Minima Cardiniana 260/1

Domenica 15 Dicembre 2019, III Domenica di Avvento
Domenica Gaudete

EDITORIALE
“IL RITORNO ALLA POLITICA”, LE INCHIESTE DI COSTUME E ALTRO.
SEGNALI DI RIPRESA NELLA SOCIETÀ CIVILE?

Sono parecchi gli analisti stimati come seri (e qualcuno sarà senza dubbio tale) i quali da un po’ di tempo stanno rimarcando nella nostra società civile alcuni segnali di ripresa: in Occidente e in Europa in generale, in Italia in particolare, nelle più giovani generazioni in modo particolarissimo. Anch’io ho avuto, lo confesso, qua e là sensazioni analoghe. Si può pensare quel che si vuole del “caso-Greta”, ed è legittimo porsi almeno il problema di chi possa in un modo o nell’altro dirigere e gestire la ragazza; ma il fatto che essa sia in qualche modo riuscita a interessare ai problemi dell’inquinamento e della crisi bioplanetaria masse di gente che non si erano finora scosse nonostante a dar l’allarme a proposito dei medesimi problemi fossero fior di scienziati è senza dubbio positivo. Le “sardine”. Le quali vogliono senza indugio e con grande passione qualcosa però non sanno che cosa, faranno entro poco tempo la stessa fine che a suo tempo hanno fatto saltellatori, girotondini e che stanno adesso facendo i grillini: e magari sono più o meno le stesse persone che, in un recente o meno recente passato, erano quelle cose. Ma la loro fragile e rumorosa vocazione è sempre meglio del nulla manifestato dai troppi che hanno interesse solo per gli smartphones “di ultima generazione”; o del finto radicalismo politico di chi si serve di simboli, gesti e slogans “maledetti” (saluti fascisti, svastiche, “boia-chi-molla” eccetera) solo perché convinto che in tal modo il Nulla del suo tifo calcistico riuscirà a scandalizzare e a indignare, conferendo loro in tal modo un oscuro fascino diabolico che altrimenti mai riuscirebbero a conseguire servendosi solo dei colori della squadra del cuore. Per dei poveri cristi sulla china sempre più scivolosa della proletarizzazione, far credere e fingere di credere di rappresentare “il Male assoluto” è un’ebbrezza senza pari, una dolceamara illusione. Un delirio di onnipotenza per chi sa di non contar nulla e di non essere nessuno.
Insomma, la crisi incipiente anzi ormai cominciata (socioeconomicopolitica, o “dei valori”, o di quant’altro volete) sta iniziando anche a dare suoi frutti in termini di reazione: ad esempio, si stanno risvegliando perfino preoccupazioni, da parte degli studenti e/o delle loro famiglie, sul fatto che la scuola e l’università funzionano sempre meno e sempre peggio; mentre è frequente che qualcuno s’interroghi sulla funzione civica e selettiva che durante la prima repubblica era assolta dai partiti politici, pur con tutti i loro difetti. Ad esempio, si rimpiange il buon tempo andato nel quale i parlamentari, dopo aver tanto sgobbato per farsi accettare in una lista e per raccogliere e preferenze necessarie a guadagnarsi lo scranno alla Camera o al Senato, dovessero poi lavorare per mantenerlo interessandosi addirittura ai problemi di chi li aveva eletti: mentre oggi basta tenersi buona la segreteria che ti ha affidato la “sinecura” oppure cambiar con disinvoltura schieramento magari facendosi pagare – come dice Di Maio – “un tanto al chilo”.
Ma non c’è segnale positivo che non presenti un risvolto di opposto segno, un suo dark side. Prendiamo il meritevole, addirittura esemplare caso de “L’Espresso”, il quale col suo numero dell’8 dicembre scorso avvìa con solennità – così come lo presenta il lucido editoriale di Marco Damilano, Il tempo delle sorprese – un’inchiesta a puntate “tra i nuovi partiti, quelli che hanno governato il Paese negli ultimi anni e quelli che si candidano a farlo nei prossimi”. Lo “strillo” sottostante il titolo, esemplare per chiarezza, recita: “Le divisioni tra PD e M5S, la debolezza di Conte, la tenuta della Lega. Nulla di quanto accaduto in questi mesi era imprevedibile in estate. Tranne il ritorno delle piazze che chiedono più politica”. Salvo che poi, le piazze, questa “più politica” – e Duo sa se ne avrebbero bisogno – non riescono a proporla e non sanno né immaginarla, né gestirla.
Quanto ai nuovi o seminuovi movimenti politici e a quelli che cercano di riciclarsi come tali, chi li sostiene e finanzia? Mettiamo magari tra parentesi il “Movimento 5 Stelle”, che sta avviandosi a qualcosa tra la frana e la caduta libera e dietro al quale, com’è abbastanza noto in linea generale, c’è “un conflitto d’interessi alla base di tutto, una società privata, la Casaleggio associati, che guida il Movimento, ne gestisce la piattaforma su cui gli iscritti prendono le decisioni più importanti, considerata intoccabile dagli eletti”. Chi scrive queste cose potrebb’essere sospetto di complottite acuta, ma lo dice con severa sicurezza e molti con lui sono pronti a giurarlo. Ci sono ancora altri partiti controllati dai loro rispettivi “Signori Sconosciuti” o semitali? Eccome. Ecco qua, enumera l’editorialista. “I salotti romani di Matteo Salvini” (ma i “salotti di sinistra” satireggiati dal pur comunista Ettore Scola nel film La terrazza, del 1980, ve li siete dimenticati? Non sarà che il potere cosiddetto “democratico” funziona sempre e comunque così, per salotti e per terrazze più che per severe aule parlamentari?). E prosegue l’enumerazione di Damilano: “La casa di Matteo Renzi e la fondazione Open” (Renzi si è già risentito ed ha attaccato il settimanale accusandolo di mischiare accuse politiche e violazioni della privacy: in effetti, di prestiti compiacenti come di affitti a prezzo simbolico avevamo già sentito parlare altre volte, per altri soggetti politici…). E finalmente, ecco qua: “Le lobby che finanziano il gruppo parlamentare europeo dei Conservatori e Riformisti (ECR) di cui fanno parte Giorgia Meloni” (senta Damilano, ma in questo paese che abusa di uno pseudoinglese fatto di election day e di location, non sarebbe meglio immettere una pillola di correttezza, cominciando dai plurali? È proprio così arduo sostituire lo sciatto lobby al plurale con un più corretto lobbies?).
Ma parliamo un istante proprio di lei, di donna Giorgia: la Meloni, passata in qualche anno da ragazzina un tantino borgatara che in fondo faceva tenerezza (e che a me è sempre stata simpatica) a quasi femme fatale – miracoli dei “consiglieri estetico-mediatici” – e adesso, appunto sulla copertina dell’ultimo numero de “L’Espresso”, addirittura a dark lady se non a Regina Cattiva di Biancaneve o a Regina di Cuori di Alice nel Paese delle Meraviglie. Giorgia, Belle Dame sans Merci. Del resto, già Salvini pare l’avesse ribattezzata come “Malefica”, con buona pace di Angelina Jolie. Di questo passo, io le segnalerei un nuovo e più cupamente splendido traguardo: prenda a modello l’Astrifiammante del mozartiano Flauto Magico, la “Regina della Notte”: quella sì, davvero Mater Terribilis. E con più stile (con ciò non voglio affatto insinuare che un Sarastro credibile sarebbe l’Europa di Strasburgo-Bruxelles, o la sinistra in genere, o i migranti, o meglio: chi guadagna sui loro viaggi della speranza).
D’altronde, lasciatemi spezzare cavallerescamente una lancia nei confronti di quella che attualmente sembra l’unica donna in carriera politica che abbia dei numeri per ambire al ruolo di statista. Prendiamo la situazione internazionale: alla NATO e all’atlantismo sembrano ormai proni quasi tutti, da quel che resta di “Forza Italia” al PD (e, se si continua di questo passo, vedremo in che modo sapranno portar avanti un atlantismo-occidentalismo senza USA); i conati russofili e vagamente eurasiatisti di una parte della Lega sono alquanto timidi e contraddittori; “Italia Viva” sarebbe tentata dall’americanismo, ma a quello di modello kennediano o clintoniano (Obama al massimo), mentre recalcitra – e non la si può certo biasimare per questo – dinanzi al modello Chiomarancio Trump. Dal canto suo lo sfasciacarrozze e guastafeste Donald (gli americani lo dicono in modo più pittoresco: Party Pooper; se non lo capite, fatevelo tradurre), tra i molti colpi di testa dei quali è tessuta la sua antimetodologia politica, sta coccolandone uno che potrebb’essere dirompente: la rottura della solidarietà occidentale, lo “strappo” iperamericanista nei confronti dei vecchi alleati della NATO che rischiano di restare senza padre-padrone (chi dei due poi guadagnerebbe o perderebbe di più da tale mossa, è ancora da vedersi), mentre magari lui già sogna di veleggiare verso nuovi i probabili e scandalosi amici, dalla Russia di Putin alla Cina dei vantaggiosi accordi commerciali fino, e perfino, al Nord Corea e all’odiato e stramaledetto Iran. In questo contesto, un appoggio sistematico a tutti i sovranismi possibili sarebbe coerente e tatticamente pagante: a cominciare da quello avviato da Boris Johnson e dall’ipersovranismo della sua Brexit, che se vuol avere qualche probabilità di farcela non potrà se non appoggiarsi pesantemente a Washington.
Ora, in materia di prospettive funamboliche, mi dispiace per i fini cultori di politica estera quali Gentiloni, ma è proprio la Meloni che potrebbe hit the target. Eccola al fianco di Bannon: eccola, prima fra tutti, a dar l’impressione di aver lucidamente compreso che il sovranismo di un piccolo e debole paese non paga e non sta in piedi, a meno che esso non riesca a proporsi come il primogenito e il capobanda degli aspiranti ascari della Superpotenza che non sarà più tale, ma che ha ancora delle frecce al suo arco, ha Israele al suo fianco – il che le offre un vantaggio eticopolitico incommensurabile – e può ambire a giocare il ruolo del ferro di lancia di Washington in un’Europa indebolita e in una NATO semiscreditata. Forse ci aveva magari già pensato Terzi di Santagata, ma i tempi non erano ancora maturi. Certo, Giorgia dovrà spiegare ai suoi ragazzacci che non è più il caso, in futuro, di andar tutti gli anni a rendere omaggio ai caduti della Barbarigo sul litorale laziale – i marines repubblichini che seppero dar del filo da torcere ai loro colleghi d’Oltreoceano –, ma che bisognerà contendere al vecchio Berlusca il primato, ogni 25 aprile, di elevare il suo solito annualepeana ai “bravi ragazzi che si sono sacrificati per aiutarci nella nostra guerra di liberazione”. Se Parigi val bene una messa, Palazzo Chigi (o comunque un seggio al governo) val bene una cerimonia con tanto di bandiere, ci fossero pur in mezzo anche quelle dell’ANPI. Lasciamola a Luciano Violante, l’apologia dei giovani che si batterono valorosamente per l’onore e il sacrificio dei quali va comunque rispettato… queste anticaglie in politica non pagano. Fratelli d’Italia, in God we trust. Del resto, già nel 2003 l’allora Alleanza Nazionale era stata in prima fila nel sostenere il “nostro” intervento in Iraq: e chissenefrega se, più tardi, Tony Blair ha dovuto spiegare che tutto quell’imbroglio era stato studiato a tavolino tra lui e quell’altro bugiardo di George W. Bush jr. Consentitemi dunque l’Amarcord di un vecchietto che già nel ’65 uscì dalla Direzione Nazionale Giovanile del MSI e abbandonò il partito stesso in quanto aveva capito perfettamente che dietro il cianciar di socializzazione e di “nuova Europa” c’erano soltanto il criptoamericanmismo-criptoatlantismo sistematico e il mercato dei voti parlamentari in appoggio alla DC. F.d’I. è il nipotino forse un po’ incialtronito ma non poi granché degenere del MSI di Michelini (e anch’esso ovviamente sogna, mutatis mutandis, una “grande destra” che però adesso, con Forza Italia e la Lega, appare più lontana).
Va da sé che di questa conversione americanista e conservatrice-avventuristica (Trump non è un conservatore-tipo) io personalmente non condivido nemmeno una briciola: anzi, m’indigna un po’ la confusione (strumentale ai livelli più alti, frutto d’ignoranza a quelli più bassi) tra la difesa della “civiltà cristiana” e i conati neocrociatistici e neosegregazionisti contro musulmani e migranti, nonché tra il concetto cristiano-cattolico di famiglia e di morale di cui F.d’I. si fa portatore e il familismo bigotto di marca puritano-“settaria” che sostiene i peggiori progetti conservative, comprese liberalizzazione del traffico e del possesso di armi e aggressioni neoimperialiste in tre continenti sostenute dall’Israele di Netanyahu e dall’Arabia Saudita.
Ma da qui alla denunzia de “L’Espresso” ce ne corre. Perché, come del resto Damilano lealmente ed esplicitamente riconosce, il caso del partito della Belle Dame sans Merci “va distinto dagli altri: è tutto lecito e registrato”, anche se “prendere sul serio la crescita di Giorgia Meloni significa anche raccontare le relazioni internazionali, le lobby (e daje…) che hanno (legittimamente) messo gli occhi addosso a un partito ancora disponibile e che scommettono su di lei. Nessun appoggio è gratuito, soprattutto in politica”.
Appunto. Anzi, rincariamo la dose. Al giorno d’oggi, le lobbies non si limitano affatto ad “appoggiare”: magari fosse così. Ciò accadeva al tempo nel quale in qualche modo vigeva, sia pure molto imperfettamente, il principio del “primato della politica”. In tempi di primato dell’economia, della finanza, del profitto e della tecnologia, le lobbies non “appoggiano”: dispongono, indirizzano, scelgono, comandano, sono loro il “governo profondo” internazionale. E sono le prime responsabili dell’assoluto squilibrio nel quale sta affondando l’intera popolazione mondiale divisa tra i pochissimi superricchi, i relativamente pochi che hanno deciso di comportarsi come loro benissimo o ben o benino retribuiti e le immense moltitudini dei poveri in via d’impoverimento ulteriore. È questo “governo profondo” il primo se non l’unico vero nemico del genere umano, l’unico Male assoluto. Ed è, attenzione, un potere a sua volta cieco: difatti, la nostra sola fortuna è che per il momento è ancora profondamente diviso al suo interno e dilaniato in se stesso.
Ebbene: si denunzino pure, come fa “L’Espresso” nella “Prima Pagina” di Federico Marconi e Giovanni Tizian (I soldi di Giorgia), i finanziatori e quindi i padroni della Belle Dame sans Merci. Li hanno elencati un po’ in pittoresco disordine e non senza qualche contraddizione, ma per cominciare va bene anche così: “L’ultradestra USA. I palazzinari romani. E i lobbisti di multinazionali in Europa: da Exxon a Huawei”.
Ohimè, cari amici del settimanale delle persone colte e intelligenti, ciò è senza dubbio utile e necessario e meritorio: ma purtroppo non è sufficiente. Errori e inesattezze a parte, ora che avete cominciato a dirci di donna Giorgia quel che pare essa non abbia mai nascosto, e che avete aggiunto sul medesimo numero del vostro giornale anche parecchi – direbbe Dante – “invidiosi veri” altresì su Renzi e su Di Maio, come si dice a Roma e mo’ l’avete fatta in pizzo ar cornicione. Avete egregiamente fatto trenta: dovete far trentuno. Avanti col coro. Proseguite l’inchiesta. Guardate bene anche dentro a Forza Italia e magari, soprattutto, al PD. Date bene un’occhiata alle Banche, a cominciare dalla Banca Centrale Europea. Mettete il naso senza paura che ve lo taglino (anche se il rischio c’è) nei corridoi del Parlamento Europeo a Bruxelles e a Strasburgo e sorvegliate l’attività praticamente libera e aperta dei lobbisti che sistematicamente piegano troppi eurodeputati agli interessi delle multinazionali alla faccia del clima, dell’inquinamento, della sicurezza dei popoli e degli individui, della libertà e della verità. Ne vedrete e ne avrete da raccontare davvero delle belle. Vi aspettiamo con ansia, leggeremo con gratitudine le vostre inchieste e prenderemo buona nota delle vostre denunzie. Se non vi ammazzano prima.
Franco Cardini

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Minima Cardiniana 259/2

Domenica 8 dicembre 2019, II Domenica di Avvento
Festa dell’Immacolata Concezione di Maria

ANCORA LA NATO

In politica, esistono delle priorità. Quella dell’Italia e dell’Europa è sbarazzarsi della NATO. Il paese legale, ben saldo nel controllo di quasi tutti i media, non si pone neppure il problema (nella pratica, è vietato parlarne). Il paese reale è caratterizzato da un’opinione pubblica di qualità politica, etica e culturale tanto scadente da non accorgersene. Non ci resta, vox clamantis in deserto, che seguire l’esempio di Catone: di qualunque cosa si parli, facciamola precedere dal “mantra” Delenda NATO.

In fiduciosa attesa del quasi impossibile [spiegherò la ragione dell’avverbio qui infra, verso al fine di questa rubrica.], cioè che qualcosa si muova, ecco due nuovi contributi del solito Manlio Dinucci: invitiamo ancora chi sa e può farlo a smentirlo, e meglio ancora a querelarlo.

MANLIO DINUCCI

LA NATO NELLO SPAZIO. COSTI ALLE STELLE

Si svolge a Londra, il 4 dicembre, il Consiglio Nord Atlantico dei capi di stato e di governo che celebra il 70° anniversario della NATO, definita dal segretario generale Jens Stoltenberg “l’alleanza di maggiore successo nella storia”.

Un “successo” innegabile. Da quando ha demolito con la guerra la Federazione Jugoslava nel 1999, la NATO si è allargata da 16 a 29 paesi (30 se ora ingloba la Macedonia), espandendosi ad Est a ridosso della Russia. “Per la prima volta nella nostra storia”, sottolinea Stoltenberg, “abbiamo truppe pronte al combattimento nell’Est della nostra Alleanza”. Ma l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico è andata oltre, estendendo le sue operazioni belliche fin sulle montagne afghane e attraverso i deserti africani e mediorientali.

Ora la Grande Alleanza mira più in alto. Al Summit di Londra – preannuncia Stoltenberg – i leaders dei 29 paesi membri “riconosceranno lo spazio quale nostro quinto campo operativo”, che si aggiunge a quelli terrestre, marittimo, aereo e ciberspaziale. “Lo spazio è essenziale per il successo delle nostre operazioni”, sottolinea il segretario generale lasciando intendere che la NATO svilupperà un programma militare spaziale. Non fornisce ovviamente dettagli, informando però che la NATO ha firmato un primo contratto da 1 miliardo di dollari per modernizzare i suoi 14 aerei Awacs. Essi non sono semplici aerei-radar ma centri di comando volanti, prodotti dalla statunitense Boeing, per la gestione della battaglia attraverso i sistemi spaziali.

Certamente quasi nessuno dei leaders europei (per l’Italia il premier Conte), che il 4 dicembre “riconosceranno lo spazio quale nostro quinto campo operativo”, conosce il programma militare spaziale della NATO, preparato dal Pentagono e da ristretti vertici militari europei insieme alle maggiori industrie aerospaziali. Tantomeno lo conoscono i parlamenti che, come quello italiano, accettano a scatola chiusa qualsiasi decisione della NATO sotto comando Usa, senza preoccuparsi delle sue implicazioni politico-militari ed economiche.

La NATO viene lanciata nello spazio sulla scia del nuovo Comando spaziale creato dal Pentagono lo scorso agosto con lo scopo, dichiarato dal presidente Trump, di “assicurare che il dominio americano nello spazio non sia mai minacciato”. Trump ha quindi annunciato la successiva costituzione della Forza Spaziale degli Stati uniti, con il compito di “difendere i vitali interessi americani nello spazio, il prossimo campo di combattimento della guerra”. Russia e Cina accusano gli USA di aprire così la via alla militarizzazione dello spazio, avvertendo di avere la capacità di rispondere. Tutto ciò accresce il pericolo di guerra nucleare.

Anche se non si conosce ancora il programma militare spaziale della NATO, una cosa è certa: esso sarà estremamente costoso. Al Summit Trump premerà sugli alleati europei perché portino la loro spesa militare al 2% o più del PIL. Finora lo hanno fatto 8 paesi: Bulgaria (che l’ha portata al 3,25%, poco al di sotto del 3,42% degli Usa), Grecia, Gran Bretagna, Estonia, Romania, Lituania, Lettonia e Polonia. Gli altri, pur rimanendo al di sotto del 2%, sono impegnati ad aumentarla.

Trainata dall’enorme spesa Usa – 730 miliardi di dollari nel 2019, oltre 10 volte quella russa – la spesa militare annua della NATO, secondo i dati ufficiali, supera i 1.000 miliardi di dollari. In realtà è più alta di quella indicata dalla Nato, poiché non comprende varie voci di carattere militare: ad esempio quella delle armi nucleari USA, iscritta nel bilancio non del Pentagono ma del Dipartimento dell’Energia.

La spesa militare italiana, salita dal 13° all’11° posto mondiale, ammonta in termini reali a circa 25 miliardi di euro annui in aumento. Lo scorso giugno il governo Conte I vi ha aggiunto 7,2 miliardi di euro, forniti anche dal Ministero per lo sviluppo economico per l’acquisto di sistemi d’arma. In ottobre, nell’incontro col Segretario generale della NATO, il governo Conte II si è impegnato ad aumentarla stabilmente di circa 7 miliardi di euro annui a partire dal 2020 (“La Stampa”, 11 ottobre 2019).

Al Summit di Londra saranno richiesti all’Italia altri miliardi in denaro pubblico per finanziare le operazioni militari della NATO nello spazio, mentre non si trovano i soldi per mantenere in sicurezza e ricostruire i viadotti che crollano.

(“Il Manifesto”, 3 dicembre 2019).

MANLIO DINUCCI

SUMMIT NATO, SI RAFFORZA IL PARTITO DELLA GUERRA

Macron ha parlato di “morte cerebrale” della NATO, altri la definiscono “moribonda”. Siamo dunque di fronte a una Alleanza che, senza più una testa pensante, si sta sgretolando per effetto delle fratture interne? I litigi al Summit di Londra sembrano confermare tale scenario. Occorre però guardare alla sostanza, ai reali interessi su cui si fondano i rapporti tra gli alleati.

Mentre a Londra Trump e Macron polemizzano sotto gli occhi delle telecamere, in Niger senza tanta pubblicità lo US Army Africa (Esercito Usa per l’Africa) trasporta con i suoi aerei cargo migliaia di soldati francesi e i loro armamenti in diversi avamposti in Africa Occidentale e Centrale per l’Operazione Barkhane, in cui Parigi impegna 4.500 militari, soprattutto delle forze speciali, con il sostegno di forze speciali Usa anche in azioni di combattimento. Contemporaneamente i droni armati Reaper, forniti dagli Usa alla Francia, operano dalla Base aerea 101 a Niamey (Niger). Dalla stessa base decollano i Reaper della US Air Force Africa (Forza aerea Usa per l’Africa), che vengono ora ridislocati nella nuova base 201 di Agadez nel nord del paese, continuando a operare di concerto con quelli francesi.

Il caso è emblematico. Stati uniti, Francia e altre potenze europee, i cui gruppi multinazionali rivaleggiano per accaparrarsi mercati e materie prime, si compattano quando sono in gioco i loro interessi comuni. Ad esempio quelli che hanno nel Sahel ricchissimo di materie prime: petrolio, oro, coltan, diamanti, uranio. Ora però i loro interessi in questa regione, dove gli indici di povertà sono tra i più alti, vengono messi in pericolo dalle sollevazioni popolari e dalla presenza economica cinese. Da qui la Barkhane che, presentata come operazione anti-terrorismo, impegna gli alleati in una guerra di lunga durata con droni e forze speciali

Il più forte collante che tiene unita la Nato è costituito dai comuni interessi del complesso militare industriale sulle due sponde dell’Atlantico. Esso esce rafforzato dal Summit di Londra. La Dichiarazione finale fornisce la principale motivazione per un ulteriore aumento della spesa militare: “Le azioni aggressive della Russia costituiscono una minaccia per la sicurezza Euro-Atlantica”. Gli Alleati si impegnano non solo a portare la loro spesa militare almeno al 2% del Pil, ma a destinare almeno il 20% di questa all’acquisto di armamenti. Obiettivo già raggiunto da 16 paesi su 29, tra cui l’Italia. Gli Usa investono a tale scopo oltre 200 miliardi di dollari nel 2019. I risultati si vedono. Il giorno stesso in cui si apriva il Summit Nato, la General Dynamics firmava con la US Navy un contratto da 22,2 miliardi di dollari, estendibili a 24, per la fornitura di 9 sottomarini della classe Virginia per operazioni speciali e missioni di attacco con missili Tomahawk anche a testata nucleare (40 per sottomarino).

Accusando la Russia (senza alcuna prova) di aver schierato missili nucleari a raggio intermedio e aver così affossato il Trattato Inf, il Summit decide “l’ulteriore rafforzamento della nostra capacità di difenderci con un appropriato mix di capacità nucleari, convenzionali e anti-missilistiche, che continueremo ad adattare: finché esisteranno armi nucleari, la Nato resterà una alleanza nucleare”. In tale quadro si inserisce il riconoscimento dello spazio quale quinto campo operativo, in altre parole si annuncia un costosissimo programma militare spaziale della Alleanza. È una cambiale in bianco data all’unanimità dagli Alleati al complesso militare industriale.

Per la prima volta, con la Dichiarazione del Summit, la NATO parla della “sfida” proveniente dalla crescente influenza e dalla politica internazionale della Cina, sottolineando “la necessità di affrontarla insieme come Alleanza”. Il messaggio è chiaro: la Nato è più che mai necessaria a un Occidente la cui supremazia viene oggi messa in discussione da Cina e Russia. Risultato immediato: il Governo giapponese ha annunciato di aver comprato per 146 milioni di dollari l’isola disabitata di Mageshima, a 30 km dalle sue coste, per adibirla a sito di addestramento dei cacciabombardieri Usa schierati contro la Cina.

(“Il Manifesto”, 6 dicembre 2019)

A questo punto, dal momento che tra i frequentatori di questo sito vi sono anche uomini e donne di cultura, politici, militari, funzionari pubblici, docenti ecc., mi rivolgo formalmente a tutti loro ponendo un quesito urgente. I casi sono tre:

  1. O il Dinucci è un bugiardo e un provocatore, e allora va denunziato e posto in condizione di non nuocere ulteriormente alla pubblica opinione insieme con il quotidiano che regolarmente ospita i suoi contributi inquinanti;
  2. O il povero Dinucci è un monomaniaco e un mentitore sistematico, e allora nel suo stesso interesse deve essere obbligato a curarsi, mentre il quotidiano che ne ospita gli scritti va diffidato dall’insistere nella sua imperdonabile leggerezza.
  3. O il Dinucci riferisce dati precisi o comunque si dimostra plausibilmente informato, e allora è la NATO che va denunziata all’ONU e al Tribunale dell’Aja come organizzazione terroristica e criminale, mentre è opportuno che gli stati europei finora suoi complici desistano dal collaborare con essa sperperando il pubblico danaro e ponendosi nella poco onorevole condizione di collaborazionisti (cioè di complici).

D’altra parte, come osservavo supra, il quasi è adesso obbligatorio: perché, come diceva il buon vecchio Manzoni, là c’è la Provvidenza. E, dal momento che siamo in vena di citazioni, arricchiamole con una parafrasi ispirata a Erich M. Remarque: e diciamo che, forse, c’è All’ovest, qualcosa di nuovo. Ma per spiegare quello che c’è, bisogna partire da relativamente lontano, e anzi dall’est, dalle profondità dell’Asia Centrale. Là, nella città di Astana nell’Asia centrale, oggi ribattezzata Nur-Sultan e capitale del Kazakhstan, fino dal dicembre del 2016 si riuniscono sia pure non regolarmente i presidenti o comunque i capi di stato di Russia, Turchia e Iran. Un “triangolo magico” geopolitico della massima importanza: è norma appunto geopolitica fondamentale che ordinariamente chi governa a Mosca (o a San Pietroburgo) sia alleato e/o buon vicino di chi governa a Teheran o a Isfahan, e avversario se non nemico di chi governa a Istanbul o a Ankara: cioè, in pratica, Russia e Iran sono per ragioni di territorio, di vie di comunicazione ecc., ordinariamente alleate fra loro e schiarate contro un nemico comune, colui che contende loro l’egemonia nell’area tra Mar Nero, Caucaso e Caspio. Il punto, tuttavia, è che – come abbiamo visto soprattutto nella crisi aperta dall’aggressione francoinglese alla Siria del 2011 dalla fondazione dell’ISIS o Daesh, vale a dire dello “stato islamico” del “califfo” al-Baghdadi –, mentre la Turchia ha aggravato la situazione vicino-orientale con il suo intervento teso fra l’altro a risolvere a suo favore alcune questioni connesse con l’universo curdo, Russia e Iran hanno collaborato fra loro a impedire che la situazione siriana si deteriorasse del tutto e che il presidente Bashar Assad seguisse il destino che le potenze occidentali avevano concordato di assegnargli. A quel punto la Turchia di Erdoğan, in difficoltà nell’area siriana e sentendosi inoltre isolata dopo il tentato, o mancato, o autocostruito colpo di stato ai danni del suo presidente (alibi a sua volta per un gigantesco giro di vite autoritario), ha messo in campo una mossa molto abile per evitare l’isolamento al quale la stavano obbligando i suoi ex-amici europei – congelando la sua ammissione nell’UE, alla quale peraltro il presidente turco aveva ed ha perduto interesse – e perfino i suoi partners della NATO. L’Occidente ha perduto la pedina russa sulla scacchiera del gioco internazionale diplomatico: se ne sono avvantaggiati Iran, e dietro di esso la Russia, e indirettamente la Cina. Quanto ai colloqui di Astana/Nur-Sultan, essi sono molto proficuamente continuati: nel maggio del 2018, a San Pietroburgo, il presidente russo insieme con quello francese hanno appoggiato un avvìo d’intesa fra le tre potenze partecipanti al “gruppo di Astana” (Russia stessa compresa) da una parte e gli stati arabi in qualche modo nemici di Assad, in modo da gestire l’avvìo di un periodo di rinnovata pace nel Vicino Oriente partendo appunto dalla Siria. Ciò ha consentito al presidente francese Emmanuel Macron, nell’agosto successivo, di farsi protagonista di un progetto teso a proporre un nuovo modello di sicurezza europea attraverso la regolamentazione dei “conflitti congelati” (nell’Alto Karabach, nell’Ossezia meridionale, nell’Abkhazia, nella repubblica moldava di Transnistria). Si è trattato della riproposizione di soluzioni già avviate una decina di anni fa da Dmitri Medvdev, ma cadute nel nulla.

Questa ripresa da parte della Francia di una serie di suggestioni russe non ha, in effetti, niente di straordinario: è qualcosa di molto importante, ma di ordinario in quanto programmatico. Resta solo da capire che tutto ciò dipende dal fatto che il presidente francese Macron ha invertito di 180 gradi la rotta imposta dal suo predecessore Hollande in fatto di rapporti con il Cremlino: e, a cominciare dalla visita del presidente Putin al castello di Versailles il 29 maggio del 2017, ha avviato un vero e proprio disgelo diplomatico rispetto alla Russia. Il 13° incontro di Astana/Nur-Sultan, nell’agosto di quest’anno, ha posto più concretamente le basi di una pacificazione vicino-orientale affrontando il problema dei prigionieri, dei deportati, dei profughi.

Tali i precedenti di una battuta-choc di Emmanuel Macron, che ha ripreso peraltro la polemica già aperta da Trump a proposito dei ritardi e delle varie forme d’inefficienza a suo avviso riscontrabili nel funzionamento della NATO e sempre per colpa dei partners europei: alla vigilia del summit del 3-4 dicembre deputato fra l’altro, nelle intenzioni, a celebrare i “fasti” dell’alleanza atlantica, il presidente francese ha parlato di “morte celebrale” dell’organizzazione: e ciò esattamente nel momento in cui i nostri governanti italiani si sbracciavano nell’assicurare che i nostri impegni anche più gravosi e meno vantaggiosi nei confronti di essa (per esempio gli F 35) sarebbero stati onorati, assicurandosi da parte di Trump l’elogio che si deve ai bravi ascari (con tutto il rispetto peraltro dovuto agli ascari, meravigliosi e valorosi combattenti). Leggetevi per credere, nel numero di dicembre de “Le Monde diplomatique”, la lunga e puntuale analisi di Jean de Cliniasty, Un tournant dans la diplomatie française? (p. 8) e, su “Le Monde” del 5 dicembre stesso, p. 29, l’impietoso articolo di Sylvie Kauffman, OTAN: la tempête parfaite (nonché, a p. 3, il ritratto senza sconti del segretario generale della NATO, il norvegese Jens Stoltenberg). Insomma, qualcosa si muove.

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Minima Cardiniana 259/1

Domenica 8 dicembre 2019, II Domenica di Avvento
Festa dell’Immacolata Concezione di Maria

A CHE PUNTO È LA NOTTE

A PROPOSITO DELL’EGUAGLIANZA (E DELL’OCCIDENTE)

È difficile esprimere compiutamente il debito che il mondo degli studi ha contratto nei confronti di Aldo Schiavone, che sarebbe senza dubbio molto riduttivo definire uno storico del diritto o dell’età antica; di recente, molto discussi sono stati i suoi saggi dedicati a Ponzio Pilato e a Spartaco, mentre molti suoi scritti recenti e recentissimi riguardano l’Occidente e il futuro della società. Suo è anche il merito di aver fondato, all’inizio di questo secolo, il fiorentino Istituto di Scienze Umane (SUM/ISU), che dopo anni d’intensa attività in una sede prestigiosa come il piano più alto del fiorentino Palazzo Strozzi è confluito, come Istituto di Scienze Umane e Sociali, nella compagine della Scuola Normale Superiore di Pisa.

L’ultimo frutto dell’intenso lavoro intellettuale di Schiavone è un libro che sta facendo molto rumore, Eguaglianza (Torino, Einaudi, p. VIII-384, euri 20). E che in realtà ha l’aria, al tempo stesso, di un rigoroso esame di coscienza, di un duro J’accuse alla “civiltà occidentale” e dell’esame genetico, in termini tanto storici quanto antropogiuridici, di un’utopia. A meno che all’eguaglianza non sia applicabile la stessa definizione proposta da Luciano Canfora, in un altro celebre saggio, per la democrazia. Quella cioè di “ideologia”.

Se per alcuni grandi sistemi filosofici e sociopolitici dell’Occidente sette-novecentesco l’eguaglianza è potuta apparire una magari imprescindibilmente necessaria “mèta” sotto il profilo etico e un “naturale” punto d’arrivo per la società, forse più arduo appare oggi, anche alla luce delle maggiori conoscenze da noi conseguite nei confronti dei sistemi intellettuali diversi da quello che amiamo ancora definire “il nostro Occidente”, guardare ad essa come il “naturale” punto di partenza di una dinamica che ha poi variamente ma implacabilmente teso verso la diversificazione e la diversità. All’originale eguaglianza di tutti gli esseri umani guardarono le utopie medievali, partendo da quella che puntava però sul principio dell’anima immortale di ciascuno e sul presupposto di un’omogeneità che – nella Grecia della seconda metà del V secolo a.C., quando essa apparve – si presentava piuttosto come un’idea d’origine anassagorea connessa con l’aspetto fisico fisiologico; mentre fu Erodoto a formulare per primo l’idea dell’eguaglianza degli uomini dinanzi alla legge, l’“isonomia”, e fu tra l’era di Pericle e quella di Aristotele che si perfezionò il concetto di polis come di “comunità di uguali” dove tuttavia erano la “virtù” e la capacità di giovare alla società a far accedere alle cariche pubbliche, le quali di per sé costituivano pertanto un elemento di distinzione – fondate quindi su un principio fondamentalmente élitario –; mentre la libertà, con il corrispettivo pericleo dell’eguaglianza tra cittadini, riguardava solo gli uomini liberi in una società che d’altronde basava la propria vita e la propria economia sulla fondamentale differenza tra uomini e donne (sottolineata da Aristotele) e su un sistema schiavistico.

Il diritto romano, codificando il principio della libertà come patrimonio del civis Romanus e stabilendo in ciò la differenza fondamentale tra questi e il barbaro soggetto alla servitù, dovette peraltro fare i conti, almeno dall’età imperiale, con l’impiantarsi nella res publica di un diritto di “regalità sacra” d’origine alessandrina ad esso originariamente estraneo e spingersi ad affermare, con Ulpiano, che esisteva un conflitto tra il diritto civile, che ad esempio negava personalità agli schiavi, e quello “naturale” che ne postulava l’eguaglianza rispetto ai liberi secondo un principio difeso, ad esempio, dallo stoico Seneca. Il cristianesimo, con la sua idea di eguaglianza nata dal concetto di fraternità di tutti gli uomini dinanzi a Dio e al loro comune finale destino, giunse a consentire da definizione – con Tertulliano – di persona, in quanto oggetto di creazione divina e soggetto titolare di diritti e di doveri: una dimensione questa che si fondava – appunto nello scambio tra diritti e doveri, regolato dalla legge – sul complesso delle relazioni sociali scandite peraltro lungo i gradini d’una multiforme scala gerarchica (il sesso, l’età, l’appartenenza a sistemi differenziati d’ordine fisiologico, familiare, sociale, economico, culturale).

Secondo Schiavone, dopo la lunga elaborazione antica e medievale e alla luce della “discontinuità” maturata negli ultimi due secoli del medioevo ed emersa con il recupero del pensiero antico, con le scoperte geografiche, con le invenzioni e infine con “l’economia-mondo” egemonizzata dagli europei, è appunto l’idea di eguaglianza quella costitutiva dell’Occidente moderno: che ha elaborato un concetto nuovo – per quanto rivestito di un termine antico, addirittura già agostiniano –, quello di individuo, autentico motore dinamico del mondo moderno con i suoi correlativi strumenti e meccanismi di proprietà, di credito, di produzione, di sviluppo, destinati a passare da un’originaria empiricità a valori sempre più sistemici. D’altronde, se la democrazia moderna si è sviluppata sui due valori di “libertà” individuale e di “eguaglianza” morale, tendenzialmente avviata a divenire anche socioeconomica – tali, insieme con la “fratellanza”, le due componenti del trinomio rivoluzionario francese –, appare necessario (e Schiavone sembra glissare sull’argomento) riflettere su due dati. Primo: la complementarità forse, ma soprattutto l’obiettiva divergenza dei due valori di “libertà” e di “eguaglianza” e delle correnti di energia originate da ciascuno di essi; e, all’interno del primo di essi, la libertà, l’insorgere impetuoso della “volontà di potenza” individuale, che presto si trasferisce anche alle comunità e alle istituzioni (statuali e classistiche soprattutto). Secondo: il fatto che l’eguaglianza affermata concordemente, sia pure con accenti e moduli differenti, dai pensatori politici occidentali è stata sempre da loro concepita in pratica (a parte le formulazioni “universali” di principio) come dato di fatto e patrimonio esclusivo della società occidentale, che essa – nei suoi ceti dirigenti e nella sua politica – ha sempre stentato ad attribuire ad altre culture e che, quando lo si è fatto, ha costituito sempre un cammino percorso con reticenza ed esitazione. In altri termini, la libertà e l’eguaglianza “naturali” e “necessarie” per gli europei – i quali frattanto, almeno tra Sette e Novecento, hanno compiuto anche il “processo di secolarizzazione” che ha spogliato entrambi i valori di qualunque connotazione e giustificazione metastorica e metafisica – sono state variamente negate prima, concesse con limitazioni ed eccezioni poi, ai popoli degli altri continenti. La parabola del colonialismo insegni: e quel decrepito ventre – attenzione! – è ancora gravido; e il sonno della decolonizzazione-neocolonizzazione non ha ancora smesso di generare mostri. Lo stesso Karl Marx, esortando i lavoratori di tutto il mondo a unirsi, pensava certo agli operai e ai contadini europei: e già agli olivocultori toscani e ai pastori greci molto meno che non agli operai tedeschi o inglesi o francesi: ma poco o nulla ai cammellieri arabi, ai montanari afghani e ai pescatori indocinesi.

E non parliamo della libera America che, nella “Dichiarazione d’Indipendenza” dei suoi 13 stati, scandiva: “Noi riteniamo evidente che gli uomini siano stati cerati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili, tra cui i diritti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”. I “neri”, i native Americans, gli “iberici”, gli stessi immigrati dall’Europa negli States fra Otto e Novecento, impararono presto e bene quanto valessero quei princìpi tanto solennemente dichiarati.

Da qui, ormai, il dramma della più recente fase della globalizzazione: da qui la scoperta che l’Occidente, seminando concettualmente eguaglianza e socialmente diversità, ha raccolto l’eredità per esso stesso paradossale di un mondo mostruosamente contraddittorio, dove la spaventosa sperequazione socioeconomica tra un’infima minoranza di straricchi e moltitudini innumerevoli di poverissimi sta configurando una nuova, immensa rivoluzione epocale dal momento che ad essa si va associando la progressiva presa di coscienza di una diversità immensa, incolmabile, che i subalterni di tutto il mondo vivono in termini d’ingiustizia o, come ama dire papa Francesco nel suo italiano tinto di castigliano, di “ineguaglianza”: un termine che odora di “disparità”, ma ch’è meno affine al concetto di “disuguaglianza” che non a quello di “ingiustizia”, pensata nei termini latino-cristiani di “iniquità”. È con questi nuovi orizzonti che sono chiamati a confrontarsi coloro che credono nell’eguaglianza come fondamento di democrazia e come eredità civile affidata alla storia dall’Occidente. È tra loro, il mio vecchio amico Aldo?

Dal canto mio ritengo, e al riguardo mi appoggio soprattutto al magistero di papa Francesco, che ormai il tempo dell’Occidente – il quale nel Novecento è stato essenzialmente un’idea-forza à tête americaine – sia terminato, e che gli europei debbano cessare di riconoscersi acriticamente come “occidentali” e riscoprire le loro radici identitarie (radicate non già nell’astrattezza di un qualche atavismo genetico, bensì nella concretezza della storia) che, a dirla con Ferdinand Tönnies, debba fondarsi sulle comunità tradizionali della famiglia, del lavoro, del retaggio culturale che peraltro di continuo si rinnova, quindi sulle differenze che sono una ricchezza inalienabile, anziché sulle convenzioni contrattualistiche dalle quali sorgono le società con le loro astratte pretese egalitarie. Non è all’appiattimento egalitaristico che dobbiamo mirare, bensì alle vive differenze elaborate dalla natura, dall’ambiente, dalle tradizioni, dalla storia, e sostenute tuttavia da un vivo senso di equità anche sociopolitica e socioeconomica. In questi tempi segnati da un massimo di anomica e amorale licenza individualistica, da una disastrosa caduta dei princìpi di disciplina e di autodisciplina, dall’eclissarsi di quel “senso del limite” indispensabile nell’equilibrio di qualunque civiltà, da un dilagare generalizzato del desiderio dell’avere e dalla fine della preoccupazione per l’essere, da un crescere esponenziale della violenza e della paura, il piano inclinato sul quale ci troviamo a scivolare è – lo aveva già compreso due millenni e mezzo fa il vecchio Platone – quello verso l’abominio della tirannia: che sarà per giunta accolto (è già accaduto) come una liberazione. È questa caduta vertiginosa che dobbiamo evitare, se – e non è detto – siamo ancora in tempo. Altrimenti, prepariamoci a una risalita che sarà lenta e dolorosa.

Ma per giungere a costruire, com’è necessario se non vogliamo precipitare, un mondo libero sia dall’oligarchia di superstraricchi oggi imposta dal turbocapitalismo, sia dalle moltitudini di miserabili costretti a vivere non già al di sotto del livello di sopravvivenza bensì, ancor peggio, di quello del minimo di dignità al quale ogni essere umano ha diritto, è necessaria una guida. Non già quella della “Dichiarazione d’Indipendenza” degli Stati Uniti d’America, fondata sull’utopia della “ricerca della felicità”, bensì quella della Bibbia, del Vangelo e del Corano, fondata sulla Parola di Dio ch’è Giustizia e Pace.

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Minima Cardiniana 258/6

Domenica 1 dicembre 2019, I Domenica di Avvento

PER FINIRE: DULCIS IN FUNDO (O IN CAUDA VENENUM?)

Importanti novità bibliografiche, negli ultimi mesi. Grazie alla collaborazione con una nuova editrice viareggina, “La Vela” (info@edizionilavela.it) abbiamo potuto pubblicare alcuni volumi di grande pregio, quali un saggio su Ibn Khaldun di Massimo Campanini e un saggio di Luigi Russo e Franco Cardini, Homo viator, sul pellegrinaggio medievale. Ancora di Franco Cardini, due monografie (Gesù, la falce, il martello; Neofascismo e neoantifascismo) e un libro di racconti natalizi, Cantico postmoderno di Natale. Nel cantiere della “Vela” sono in lavorazione, ancora, scritti di Anna Benvenuti, Isabella Gagliardi, Antonio Musarra, Mahmoud Salem Elsheikh e di altri.

Novità importante anche sul fronte relativo invece a un grande editore di cultura, Il Mulino di Bologna. Per i suoi tipi è uscito recentissimamente Il grande racconto delle crociate, un libro dal titolo programmaticamente convenzionale e dal contenuto sui generis.

Come tutti sanno, la notizia giornalistica-tipo è che un bambino ha morso un cane, non viceversa.

Vi offro quella opposta: il cane ha morso il bambino, ovvero la banalità. Ecco qua: Franco Cardini ha scritto un altro libro sulle crociate. Di nuovo!

Ebbene, sì. Ma con alcune novità, a parte le bellissime illustrazioni. Cardini, a torto o a ragione recidivo, si affianca qui non già certo un debuttante, però senza dubbio un giovane ma rampante storico della generazione dei trentenni, Antonio Musarra, dell’Università di Roma “La Sapienza”: che, per dirne una, è il relatore che ha aperto di recente il grande convegno di Gerusalemme dedicato al tema Francesco e il sultano, nell’ottocentenario dello storico incontro del Povero di Assisi col nipote del Saladino.

E qui c’è un cambio di registro, un “salto di fase” tematico e concettuale. Questo è un libro esplicitamente ambizioso. Niente erudizione. Storia pura: fatti, istituzioni, strutture. Non un rigo di noioso resoconto storiografico, non una parola che suoni discussione o polemica fra “addetti ai lavori”, non una nota critica a piè di pagina, non un cenno di resoconto bibliografico. Un libro sfacciato e arrogante: dovete fidarvi di noi. Tanto, i colleghi specialisti sanno bene dove mettere le mani se vogliono farci le bucce e al famoso “pubblico dei lettori colti e intelligenti” nulla potrebbe fregar di meno delle baruffe di bassa cucina storiografica. Qui c’è tutta storia e solo storia, tutto racconto e solo racconto.

E non è per nulla “il solito libro sulle crociate”. Cesare Pavese, nei Dialoghi con Leucò, ci aveva ben avvertito: “Le crociate furono più di sette”. Altroché. Ecco la sorpresa. Qui non si segue lo schema del manuale di liceo vecchio stile, non si sgrana il rosario delle sante imprese fra XI e XIII secolo, dal Pio Buglione a al buon re Luigi IX. Ci si pone il problema delle radici delle crociate, se siano o no “guerra santa” o “scontro di civiltà”, e quindi si tratta la crociata per quello che veramente fu e magari è ancora: una Balena Bianca che attraversa almeno un millennio di storia eurasiafromediterranea, per la gioia dei cultori della “dinamica della globalizzazione”.

Grande spazio, certo, al glorioso Mediterraneo medievale con la sua Iliade dei Baroni e la sua Odissea dei mercanti, insieme con l’Avventura dei poveri cristiani pellegrini: ma anche alla storia delle “crociate intracristiane” contro eretici e nemici politici del papato, quindi a quelle del Nordest europeo e poi quelle dei conquistadores per la cristianizzazione del Nuovo Mondo; e ancora, alla lotta fra Europa e impero ottomano dei secoli XV-XX (Lepanto 1571, Vienna 1683, ma anche – perché no? – Eugenio di Savoia, Lawrence d’Arabia, e magari perfino la Vandea antigiacobina, gli zuavi francesi volontari difensori della Roma di Pio IX, la cristiada messicana, Francisco Franco e addirittura George W. Bush e il Desert Storm. Insomma: lunghissima durata, da Carlo Magno al “califfo” al-Baghdadi passando per l’era colonialista e la corsa al petrolio. Il tutto, sia chiaro, non freddamente e algidamente “obiettivo”, “avalutativo”, ma nemmeno ideologicamente condizionato. Non vi forniamo sornione “chiavi lettura” per tirarvi dalla nostra, non vi regaliamo il pesce-crociata già pronto per esser mangiato, vi forniamo la canna da pesca. Riflettete e arrangiatevi. Se siete dei cultori del “chi-aveva-ragione-e-chi-torto?”, valutatela voi, la crociata. Do it yourself, perdinci: viva la libertà!

Rischio d’attualizzazione? “Generoso” (o rischioso) anacronismo? Impudica adozione dei moduli della New History? Libello filomusulmano o pamphlet antimusulmano? Provocazione reazionaria o scandalo sovversivo? “Di Destra” o “di Sinistra”? Se volete scommettere, funziona il totalizzatore. Leggere per credere: e per giudicare. La sfida è lanciata.

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