Domenica 14 luglio 2024, San Camillo de Lellis
VELA A MOMPRACEM
STEFANO E FRANCESCO
di Luigi G. de Anna
Abitavo a quel tempo in un basso bungalow sulla riva destra del Mekong. Dalla veranda potevo seguire le barche dei contadini che si recavano al vicino talaad e le chiatte che facevano servizio risalendo e scendendo la corrente. I contadini oramai mi conoscevano bene e mi salutavano con un amichevole gesto della mano quando passavano davanti al bungalow. Portavano al mercato la frutta dei loro campi e di tanto in tanto, per vendermela, si fermavano all’imbarcadero che avevo costruito per la scialuppa a motore. Avevo imparato abbastanza bene il thai, ma non capivo ancora il dialetto di quella provincia. Non compravo comunque molto da loro, e se lo facevo era più per una forma di cortesia, perché dietro la mia casa anche io avevo banani, palme che fornivano noci di cocco, piante di limes che Teeng faceva crescere in giare di terracotta, e alberelli di papaya e mango. Era Soong, il cugino di Teeng, che se ne occupava, come dei campi di riso che avevo comprato. Quando era il tempo del raccolto, venivano ad aiutarmi altri cugini di Teeng (doveva essere veramente una famiglia numerosa), ed io stesso indossavo gli stivali di gomma per immergermi nell’acqua della risaia. Teeng si occupava del pollaio, che forniva uova fresche e, all’occasione, polli da arrostire.
Ogni mattina accompagnavo Teeng al talaad. Quando si fermava a chiacchierare con amiche o venditori, curiosavo tra i banchi, che non finivano di stupirmi per la varietà di verdure, ma anche di insetti che offrivano come cibo, alcuni dei quali, ma non tutti, mi ero abituato a mangiare.
Con noi era venuta ad abitare la giovane figlia di Miu, Marin, che cresceva rapidamente, e presto sarebbe stata una bella ragazzina. Aveva imparato piuttosto bene l’inglese e ora le insegnavo l’italiano. Un giorno le avevo detto: “Ti porterò in Italia”, facendole vedere sull’atlante della scuola dove si trovava il mio Paese. Ma sapeva che non lo avrei fatto. L’Italia era lontana. Lontana era la sua gente, il suo rumore, la sua politica, tutto quello che da tempo mi irritava, e che ora avevo lasciato definitivamente dietro di me. Certo, anche la Thailandia era un Paese con le sue città, qualcuna, come Bangkok, mostruosamente cresciuta, con i suoi politici affannati e corrotti, ma lì non mi fermavo. Dopo avere sbrigato le incombenze burocratiche in ambasciata, prendevo un taxi per la stazione ferroviaria e salivo sul treno per Chiang Mai; presto quel caos di traffico e di gente restava alle mie spalle. Era bello risvegliarsi la mattina presto e guardare dal finestrino la campagna, verde come un enorme smeraldo.
Quasi di fronte al mio bungalow, ma sulla sponda opposta, quella laotiana, là dove inizia la jungla, abitava un farang. Lo vedevo col binocolo mentre si affaccendava, a dire il vero con poco costrutto, con la rete da pesca.
Una mattina lo vidi al talaad che frequentavo, quello laotiano era meno fornito. Come d’abitudine mi fermai al ristorantino dove fanno un eccellente pad thai.
Avevo notato quel signore attempato, seppur ancora vigoroso (aveva da tempo passata la settantina), che era immerso nella lettura di un libro dal titolo in italiano L’avventura di un povero crociato. Mi sedetti allo stesso tavolo, meravigliato non solo dall’aver trovato un connazionale, ma anche dal titolo del libro, che non conoscevo.
Il signore mi guardò senza nascondere un certo fastidio per la mia intrusione.
– Anch’io ho libri in italiano – dissi quasi per scusarmi.
– Mi fa piacere – rispose laconicamente. – Mi venga a trovare e ne porti qualcuno. Mi chiamo Stefano.
E mi spiegò dov’era il miglior attracco per raggiungere il suo bungalow.
Da quel giorno ci incontrammo regolarmente al “club italiano”, come avevamo scherzosamente battezzato quel ristorante, oppure ci vedevamo la sera nel bungalow che Stefano aveva costruito ai margini della jungla. Stefano ci abitava già da alcuni mesi. Aveva insegnato filosofia all’Università di Pisa. Stancatosi dell’Italia, disgustato dalla politica (amava definirsi “un esule fuori dalla patria”), se n’era andato da quel Paese che oramai non riconosceva più come il proprio.
Venduta la grande casa che possedeva a San Gimignano, era partito per il Nepal. Aveva passato due anni in un villaggio vicino Pokhara, ma quel clima umido d’estate e freddo d’inverno era stato fatale per la sua schiena, che da tempo lamentava le conseguenze di tante ore passate in biblioteca curvo sui libri. Si era perciò trasferito più a sud, in Thailandia.
Con lui, nella semplice casetta di legno che aveva fatto costruire, una capanna più che un bungalow, viveva Moi, la cui età non sapevo indovinare con sicurezza, e mi ero chiesto se avesse almeno sedici anni. Veniva da un villaggio montano del nord della Thailandia, una Yao. Non avevo capito se la giovane fosse semplicemente una donna di servizio oppure qualcos’altro, né lo avevo mai voluto chiedere a Stefano. Certo che il materasso posato sul pavimento della camera da letto, difeso dalla necessaria zanzariera, era troppo grande per una sola persona.
Moi era molto timida e scontrosa. Parlava pochissimo e quando andavo a trovare Stefano, portava la limonata sulla veranda e si ritirava senza dire una parola per andare a cucinare sotto la grande tettoia che Stefano aveva costruito nel giardino.
Stefano coltivava orchidee, di cui aveva piantato nel suo giardino molte varietà. La mattina, prima che facesse troppo caldo, andava a controllare “i suoi fiorellini”, carezzando le pianticelle come fossero state delle fanciulline.
Mi piaceva starmene a sedere sulla veranda di Stefano. Lì era più fresco che nel mio bungalow lungo l’argine del fiume e c’erano meno zanzare al calar della sera. La casa di Stefano era ombreggiata da un boschetto di altissime piante di bambù, che stormivano senza sosta, agitate dal vento. Dal giardino arrivava il piacevole odore delle orchidee e a volte il dolce canto di Moi, che, forse per nostalgia delle sue montagne, ripeteva le melodie della terra natia mentre si lavava versandosi l’acqua che aveva raccolto in una giara. Moi, come era abitudine tra le giovanette Yao e Akha, spesso si aggirava a torso nudo, mostrando un seno ancora acerbo su cui spiccavano i capezzoli nerissimi.
Moi si lavava i lunghi capelli corvini senza però togliersi il patoong, la lunga gonna legata da un nodo alla vita, che così le aderiva alla pelle mettendo in risalto un corpo sinuoso come un giunco. La sua pelle brunita e gli occhi altrettanto scuri mi affascinavano e mi chiedevo perché mai le thai si cospargessero di creme sbiancanti.
A distrarci veniva a volte una piccola scimmia che, con incredibile rapidità e destrezza, rubava dal tavolo uno dei frutti che Stefano vi aveva posato per poi scomparire nella vicina jungla. Allora Moi rideva e diceva:
– Papà, glûuai pai leu – la banana se ne è andata.
Chiamava Stefano “papà”, proprio così alla francese, ma era il modo rispettoso dei thai per rivolgersi a un anziano.
Stefano sorrideva benevolo alla fanciullesca presa di giro e le diceva:
– Moi, corri, riportami la banana! Ti darò cento bath!
Con Stefano parlavamo di molte cose, ma il nostro argomento preferito era la religione. Dopo anni di Thailandia mi ero interessato al buddhismo e spesso accompagnavo Teeng al wat, oppure l’aiutavo, la mattina all’alba, a preparare il cibo per i monaci. Ora riuscivo a conversare in thai col vecchio abate. Stefano invece non aveva imparato la lingua thai, ma la cosa non lo disturbava, essendo di natura di poche parole e poco incline alle chiacchiere “da talaad”, come usava dire rimproverandomi bonariamente per le mie soste dai vari venditori del bazar. Stefano amava piuttosto ascoltare che parlare, e i suoi commenti erano sempre appropriati, anche se basati su una severa visione della vita. Non aveva una religione sua, piuttosto la sua idea della morale e della metafisica si basava sulla filosofia greca, che comunque, come mi aveva ripetuto, è molto vicina al buddhismo.
Con Stefano ci prestavamo libri a vicenda, e quando un libro non me lo rendeva, perduto chissà dove (era alquanto distratto), incolpava la scimmietta della jungla del furto letterario. Stefano possedeva un portatile, ma non usava internet o “altre diavolerie del genere”. Solo raramente scorreva la posta elettronica.
– Aspetto Francesco – mi diceva come per scusarsi.
Ma Francesco, chi fosse non me lo aveva detto, non arrivava. L’attesa si prolungava.
Quell’angolo dimenticato di Indocina era diventato il nostro rifugio da una modernità dalla quale eravamo ambedue fuggiti.
– Conosci questa pagina di Lord Jim di Conrad? – mi chiese un giorno Stefano, e cominciò a leggere: “La corrente della civiltà, come biforcandosi sulla punta di un promontorio venti miglia a nord di Patusan, si dirama a est e sud-est, lasciandone le pianure e le valli, i vecchi alberi e la vecchia popolazione, ignorati e isolati, come un isolotto insignificante che si sgretola tra i due rami di un fiume impetuoso e divoratore”.
– Ecco – continuò Stefano – quella orrenda corrente di turismo, di modernizzazione non ci ha investito. Siamo come quell’isolotto – e indicò il Mekong – rimasto intatto tra i due rami del fiume.
Ma finalmente Francesco arrivò.
Sbarcò da uno speedboat un pomeriggio, mentre ce ne stavamo, un po’ stanchi, quasi appisolati, sulla veranda di Stefano. Aveva pochissimo bagaglio, ma, cosa che mi colpì per la sua mancanza di praticità, portava una vecchia valigia di cuoio, coperta di etichette di hotel, quelle che una volta si usava attaccare per far vedere di essere un giramondo. E Francesco un giramondo doveva esserlo davvero, perché non c’era città importante che non avesse visitato.
– Salve – disse saltando agilmente dalla barca – la birra è ghiacciata?
Francesco era fatto così, da fiorentino di San Frediano andava per le spicce, il suo sarcasmo era tagliente come una lama di kriss (aveva commentato Stefano ugualmente amante del buon umore e fervido lettore di Salgari) e la sua cultura immensa. Lo scoprii quella sera stessa (inutilmente dalla sponda opposta Teeng cercava di chiamarmi per la cena su un cellulare che avevo lasciato prudentemente spento).
Moi aveva preparato la cena, carne di maiale arrostita servita su larghe foglie di banano, accompagnata da un grande vassoio di riso fritto e innaffiata da una buona bottiglia di vino di Spagna che Stefano aveva tenuto in serbo per le grandi occasioni.
Finita la cena, Moi ovviamente si era infilata la camicetta e ci aveva servito il caffè. Stefano e Francesco accesero le pipe. Io non fumo, ma quell’odore lo sapevo riconoscere.
Francesco aveva qualche anno meno di Stefano, alla magrezza del pisano si contrapponeva la corposità del fiorentino, massiccio come una quercia e certamente altrettanto forte. La pelle abbronzata dai viaggi (disse di venire direttamente da Chiang Säen al confine del Triangolo d’oro) e le mani rugose denotavano un uomo d’azione, e non dubitavo che, nascosto in quella valigia, ci fosse qualcosa di “più lungo della mano” come dicono i miei amici finlandesi.
Francesco spiegò sul tavolo una mappa.
– Ecco, qui sono le Quattro Pagode, che si raggiungono a sud di Chiang Mai da Um Pang.
– Tre Pagode – lo corressi.
– No, quattro. La quarta è quella che mai fu scoperta, dove, secondo la leggenda, si nasconde la più preziosa reliquia di Lord Buddha, la sua mano destra, conservata dal semidio Wa King.
E così dicendo estrasse dalla sacca il libro di Christian Goodden, Three Pagodas.
Stefano non nascose la sua meraviglia.
Io non nascosi il mio scetticismo. Avevo sentito raccontare di quella leggenda, della quarta pagoda, ma era appunto il frutto della fertile fantasia dei Karen delle montagne.
– Partiremo al più presto – concluse Francesco ripiegando la carta. – La situazione al confine con Myanmar peggiora di giorno in giorno e potrebbe essere impossibile passare.
Stefano non sembrava essere altrettanto deciso, titubava, forse cercava di guadagnare tempo, c’erano tanti dettagli da chiarire.
– Tutti e tre – precisò con tono autorevole Francesco.
– Veramente – dissi timidamente – io non ho in programma alcun viaggio.
– Ora ce l’hai. Stefano mi ha parlato di te. Abbiamo bisogno di uno che parli il thai.
– Ma tutta quella regione è infestata dai guerriglieri Karen e dai soldati del governo di Rangoon, e ci sono i Lawa che non amano gli stranieri e soprattutto i contrabbandieri di ya ba, la droga, che una volta portavano l’oppio.
Sembrava che ogni mia obiezione rinvigorisse invece l’entusiasmo di Francesco per la spedizione. Stefano, che l’approvava, sembrava preoccupato solo di quanti viveri dovessero portare con sé e di altri dettagli pratici.
Passammo alcune ore a discutere. Alla fine dissi:
– Mi dispiace, io non posso accompagnarvi.
E citai quanto un poeta bengalese aveva scritto dell’elefante che si era legato al palo con un filo di seta, che però non poteva spezzare. “Se l’elefante dà uno strattone può scappare quando vuole, ma non lo tira. Ha scelto di essere legato con un filo di seta a quel palo”.
– Ho una casa qui, mi sono formato una famiglia, ho fatto la mia scelta…
Francesco e Stefano mi guardarono quasi con compassione.
– Andiamo a dormire – concluse Stefano.
Dormii di un sonno profondo, forse era l’effetto di quella pipa che da tanti anni non fumavo più. Il sole era alto.
In casa non si sentiva alcun rumore.
– Stefano! Francesco!
Nessuno rispose.
Mi rivestii e andai all’imbarcadero. Nessuno neppure lì.
Moi mi venne incontro.
– Stefano ti ha lasciato questo.
E mi diede un foglio scritto con una calligrafia minuta.
“Non vogliamo insistere, capiamo che non puoi spezzare quel filo. Noi abbiamo una missione da compiere, un dovere nei confronti di noi stessi: andare in cerca della quarta Pagoda. Ti lascio tutto quanto ho, abbine cura. Ho lasciato un po’ di denaro sul tavolo per Moi”.
Rilessi il foglio, poi lo accartocciai e lo gettai nel fiume.
Moi aveva finito di rigovernare e si accingeva a lavarsi. Riempiva d’acqua la giara.
– A che ora sono partiti?
– Molto presto.
– Erano soli?
– No, era venuto uno a prenderli.
– Chi era?
– Non lo conosco, ma al villaggio lo chiamano il Nero. Sono saliti sulla sua barca. Ha innalzato la vela e sono partiti.
– E tu non sei triste, Moi?
Moi mi guardò negli occhi e sorrise. Tornò alla giara. Posò la brocca dell’acqua.
E questa volta, lentamente, sciolse il nodo del patoong.
(Da un’idea tratta da Luigi G. de Anna, La Thailandese e il Colonnello, Solfanelli, Chieti, 2018).
