto valessero quei princìpi tanto solennemente dichiarati.

Da qui, ormai, il dramma della più recente fase della globalizzazione: da qui la scoperta che l’Occidente, seminando concettualmente eguaglianza e socialmente diversità, ha raccolto l’eredità per esso stesso paradossale di un mondo mostruosamente contraddittorio, dove la spaventosa sperequazione socioeconomica tra un’infima minoranza di straricchi e moltitudini innumerevoli di poverissimi sta configurando una nuova, immensa rivoluzione epocale dal momento che ad essa si va associando la progressiva presa di coscienza di una diversità immensa, incolmabile, che i subalterni di tutto il mondo vivono in termini d’ingiustizia o, come ama dire papa Francesco nel suo italiano tinto di castigliano, di “ineguaglianza”: un termine che odora di “disparità”, ma ch’è meno affine al concetto di “disuguaglianza” che non a quello di “ingiustizia”, pensata nei termini latino-cristiani di “iniquità”. È con questi nuovi orizzonti che sono chiamati a confrontarsi coloro che credono nell’eguaglianza come fondamento di democrazia e come eredità civile affidata alla storia dall’Occidente. È tra loro, il mio vecchio amico Aldo?

Dal canto mio ritengo, e al riguardo mi appoggio soprattutto al magistero di papa Francesco, che ormai il tempo dell’Occidente – il quale nel Novecento è stato essenzialmente un’idea-forza à tête americaine – sia terminato, e che gli europei debbano cessare di riconoscersi acriticamente come “occidentali” e riscoprire le loro radici identitarie (radicate non già nell’astrattezza di un qualche atavismo genetico, bensì nella concretezza della storia) che, a dirla con Ferdinand Tönnies, debba fondarsi sulle comunità tradizionali della famiglia, del lavoro, del retaggio culturale che peraltro di continuo si rinnova, quindi sulle differenze che sono una ricchezza inalienabile, anziché sulle convenzioni contrattualistiche dalle quali sorgono le società con le loro astratte pretese egalitarie. Non è all’appiattimento egalitaristico che dobbiamo mirare, bensì alle vive differenze elaborate dalla natura, dall’ambiente, dalle tradizioni, dalla storia, e sostenute tuttavia da un vivo senso di equità anche sociopolitica e socioeconomica. In questi tempi segnati da un massimo di anomica e amorale licenza individualistica, da una disastrosa caduta dei princìpi di disciplina e di autodisciplina, dall’eclissarsi di quel “senso del limite” indispensabile nell’equilibrio di qualunque civiltà, da un dilagare generalizzato del desiderio dell’avere e dalla fine della preoccupazione per l’essere, da un crescere esponenziale della violenza e della paura, il piano inclinato sul quale ci troviamo a scivolare è – lo aveva già compreso due millenni e mezzo fa il vecchio Platone – quello verso l’abominio della tirannia: che sarà per giunta accolto (è già accaduto) come una liberazione. È questa caduta vertiginosa che dobbiamo evitare, se – e non è detto – siamo ancora in tempo. Altrimenti, prepariamoci a una risalita che sarà lenta e dolorosa.

Ma per giungere a costruire, com’è necessario se non vogliamo precipitare, un mondo libero sia dall’oligarchia di superstraricchi oggi imposta dal turbocapitalismo, sia dalle moltitudini di miserabili costretti a vivere non già al di sotto del livello di sopravvivenza bensì, ancor peggio, di quello del minimo di dignità al quale ogni essere umano ha diritto, è necessaria una guida. Non già quella della “Dichiarazione d’Indipendenza” degli Stati Uniti d’America, fondata sull’utopia della “ricerca della felicità”, bensì quella della Bibbia, del Vangelo e del Corano, fondata sulla Parola di Dio ch’è Giustizia e Pace.

Pubblicato in MC